
La nascita dell’amicizia
Serie: Planavamo a stento
- Episodio 1: L’incontro
- Episodio 2: L’inizio della frequentazione
- Episodio 3: La nascita dell’amicizia
- Episodio 4: L’aeroclub
- Episodio 5: Il volo
- Episodio 6: Il gruppo storico
- Episodio 7: Le ragazze
- Episodio 8: L’appuntamento
- Episodio 9: L’impatto con gli esami
- Episodio 10: Il primo esame
- Episodio 1: La bottiglia
- Episodio 2: Secondo tentativo
- Episodio 3: L’esame
- Episodio 4: L’Interrail-La partenza
- Episodio 5: Interrail-Il viaggio
- Episodio 6: Si ricomincia a studiare
- Episodio 7: Il piano
- Episodio 8: Un’audace incursione
- Episodio 9: Il colpo di mano
- Episodio 10: Effimera tranquillità
- Episodio 1: Nuove difficoltà
- Episodio 2: La sconfitta
- Episodio 3: Il colpo
- Episodio 4: La fuga
- Episodio 5: Una specie di addio
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
Carlo aveva fatto il liceo classico e durante gli anni della scuola era stato un ragazzo molto solitario, al quale, da quando si era trasferito con la famiglia nella nostra cittadina, qualche anno prima, bastava la scuola, lo studio e la coltivazione dei tanti piccoli hobby legati alla sua passione per il volo.
Nei primi mesi di Università poi non si era trovato a suo agio con i colleghi ambiziosi che la frequentavano, e questo credo perché non riconosceva in loro una passione simile alla sua, ma capiva che nella maggior parte di loro c’era uno spirito utilitaristico che li spingeva a vivere quell’esperienza all’Università quasi come un periodo di clausura e concentrazione massima.
Con me invece si era cominciato ad aprire, forse per l’interesse che gli suscitavo con le mie motivazioni ambigue e incerte, ma non inquinate da una ambizione bruciante ed esclusiva.
Io invece ammiravo la sua decisione nel seguire una strada che sembrava vedere in modo distinto, come se guardasse nell’aria limpida e luminosa di una giornata tersa. A me invece sembrava di essere avvolto in un fluido denso, che rendeva lenti i cambiamenti e che mi impediva di vedere in lontananza e capire così la strada che avrei potuto prendere.
A volte quasi mi adagiavo in quel momento vago e quasi mi sarebbe piaciuto fermare quel periodo per un tempo prolungato in modo da non dover fare scelte per cui non avevo alcuna ispirazione.
Ma c’era un altro aspetto che me lo faceva sembrare più vicino ed era che percepivo in lui una insicurezza di fondo, lontanissima dalla sicurezza ostentata della maggior parte degli altri studenti di quel nostro primo anno.
Non capivo perché, visto che questa impressione contrastava invece con la sicurezza della sua passione, ma un pomeriggio a casa sua durante uno dei nostri incontri di quel periodo riuscii finalmente a capirlo.
Eravamo, come al solito, nella sua stanza e prendevamo il tè che sua madre ci preparava sempre quando andavo a trovarlo: era abituata alla solitudine del figlio durante gli anni del liceo e questa situazione la preoccupava e per questo mi aveva preso in simpatia quando avevo cominciato a frequentare lui e la loro casa.
Stavamo chiacchierando del più e del meno e io gli avevo fatto qualche domanda sugli aerei, spinto dalla curiosità che mi trasmetteva questa sua passione e quel suo mondo a cui non mi ero mai avvicinato prima.
Guardavo una delle sue foto in cui aveva una tuta da aviatore, il casco sottobraccio ed era appoggiato a un aereo da caccia. Sul lato in basso della foto c’era una data e il nome del luogo, Aviano. Nella foto aveva una espressione soddisfatta, sorrideva nella giornata di sole e mi sembrava fosse pieno di certezze del posto che avrebbe occupato nel mondo.
Pensai invece a come per me la scelta di ingegneria era avvenuta senza alcuna premeditazione, senza alcun periodo di incubazione, mi era semplicemente sembrato di arrivarci dentro scivolando su un piano inclinato, prendendo velocità gradualmente senza sobbalzi o eventi improvvisi. Avevo cominciato a scendere su quel piano dopo l’esame di maturità e solo perché avevo fatto un ottimo compito di matematica; e questo fatto, unito all’interesse per lo studio della fisica nell’ultimo anno, mi avevano avviato su quella discesa verso quella facoltà dove queste materie sembravano così importanti. Non avevo un’idea precisa sul tipo di lavoro avrei potuto fare: la possibilità di svolgere attività concrete e di occupare degli spazi ben definiti mi sembrava immensamente sfocata come immagini di un dialogo viste da molto lontano e con suoni attutiti che rendevano difficile capire qualcosa di concreto.
A un certo punto gli domandai: “Ma tu quando hai cominciato a pensare di fare ingegneria aeronautica?”
“Ci penso fin dalle medie, da quando ho cominciato a capire cosa c’era dopo la scuola”, rispose lui. “Ero sicuro di voler fare qualcosa che mi portasse a lavorare con gli aerei”, aggiunse. “Però non sono sicuro di riuscirci, non so se sarò in grado”.
“Perché pensi questo?” Gli chiesi io stupito da questa insicurezza nella monolitica struttura della sua passione.
Fece una piccola pausa, un’incrinatura che rivelava come l’argomento fosse difficile da affrontare per lui, e continuò.
“Non so, ho un po’ paura. Avevo anche provato ad entrare in Accademia Aeronautica durante l’ultimo anno di Liceo. Lì avrei potuto addirittura diventare un pilota di aerei da caccia, quelli più belli. Sarebbe stato davvero un sogno, ma non mi hanno ammesso per via della mia miopia”.
Portava infatti degli occhiali spessi, quando non metteva le lenti a contatto.
“Allora mi sono iscritto all’Università, ma i miei avrebbero voluto che facessi qualche altra Facoltà perché temono che Ingegneria sia troppo difficile per chi come me viene dal Classico. E di non fare il Liceo Classico non se ne parlava proprio, era una tradizione di famiglia: prima si deve avere una solida cultura e poi pensare al lavoro.”
“Beh, però potevi fare il Liceo Scientifico: la cultura te la fai anche lì, ma c’è forse più equilibrio.” Feci una pausa e poi aggiunsi “Non so, ma a me il Classico è sempre sembrato un mondo completamente chiuso, dove lo studio di quelle due lingue antiche sia completamente fine a se stesso ed escluda ogni altra cosa, quasi come fosse l’unico aspetto che conti nella cultura delle persone: la musica, la danza, l’arte, le lingue, la letteratura moderna, lì è come se non esistessero.”
Carlo continuò. “Credo che hai ragione, a me effettivamente quando sono uscito mi ha lasciato insicuro su tutto. Però a casa mia non se ne poteva neanche parlare di non farlo e poi io ho sempre trovato difficoltà nelle materie scientifiche, riesco meglio dove conta molto la memoria e per questo mio padre ha cercato di convincermi che Medicina fosse più adatta.”
“Tu però sei andato per la tua strada alla fine”, notai.
“In parte sì, ma la condizione è che io riesca a dare come minimo tre esami entro il prossimo autunno” e poi aggiunse: “Io ci penso continuamente e ho sempre paura di non riuscirci: non so se sarò in grado di capire queste materie e poi superare gli esami. Però non riesco neanche a pensare di fallire, questa è la mia ultima occasione di entrare nel mondo che seguo fin da piccolo”.
Ci fermammo un attimo e io osservai un attimo le belle tazze, con immagini geometriche con cui la madre ci aveva portato il tè. Presi un biscotto dal piattino coordinato e bevvi un sorso dalla tazza che avevo davanti.
Intanto lo osservavo e mi sembrava di sentire come delle onde di risonanza che mentre raccontava facevano vibrare il mio stato d’animo in perfetta armonia con il suo, una specie di affinità fra qualcosa che avevo dentro e quello che lui mi stava raccontando: non stava frequentando quella facoltà per trarne dei vantaggi materiali, ma proprio per riuscire a essere pienamente sé stesso e questa aspirazione mi sembrava di sentirla spesso anche io. Anche senza quell’univocità che c’era in lui, pure io mi ero sempre buttato nelle cose solo per il piacere che trovavo in esse e per il modo in cui mi facevano sentire: per la felicità che provavo nel farle, nel piacere dell’ambiente in cui si svolgevano, o per la soddisfazione che mi donavano alla fine.
“Ma non ti devi preoccupare, perché non dovresti riuscire a dare gli esami?” dissi io, guardandolo con simpatia.
Lui mi rispose: “Invece io mi preoccupo continuamente, per questo cercavo di stare insieme agli altri a lezione, stare con quelli che sembravano così sicuri: speravo che stare con loro mi avrebbe mostrato come fare per riuscire.” Sembrava davvero spaventato e mi dispiacque averlo fatto pensare a questa situazione così angosciante per lui.
Tacque un attimo e poi riprese: “Però non ci riesco, non ce la faccio a stare in loro compagnia, non mi trovo a mio agio. A nessuno di loro posso parlare di questa mia passione, mi sembra sempre di essere diverso. Solo con te ci sono riuscito: anche se non ne sapevi nulla di aerei, mi sembrava che tu riuscissi a capirmi, che ti piaceva ascoltarmi”.
Serie: Planavamo a stento
- Episodio 1: L’incontro
- Episodio 2: L’inizio della frequentazione
- Episodio 3: La nascita dell’amicizia
- Episodio 4: L’aeroclub
- Episodio 5: Il volo
- Episodio 6: Il gruppo storico
- Episodio 7: Le ragazze
- Episodio 8: L’appuntamento
- Episodio 9: L’impatto con gli esami
- Episodio 10: Il primo esame
La simpatia per Carlo aumenta sempre di più. Condivido con lui le ansie e le paure nel non essere in grado di superare gli esami di ingegneria a causa degli studi al Liceo Classico, e ancor di più dover abbandonare il sogno di diventare pilota a causa della miopia e quindi ripiegare su ingegneria. Mi piace come i due amici siano riusciti ad aprirsi, cosa che invece oggi avviene più difficilmente. Mi sta piacendo sempre di più questa serie.
Sono contento e spero che ti piaceranno anche i prossimi episodi
Il bello è che anch’io volevo fare il classico
Ho inserito quel paragrafo per esprimere una critica, su cui rifletto da tempo, alla mentalità italiana che associa a cultura solo lo studio delle lingue classiche. Lo studio della cultura greca e latina e soprattutto della letteratura è secondo me fondamentale nella nostra cultura, ma esistono anche altri campi (quelli che cito nel racconto) che vengono completamente ignorati e, anzi guardati con sospetto nella scuola italiana, perlomeno a quei tempi