La navata

Serie: Alder Venn


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Polina, le voci, i pellegrini. La Santa.

La porta si schiude con un gemito pesante, di legno vecchio e ferro arrugginito, e l’aria che mi investe sa di incenso, polvere e pioggia imminente. Oltre la soglia non c’è un corridoio familiare, ma un corridoio prospettico che sembra deformarsi a ogni passo, sospeso tra la realtà del taccuino rosso e la realtà di quello strano rifugio.

Polina si muove per prima. Il rumore dei suoi passi è stranamente solido, l’unica cosa reale in mezzo a quel coro di proiezioni. I suoi tatuaggi sembrano quasi vibrare sotto la luce fioca, come geroglifici alieni pronti a staccarsi dalla pelle per diventare parole.

— Muoviti, Alder — dice, senza voltarsi. La sua voce ha di nuovo quella sfumatura languida, ma con un’urgenza che non ammette repliche. 

— Il tempo qui dentro scorre in modo strano. Se Catherine finisce prima che tu sia arrivato, le porte si chiuderanno di nuovo.

— E se si chiudessero? — azzardo, seguendola a piedi nudi, ignorando le fitte che mi risalgono dalle ferite lungo le gambe.

— Rimarresti un maestro senza un mondo da governare — interviene Omen, che ora cammina un passo dietro di me, un’ombra grigia che ricopre le mie spalle da dietro, come un manto. 

— Un re del vuoto. Ti assicuro che non è divertente.

— Zitto, Omen — ringhia Andrew, dal fondo della mia mente o forse dall’angolo buio del soffitto. 

— Lui deve andare. Deve vedere cosa ha combinato quella “Santa”.

Il corridoio sfocia bruscamente in una balconata interna, affacciata su una grande navata sconsacrata, o forse su un all’interno di una sala di autopsie che sta andando in rovina. Mi sollevo, aggrappandomi a una balaustra di pietra fredda come il ghiaccio.

Giù in basso, avvolta da una nebbia sottile che puzza di cera bruciata, c’è Catherine.

Non è la Catherine che ricordavo. Indossa vesti pesanti, rigide, intessute di fili d’oro che sembrano imprigionarla più che adornarla. Attorno a lei, una fila interminabile di figure indistinte, sagome sfocate, quasi prive di lineamenti. Avanza lentamente, ma come se non toccasse terra. Catherine solleva le mani, dita lunghe e pallide, e tocca le loro fronti. A ogni tocco, un piccolo lampo di luce bianca squarcia la penombra, e la figura si dissolve con un sospiro di sollievo, lasciando dietro di sé solo un granello di polvere che si dissolve sgretolandosi.

Ogni volta che una figura svanisce, Catherine sussulta, come se stesse assorbendo un veleno.

— Le sta consumando — sussurra Natan, comparso al mio fianco senza che lo sentissi arrivare, gli occhi lucidi fissi sulla scena. 

— Prende le loro paure, i loro peccati, e li trasforma in carne. La sua carne. È così che si diventa santi, Alder. Diventando una discarica per l’anima sofferente del mondo.

Polina si volta verso di me. È vicina, così vicina che sento un odore simile a un prato di fiori che le trasuda dalla pelle. I suoi occhi tatuati mi fissano, indecifrabili, e io non so se quello che promettono è una salvezza o una resa dei conti.

— Quello è il bambino che ti sta uccidendo, Alder — dice, indicando il ventre di Catherine, che sotto le vesti d’oro sembra emanare una debole pulsazione scura. 

— O forse sei tu che stai uccidendo lei, costringendola a interpretare questo ruolo per salvarti.

Qualcosa mi si gela lungo la schiena. Il pezzo del mosaico si incastra, doloroso e perfetto.

— Io… io non le ho chiesto di farlo — dico con voce fioca ma pronta.

— Non hai dovuto farlo — risponde la voce sconosciuta, quella che prima aveva chiesto “Sono sempre più umano?” Questa volta sembra salire direttamente dall’oscurità sotto la balconata. 

— Il Maestro non chiede. Il Maestro crea il bisogno. E loro rispondono.

Catherine, giù in basso, blocca la mano a un millimetro dalla fronte della figura successiva. Alza lentamente il capo verso la balconata. Nonostante la distanza e la nebbia, sento i suoi occhi, due fessure di luce dorata, piantarsi dritto nei miei.

— Alder… — La voce risuona nel petto, pronunciato dalle sue labbra ma raddoppiato, distorto, come se mille persone lo stessero invocando insieme. 

— Sei venuto a riprendermi? O sei venuto a sostituirmi?

E in quell’istante capisco una cosa. La fila di anime non sta aspettando Catherine. Sta aspettando me.

Continua...

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