
La Pazzia
Prese l’ascia e la guardò: sorrise.
Poteva compiere il lavoro con quella, ma sarebbe stato troppo da film. Troppo da Shining.
La posò con un po’ di dispiacere, ma voleva qualcosa di personale. La rimessa dove si trovava girava sempre più velocemente e gli oggetti si confondevano, chiamavano per essere usati, per sentire il sapore del sangue. Poi tutto si bloccò: vi erano un martello ed un cacciavite.
Sorrise, di ormai un sorriso non più ragionevole, non più umano. Si mise il cacciavite nella tasca dietro dei pantaloni e con il martello in mano si avviò verso il giardino.
Lui stava guardando il sole alto nel cielo e le lontane nuvole nere che si avvicinavano. Lei adorava la pioggia, quel senso di tempesta, adrenalina e voglia di correre che le dava. Respirò a pieni polmoni l’area di tempesta che stava arrivando e gli si avvicinò: lui si girò appena in tempo per ricevere il martello sulla guancia, che andò spappolandosi. Si sentì il rumore dei denti che si spezzavano e quando si mise carponi a terra ne sputò molti.
Non riuscì a parlare e lei tornò all’attacco: gli colpì l’orecchio, che sembrò rientrare nel cranio. L’erba era divenuta rossa, e vi era un silenzio da impazzire, poichè lei rideva tra sè e lui non riusciva già più quasi a respirare.
“Ci sono andata troppo forte” pensò, e allora si bloccò con il martello in aria, pronta a calarlo appena possibile, immobile ad osservare la scena: lui stava rantolando a terra, immerso nel suo stesso sangue: con le mani cercava di aggrapparsi ad un’inesistente via di fuga.
Così lei posò tranquillamente il martello a terra e prese il cacciavite. Se lo rigirò tra le mani e poi lo impugnò: con un gesto deciso lo piantò nel palmo dell’uomo e finalmente questo urlò, per quanto gli era concesso. Ritrasse l’arnese e si divertì a perforarlo in più punti: sulle spalle, nella schiena e nelle gambe.
Con un calcio lo girò, in modo che il viso, o quel che ne rimaneva, potesse ammirare il cielo plumbeo che andava formandosi. Lei si chinò, gli esaminò la faccia e sorridendo dolcemente gli sfiorò l’angolo di un occhio con il dito. Rimase lì un po’, per poi, all’improvviso, piantarvi il cacciavite. Guardò come l’occhio si disintegrava sotto il suo colpo e il sangue che non smetteva di schizzare andò a macchiarle ancora di più la maglietta.
Ormai il volto dell’uomo era irriconoscibile, se ancora volto si poteva chiamare.
Lui respirava a fatica, sospeso tra la vita e la morte, ma soffriva ancora, lo sentiva. Lei posò anche il cacciavite e prese a spostargli i rimasugli dell’occhio dal viso. Quando lo ebbe pulito per il meglio prese il martello e gli ruppe del tutto la mandibola. Gli portò, con calma, fuori dalla bocca i denti che altrimenti sarebbero andati a soffocarlo.
Guardò poi il naso: troppo intatto, troppo perfetto. Inserì la punta del cacciavite in una narice e con il martello diede un colpo al manico. La cavità nasale venne invasa dal cacciavite. Risalendo, i frammenti di ossa andarono a perforare il cervello.
Un ultimo respiro, pieno di disperazione e di dolore, venne spirato dall’uomo. Lei si bloccò, e come d’improvviso dai suoi occhi scomparì quel lampo di pazzia: guardò il volto dell’uomo, poi le sue mani e si mise ad urlare.
Non sapeva che le era preso, non aveva idea di come era arrivata a quel punto.
Da lontano, dall’altra parte del piccolo lago che vi era nel giardino e sulla cui sponda si era sviluppata la tragedia, una figura osservava il tutto e si complimentava con sè stessa.
La Pazzia sorrise, aspettando di vedere la giovane suicidarsi: questa prese il cacciavite ed il martello e se li piantò nel collo. Morì nel suo stesso sangue, agonizzante e con mille cose nella testa. La Pazzia annuì soddisfatta e tornò a vagare, pronta alla prossima strage che l’avrebbe saziata di nuovo.
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Quella cosa che sta in mezzo alla cattiveria e il male la posso definire pazzia. Un racconto horror old school in piena regola, cruento ma scritto molto bene, inquietante per certi aspetti. Piaciuto 😉
Il tipo di horror cruento e diretto che in un certo senso mi si contrappone; ma in questo caso è riuscito comunque a stimolarmi, specie quando appare la Pazzia personificata. Questo mi ha ricordato un racconto di Ambrose Bierce intitolato “Haita il pastore”, anche se in quel caso si trattava della Felicità. Ad ogni modo la personificazione (o anche il simbolismo di ambienti) è un’idea che ho sempre trovato molto originale ed interessante se sviluppata con criterio. Un bel racconto! 😀
In effetti il dante causa di molti crimini senza movente è proprio la Pazzia. Interessante l’idea di vederla personificata e auto compiaciuta, mentre osserva la scena come farebbe un regista.
Mi piace l’idea di personificare alcune emozioni o pensieri, forse dovrei approfondire la cosa anche sotto altri punti di vista e situazioni, moventi. Mi è venuto in mente proprio adesso, mentre ti sto rispondendo, quindi grazie!!
Auch, e poi dicono che l’arma delle donne è il veleno, non credo. Qui ci sono proprio colpi brutali, stile l’Ellis di American Psycho. Miller diceva che il miglior modo per scordare un amore e scriverci sopra, chissà se intendeva questo? Forse 🤔
In effetti lo avevo scritto quando il mio primo amore mi lasciò 😅 quando ho letto il tuo commento mi sono proprio rivista. Il racconto l’ho rispolverato e deciso di pubbicare in quanto ora lo vedo come tale, e sono orgogliosa di quello che avevo scritto e di come il tempo abbia fatto il suo corso. Alcuni orrori non vengono per nuocere
Hai presentato l’orrore su un piatto d’Argento. Hai lasciato Jack lo squartatore esterrefatto. Mi hai fatto vivere l’Inferno e le Tenebre in questo horror macabro “orribilmente bello”, per dirla alla Morticia della famiglia Adam. In futuro non so se aprirò più questa porta: mi mancherà il coraggio. Bersaglio colpito per gli amanti del genere (per me degenere).
Ti ringrazio per la tua bellissima recensione, mi hai fatto sorridere e sono contenta quando “turbo” le persone, ma in maniera buona!
Soltanto una parola: wow!
Grazie mille!!