
LA PELLE DELLA TEMPESTA
Serie: IL SOGNO DI VERA
- Episodio 1: IL SILENZIO
- Episodio 2: LA PELLE DELLA TEMPESTA
STAGIONE 1
Lungo il tragitto, Vera prende a sfogliare il taccuino della madre.
Rilegge le idee abbozzate da Roberta per il racconto sul pittore e pensa che anche stavolta mamma non ha perso occasione di ribadire il suo amore per Dalí. Poi scartabella a ritroso le pagine, come se risalisse le correnti del tempo. Crede sia un peccato che quelle storie non vedranno mai la luce, e d’altra parte è il destino di tutti i libri che non trovano voce. Ecco: finalmente capisce il senso della frase che ha scritto sul foglio.
Spesso le parole giungono prima della comprensione, soprattutto quelle sognate.
Se anche lei dovesse morire, tutte le sue idee finirebbero in uno scatolone, e poi al macero.
Anche la sua voce, allora, parlerebbe la lingua del silenzio. Fine della poesia.
Tiziano osserva la figlia riprendere il foglietto spiegazzato e aggiungere altri appunti.
Vicina all’oltre. Davanti all’intorno.
«Stai scrivendo qualcosa, ultimamente?» le domanda a bruciapelo.
Lei lo guarda con compassione: non si è mai interessato ai suoi lavori.
L’uomo sembra capire quanto appaia patetico alla figlia.
«Poesie», risponde Vera.
«Wow»
«Wow?»
«Sì: Wow! E non fraintendermi: non è un semplice wow… è proprio un Wow-Wow!»
Vera non ride.
«E cosa ci sarebbe di tanto Wow?», ribatte lei.
«Beh: non ho mai conosciuto una poetessa…»
«La mamma lo era.» Taglia corto la ragazzina.
«Lei scriveva romanzi».
«Sei poco informato: a casa abbiamo almeno una decina di taccuini zeppi di sue poesie… ce n’è una scritta anche qui… parla di te e “dell’altra”».
Tiziano ritiene sia meglio chiudere lì l’argomento.
Gli occhi gli bruciano per il sudore: fatica a vedere la strada.
Per fortuna, quella lingua di asfalto tutta tornanti sembra essere deserta.
Attorno non c’è niente: solo cielo, alberi, montagne e un ombrello nero abbandonato sul guardrail, accartocciato come un corvo di cartapesta sotto al sole calante.
Vera guarda l’orologio, poi ingoia una compressa di Remeron senza bere nulla.
«Avresti fatto meglio ad aspettare», la riprende il padre, «quella roba ti spacca lo stomaco se prima non mangi qualcosa».
«Macché», borbotta lei.
«E poi dà sonnolenza», continua l’uomo.
«Appunto», lo liquida la figlia.
Lei è il mio romanzo più importante.
Le parole di Roberta vanno e vengono come marea nella testa di Tiziano: lo distruggono con la lentezza dell’acqua. Un supplizio strisciante e interno. Non fulmineo come la vampa, né logorante come la carezza del vento. È più uno scollamento graduale, un imputridire dell’anima per la stagnazione di un sentimento.
Anche i sentimenti marciscono, e vanno cambiati.
Lo abbiamo “scritto” assieme, quel “romanzo”, rimugina lui, anche se ora mi sembra completamente estraneo.
L’Opera che si ribella all’Artista.
Vera è l’unica cosa reale che la mia esistenza abbia prodotto. Non solo perché è mia figlia, ma soprattutto per il mondo che in sé racchiude. Un mondo che non imparerò mai a conoscere.
Darebbe un braccio, Tiziano, per affacciarsi su quell’interiorità, e d’altra parte non è riuscito mai a sporgersi nemmeno su quell’universo ermetico che è stata Roberta.
Ermetico soltanto per lui, dato che la moglie era un cosmo in espansione, un vulcano incontenibile d’interiorità, incapace di reprimersi.
«La pelle della tempesta»
«Cosa?»
«La pelle della tempesta. Lo hai mai letto?» domanda Vera.
L’uomo fa segno di no.
«È un racconto di mamma. Una storia che non ha mai voluto pubblicare.»
«E cosa c’entra ora?»
«Così… mi è tornata in mente. Sembra la nostra storia. È il racconto di un padre e di una figlia che partono per un viaggio. Tutti e due hanno perso qualcuno. C’è una deviazione, una strada come questa…», Vera indica la carreggiata davanti a loro, «…la figlia dorme. Sta sognando. Sogna una tempesta spaventosa. Il padre è al corrente del sogno perché ogni tanto la bambina parla e descrive alcuni dettagli. A un certo punto l’uomo guarda in alto e vede tutto deformarsi, come se il cielo fosse una pelle che ricopre la muscolatura di un’enorme corpo in movimento. Lo stesso sognato dalla figlia…»
Tiziano resta in silenzio.
Non sa che dire.
La sua inventiva è troppo limitata per contenere quell’immagine.
Lui è un uomo del fare. Pratico.
La sua condanna all’incomprensione della figlia, come a quella della moglie, sta tutta lì: in una vista esageratamente esigua per arrivare a cogliere anche solo gli avamposti delle loro profondità.
E ora tocca curarsi a tutti e due: lei ammorbidisce la realtà con la mirtazapina; lui allevia il mal di vivere a suon di antidolorifici.
«Potresti almeno esprimere un parere…», protesta Vera.
«Cosa vuoi che ti dica? Mi conosci, no? Sai che non ne capisco niente di queste cose…», balbetta lui.
«“Queste cose” non devono essere capite. Arrivano e basta. Se non ti toccano vuol dire che sei tu a non voler essere toccato…», ribatte caustica.
«E che posso farci? Sono un tipo terra terra. Non è una colpa. Per me esiste solo ciò che si può sentire con le dita», pare giustificarsi Tiziano.
«Eppure una volta leggevi tutte le storie di mamma… hai smesso solo dopo che ha iniziato ad andare in terapia…»
«Non è proprio così, Vera…»
La ragazzina fa uno sbadiglio, poi si stropiccia gli occhi sotto alle tonde montature.
«A volte penso che tu abbia paura della fantasia… forse è perché credi che sia stata quella a portare via la mamma… altrimenti leggeresti anche le mie, di storie», Vera chiude gli occhi e si rannicchia di nuovo sul sedile.
La sua voce è stanca e fievole, ma le parole hanno dentro tanta rabbia. Forse ha scelto apposta quel momento per dirle, in modo da sfruttare la sonnolenza provocata dal Remeron per meglio ignorare le vuote risposte del padre.
Così da trovare la forza di essere più spietata.
Tiziano non risponde.
La luce ormai inizia a prendere le tinte del crepuscolo.
La strada è ancora deserta, mentre sulla sinistra si spalanca uno scorcio che annienta la vista con la sua vastità: un mare piatto e rosso, incendiato dai colori del tramonto.
L’orizzonte non è più linea di sutura fra acqua e cielo, bensì una sfocatura: il filo impalpabile su cui nubi radiose sembrano poggiare fino a confondersi, sciogliersi, compenetrare.
Tiziano non saprebbe dire dove finisce il cielo e inizia il mare, riesce solo a cogliere una distesa oleosa, quasi una patina che lambisce le coste sottostanti. Laggiù, abbarbicate su una scogliera, stanno le tipiche case colorate di un borgo rivierasco, ammassate come giocattoli stipati in una scatola angusta.
L’uomo sfila dalle dita di Vera il taccuino di Roberta.
Con una mano ne fruga le pagine.
Il volante ben saldo nell’altra.
Trova la poesia di cui la figlia parlava.
Emette radici
il tuo affievolirsi
decresce di forza
s’assottiglia, si prostra
e ora è foresta
quel che resta di te.
«Ercole», sussurra Vera.
«Che?» domanda Tiziano, prima di realizzare che la bambina sta dormendo.
«…è un quadro di Dalí. Sì mamma: Ercole e Venere…»
L’uomo torna a fissare la strada: in quel tratto gli alberi sono ancora più radi, così che il panorama sembra voler accaparrarsi tutta l’attenzione dell’occhio.
Questa dev’essere la “vista stupenda” a cui accennava la donna all’ingorgo riflette Tiziano, incapace di scollare lo sguardo per più di pochi secondi da quello spettacolo.
«Ercole lo solleva… con una mano. Papà non crederebbe nemmeno se lo vedesse…»
Tiziano torna a scrutare il paesaggio.
È tutto inutile, pensa, questo viaggio non ci riavvicinerà. Ormai siamo su due pianeti diversi, siamo…
La mente si blocca.
L’occhio dell’uomo scorge qualcosa d’inaspettato.
È come un incresparsi improvviso del mare.
Un rigonfiarsi al largo della costa, proprio davanti all’antico borgo sottostante.
Tiziano rallenta, poi si ferma.
La piatta distesa è ora cellophane tirato al limite, mentre una forma emergente sembra sfidarne la resistenza dal di sotto, come un ciclopico cuneo che prema contro la pellicola per tastarne il punto di rottura.
L’intera estensione marina, in balía di quella forza, s’impenna in una piramide liquida e stondata.
Tiziano si figura il surreale balzo rallentato di una mastodontica megattera; il riemergere tellurico di un pinnacolo ctonio ma, perdio, non può davvero essere ciò che crede di vedere!
L’acqua si fa elastica, viscosa come lattice, tuttavia la sua trasparenza rivela ciò che dall’abisso pare voler emergere senza fortuna: un’inconcepibile, colossale mano che punta l’indice al firmamento.
«Ercole», ripete Vera nel sogno, «Ercole che alza la pelle del mare».
A queste parole, la colonna d’acqua collassa in un boato generando una spinta contraria, una voragine tale da illudere l’uomo dello schiudersi di un cratere marino.
Il gorgo dura pochi secondi, prima di riequilibrarsi, ma gigantesche onde si irradiano dal suo centro.
Una di esse raggiunge il borgo sulla scogliera, lambendolo, senza però inghiottirlo.
Tiziano smonta dall’auto e corre sul ciglio del dirupo.
Resta lassù a lungo, con gli occhi sgranati.
Da sotto giunge il caos di strida d’allarmi e sirene di ambulanze.
Trombe navali esplodono in cupi barriti.
Dentro all’auto, intanto, Vera prosegue il sogno: «Credo che capirà, mamma. Penso che, un giorno, papà capirà…»
Serie: IL SOGNO DI VERA
- Episodio 1: IL SILENZIO
- Episodio 2: LA PELLE DELLA TEMPESTA
Opera surreale finita ed esatta, che suggerisce il pensiero di ciò che sarebbe a un attimo dal diventare risposta e che invece rimane domanda…..spiraglio, squarcio infinito, ferita….dove nulla può essere vero, ma tutto sarà….
Un opera meravigliosa e inquietante……
Grazie mille, Migeè, per aver letto il racconto e per il bellissimo commento🙏🏻
Grazie a te per questo prezioso viaggio onirico….
L’altro giorno mi è capitato un evento surreale e nel raccontarlo ad una mia amica ti ho citato. Le ho detto: “Mi sembrava di trovarmi in uno dei racconti di Nicholas D.P.”. Hai davvero una capacità straordinaria di rendere verosimile l’impensabile, mescolandolo con la normalità così come siamo abituati a concepirla. Complimenti ancora.
Grazie Roberto! Questo tuo commento mi onora. Sapere di colpire l’immaginazione di uno scrittore che ammiro per talento e, appunto, immaginazione – come nel tuo caso – è per me il più grande riconoscimento. Grazie ancora!
Surrealismo o realismo magico?
Nessuno dei due ed entrambi allo stesso tempo.
È veramente pazzesco quello che sei riuscito a tirare fuori con questo racconto, sembra proprio di guardare un quadro realista animarsi e diventare surrealista.
Da gustare e ammirare.
Grazie ancora!🙏 Ah: il quadro di Dalí “Ercole solleva la pelle del mare e ferma Venere per un istante dall’amore inquietante” (titolo sobrio😆) esiste davvero!
Non è stata facile la vita di quest’uomo, forse “terra terra”, preso fra forze che non può dominare e dalle quali si difende come può (“antidolorifici”). È come se il suo inconscio e le passioni più pericolose che lo abitano si fossero incarnate nelle donne, moglie e figlia, unite dal filo splendido e allarmante della poesia. Nel finale, è la natura stessa, che forse non ne può più, a eruttare in un irrazionale spettacolo di misteriosa forza. Il surrealismo di Dalì fa da sottofondo.
Molto bello e scritto in maniera ottima. E, se è sono tuoi come credo, complimenti anche per i versi.
Grazie, Luigi! Hai colto un’ulteriore sfaccettatura di questo racconto. Spesso scriviamo nella speranza che qualcuno legga nelle nostre storie qualcosa che ancora non sappiamo di noi o anche solo del nostro modo di comporre quelle storie. Grazie ancora🙏
Forse uno dei tuoi racconti che ho amato di più e che ho sentito particolarmente vicino. Sei riuscito a costruire una sorta di castello di sabbia che si apre sul palcoscenico di un’opera di cui ci racconti la sceneggiatura per poi lasciarci lì, come appesi in un posto indefinito dove poi torni a riacchiapparci. Riuscitissimi, come già ti dicevo, i salti temporali tanto che, forse, a un certo punto madre e figlia si fondono in un essere che il padre deve imparare a comprendere e amare nella maniera aspettata. Il finale è sconvolgente e riuscitissimo tanto quanto la ‘pioggia di rane’ in Magnolia che si rivela salvifica. Bravissimo davvero.
Ciao Cristiana! Grazie mille per la lettura e per il bellissimo commento😊 In qualche modo, questo racconto ha coinvolto anche me molto più di quanto io pensassi. Chiunque senta forte la necessità della scrittura (quindi tutti noi di Open) si troverà sempre a dover fare i conti col dilemma della comunicabilità (quanto dar spazio a sé e quanto venire incontro al lettore) ma anche dell’immortalità delle proprie “creature”, perché le storie sono figli che vorremmo vedere crescere e muoversi poi nel mondo, sulle proprie gambe. Grazie ancora per le tue bellissime parole🙏
“Tiziano non saprebbe dire dove finisce il cielo e inizia il mare,”
E’ un pensiero che mi commuove e che da sempre mi tormenta. Mi hai ricordato Baricco e mi sono emozionata.
Qui bisogna ringraziare i panorami della Liguria, è tutto merito di quella regione se ho scritto questa storia😁
“Anche la sua voce, allora, parlerebbe la lingua del silenzio”
Quanto è bello questo inizio
Gran bel racconto @ndpautore , come sempre per le tue opere!
Riesci a scandagliare l’animo dei personaggi in maniera brillante e mai banale, in pochi paragrafi condensi i tratti salienti delle loro personalità e della loro “visione del mondo”. Questo racconto in particolare esamina il divario fra un padre, con un fardello non indifferente da portare, e una figlia adolescente, che spartisce col padre il fardello e gli rigetta in faccia la colpa. Due personalità agli antipodi che si avvicinano attraverso la scrittura e il mondo onirico… O sono la scrittura sospesa della moglie/madre morta e raccolta dalla figlia e il sogno in cui decide di avvolgersi ad avvicinarla al padre.
Grazie 🙏🏻
Ciao Argya! Felicissimo di ritrovarti qui!😊 Grazie mille come sempre per la tua lettura attenta e per le analisi sintetiche ma chirurgiche del testo. Spero di leggere presto anche qualcosa di tuo! Nel frattempo ti auguro una buona lettura: troverai tante penne talentuose qui😉
Mi è piaciuto
Ciao Kenji! Grazie mille per aver letto il racconto!😊
Che bel quadro. Nella mia ignoranza sento scricchiolare qualche ingranaggio, rivedo qualche immagine, rileggo qualche verso. Surrealismo? Rivedo un Dalì, un De Chirico. Forse un po’ di Dada. Deve essere l’eccesso di sole. Un racconto evocativo, profondo, psicologico e psicotropo. Ho un figlio diciassettenne, non ci capiamo. O forse crediamo di non capirci.
Ormai credo che capirsi sia impossibile. Già uno non riesce a capire sé stesso, figuriamoci gli altri. Per questo hanno inventato le storie: è più facile immedesimarsi in un estraneo che in qualcuno che si conosce. Conoscere significa inglobare, prolungarsi… e alla fine il conosciuto diventa un’appendice del mistero che siamo per noi stessi. Grazie come sempre per aver letto la mia storia! Spero tanto che il rapporto con tuo figlio arrivi al giusto livello di (in)comprensione. Chissà: magari il tuo (e i tuoi) libri potranno essere un ottimo catalizzatore😉
Ah lui non li legge. Dice che sono di nicchia e troppo autobiografici. Quindi qualcosa deve averla letta. Non so.
Penso che spesso quelli a noi più
vicini abbiano altissime (o sbagliate) aspettative nei nostri confronti, e tocca sempre fare un doppio lavoro: oltre a lottare per esprimere ciò
che siamo dobbiamo anche lottare per distruggere le idee che si sono fatti di noi. Nel frattempo noi “openiani” benediciamo il tuo stile e i tuoi bellissimi scritti😊
Sei troppo buono… 😅
Ciao @ianni67 e scusami @ndpautore se mi infilo nella vostra conversazione. Mi capita di avere una figlia adolescente con la quale, per chissà quale sorte favorevole, ho un bel rapporto e tanta condivisione. Tuttavia lei, divoratrice di libri, non mi legge. Nulla di quanto io scriva o abbia scritto. Spesso mi fermo a riflettere e capisco che, forse, un genitore che scrive è un genitore ‘scomodo’ perché loro lo sanno bene che li dentro ci siamo noi, quelli veri e che fanno paura proprio perché sono veri. Lasciamo che per qualche anno ancora conservino di noi l’immagine ideale che si sono creati. Poi, diventeranno grandi anche loro. Un abbraccio a entrambi.
E niente: @cristiana ha trovato le parole che avrei voluto dire io😁
Grazie @cristiana per averlo detto tanto bene. Si concordo. In fondo io stesso non ho certo insistito. Ho un qualche pudore nei confronti di chi potrebbe sentirsi spiazzato, per primo mio figlio.
Hai ragione @ndpautore . Molta ragione. Grazie.