La paura non fa sempre novanta

Serie: Embolie di un separato


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Gatto della vicina, ciuccio di Babbo Natale, le ragazze, la comitiva, la fine di una storia, la poesia, i pensieri della notte, un amico che non c'è più, la solitudine... Conclusione della serie!

Da piccola mia moglie andava a vestire i morti col padre. Adesso, io e lei non stiamo più insieme, ma questa faccenda mi ha sempre un po’ intrippato. Mi spiego meglio. Il padre, all’epoca, aveva un negozio di fiori, anche se prima la sua occupazione era un’altra: faceva ‘er macellaro’, nella bottega della madre. Un giorno, sempre la madre venne a sapere che, nel quartiere dove vivevano, c’era una vecchietta che voleva vendere il suo negozio di fiori. Ormai non ce la faceva più e i figli le avevano riccamente dato in culo.

Mio suocero, inizialmente, si era dimostrato un poco recalcitrante all’idea, adducendo motivazioni, a parer suo, pregne di significato e di buon senso.

«A ma’ ma che cazzo stai a di’, i fiorai so’ tutti froci!»

Alla fine, accettò e si fece andar bene la cosa. Un po’ meno la moglie, che, ancora adesso, maledice il giorno in cui presero quel negozio e il marito che l’aveva messa incinta, prima ancora di essere sposati. L’attività cominciò ad andar bene, anche perché la comprarono per due spicci ed era l’unica in zona, a distanza di molti chilometri. La madre di mio suocero, per gli affari, era un gran fija de ‘na mignotta e mio suocero, d’altro canto, per il commercio era abbastanza portato (probabile, che avesse preso lo stesso gene della madre) e pure per i fiori, paradossalmente. Tutti dicevano che avesse grande estro e creatività, mentre lui rispondeva, sempre, che questa sua abilità gli era venuta per colpa di tutti quei froci che incontrava, quando andava al mercato a fare scorte per il magazzino. La grande intuizione (sempre della madre) fu quella di stringere un accordo con il tizio dell’agenzia di pompe funebri, che stava lì vicino.

«Quando more quarcuno, tu ce chiami a noi e poi noi te giramo ‘a stecca sur funerale.»

Non faceva una piega. Quindi, poteva succedere che a notte fonda squillasse il telefono.

«Tocca anna’ a vesti’ Ardo, er ciabbattino.»

Ora, il punto era che alle tre di notte non è che si potesse andare in giro, a rompere i coglioni a qualcuno, per lasciargli una bimba di cinque anni. Perciò, succedeva che la madre, intanto, andasse al negozio ad allestire le corone di fiori e il padre, per praticità, si portasse dietro la figlioletta. La vestizione durava, più o meno, un’oretta, se non c’erano intoppi, tutto dipendeva dalla rigidità della salma, da quanto, insomma, fosse fredda. Il morto si vestiva da capo a piedi, a partire dalle mutande, poi, gli si mettevano i calzini, i pantaloni, la cinta, la camicia e la giacca. Dopodiché, veniva truccato e gli si mettevano le mani conserte, col rosario arrotolato intorno. Magari, se serviva qualcosa che stava troppo distante, chiedeva alla figlia di passargliela. Una volta finito, tornavano a casa, la rimettevano a letto e lei si addormentava, come se niente fosse, come se fossero stati al luna park.

Penso che questa cosa le sia rimasta addosso, perché, quando stavamo insieme, ai funerali lei ci veniva sempre volentieri, diceva che i morti non le facevano né caldo e né freddo, io, invece, la sera dopo avevo sempre gli incubi.

Serie: Embolie di un separato


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