La Piazza

Ci sono due strade che portano in piazza; una è il corso pedonale, tenuto pulito quanto basta e quasi sempre deserto. L’altra è la statale che attraversa la cittadina: puzza di gas di scarico e piscio di cane.

In un modo o nell’altro, ci si arriva in piazza. Un tempo c’erano i sanpietrini; vennero sostituiti con delle mattonelle “rosso cesso pubblico” in uno slancio modernista di un’amministrazione comunale anni Settanta. Qualcuno capì che il modernismo declinato in quel modo faceva schifo e optò per una più sobria pavimentazione “grigio sovietico”; l’Unione Sovietica però era morta da tempo e la soluzione apparve un’operazione nostalgica di un vecchio comunista. Le amministrazioni che seguirono decisero di lasciar stare la piazza com’era e visto che c’erano lasciarono che tutta la cittadina restasse com’era. Il politicante più lucido durante un consiglio comunale disse testualmente.

Inutile fare lavori di alcun tipo, prima o poi arriverà un terremoto devastante e si dovrà ricostruire tutto da capo. Tanto vale attendere.

Annuirono tutti e spesero il budget di quell’anno per assumere nuovi vigili urbani; i cognomi degli assunti erano curiosamente uguali a molti di quelli del consiglio comunale, ma nessuno ci fece caso e i pochi che provarono a far notare la strana combinazione presero tante di quelle multe che ritirarono le accuse e si flagellarono in piazza.

I vigili protestarono presso l’amministrazione comunale a causa del super lavoro cui erano stati costretti per multare gli eretici e chiesero l’assunzione di ausiliari del traffico che si occupassero delle contravvenzioni. Morale della favola, in giro trovavi solo vigili e ausiliari. Aprirono nuovi bar, l’economia della cittadina conobbe un’età dell’oro che finì quando i vigili, stanchi di passare da un bar all’altro, chiesero ed ottennero di lavorare in ufficio. Nonostante la loro assenza le cose andarono più o meno come prima finché la sede del comune rimase nel palazzo ottocentesco che affaccia proprio sulla piazza. Il dramma si consumò quando il consigliere comunale che aveva bocciato i lavori sulla piazza suggerì di spostare la sede del comune in un palazzo appena costruito, un po’ fuori città ma antisismico. Disse: qualora il terremoto dovesse arrivare nel bel mezzo di un consiglio comunale vorrei evitare di lasciarci le penne. Ancora una volta, annuirono tutti. Non è difficile capire come quel consigliere sia diventato sindaco per due mandati consecutivi e lo sarà ancora a lungo.

Oggi la piazza è quasi deserta durante la settimana, vivacchia nel weekend se il clima è buono. Quando piove si creano delle pozze d’acqua che riflettono benissimo il nulla che le sovrasta. Qualche negoziante resiste impavido e tiene aperta l’attività, un po’ per tradizione, un po’ perché non saprebbe cosa fare dopo trenta anni e più di commercio al dettaglio. Molti hanno guadagnato bene quando era il momento, oggi assistono allo svuotamento della piazza e servono malvolentieri i pochi clienti. Tirano avanti fino alla pensione, traguardo che i governi cercano sempre di spostare un po’ più in là; rassegnati a morire per lo sforzo profuso alzando la serranda si sono dotati quasi tutti di sistemi di apertura automatica, più per scaramanzia che per comodità; la titolare di un noto negozio di abbigliamento ha detto una volta:

non voglio morire piegata a novanta gradi con il culo avvizzito per aria, nossignore.

Per passare il tempo senza pensare troppo al suicidio i commercianti si riuniscono a chiacchierare di giorno in giorno davanti ad un negozio diverso: questione di par condicio. Di cosa parlino non è dato sapere, tengono un profilo basso. C’è chi dice ricordino i vecchi tempi, chi sostiene che studino un modo per fottere i colossi del commercio via internet e chi spera stiano organizzando la riscossa di quella che un tempo si chiamava borghesia.

Capita che uno di loro si presenti al mattino con qualche geniale idea per rinverdire i fasti di un tempo: si pone al centro del gruppo e illustra il suo piano gesticolando come un direttore d’orchestra in crisi di astinenza. Gli altri lo guardano e annuiscono, se il progetto è coinvolgente smettono di tenere le braccia incrociate sul petto e si avvicinano all’oratore. Terminata l’esposizione si fissano in silenzio e si lanciano sguardi degni di un mezzogiorno di fuoco; i loro occhi scintillano, nell’aria si sente la tensione che precede i grandi eventi, stringono i pugni, qualcuno scrive. Nel giro di pochi minuti gli sguardi si spengono a terra e iniziano i commenti, voci senza padrone:

L’idea è buona, ma non penso si possa realizzare in tempi brevi.

E se anche fosse ci vorrebbero parecchi soldi da investire.

Non contate su di me, io non ho una lira.

Da qualche parte dovremo pur provare a ricominciare però.

Ricominciare perché? Mio figlio ha detto che del negozio non gliene frega niente, finita l’università o farà l’ingegnere o tornerà alla terra; l’ho portato a vedere quanto lavoro c’è da fare in agricoltura, mi ha risposto che con una laurea in tasca non si metterà certo a sporcarsi le mani: coordinerà, organizzerà, insomma farà tutte quelle cose che non richiedono fatica. Mia figlia vuol fare l’astronauta a patto che possa portare nello spazio anche un paio di scarpe con i tacchi alti.

Ve lo avevo detto quindici anni fa che bisognava sfruttare il commercio via internet, avremmo inventato l’equivalente di Amazon.

Anni or sono la piazza era il regno degli adolescenti, il punto di aggregazione da cui partire per fare altro o in cui sostare durante le giornate in cui mancava l’ispirazione. Oggi gli adolescenti non esistono più o si ritrovano altrove o non escono; alla piazza nessuno ha dato spiegazioni, i ragazzi sono pian piano spariti e stop. Il loro posto lo stanno prendendo, con discrezione e senza clamore, i pochi extracomunitari ospitati nella cittadina: ci sono orari in cui in giro trovi solo loro; non tutti sono contenti, ma questa è un’altra storia e alla piazza non interessa, alla piazza interessa essere vissuta.

Per fortuna ci sono i bambini: al primo raggio di sole si precipitano a giocare; con il pallone, con la bici o il monopattino si danno alla pazza gioia. I negozianti abbandonano le loro chiacchiere e si rifugiano nei negozi, che tutta quella confusione non la sopportano. Dal nulla spunta un uomo, che molti genitori sono convinti non essere reale; vende palloncini a forma dei personaggi dei cartoni animati preferiti dai bambini. Nel giro di un’ora vende tutto e sparisce misteriosamente come era apparso. I credenti lo hanno segnalato al parroco.

I palloncini volano via nel giro di pochi minuti, affollando il cielo sopra la piazza. I pargoli nemmeno ci fanno caso, i genitori piangono per i cinque euro buttati, gli ennesimi. Qualcuno sostiene che l’uomo misterioso riesca a recuperare tutti i palloncini volati via per venderli la volta successiva: la piazza, si sa, è foriera di leggende e malelingue.

Così la piazza muta, nel senso che cambia e nel senso che sta in silenzio, guarda, attende e se ne fotte. Eppure anche qui ci sono punti fermi, immutabili: due uomini sulla cinquantina che passano intere giornate agli angoli opposti della piazza. Sono il matto del villaggio e il tossico storico, da trenta anni e più figure di rilievo del centro cittadino.

Il matto del villaggio era loquace da giovane, raccontava storie e intratteneva i passanti senza chiedere altro che un minuto del loro tempo; quelli gli concedevano un minuto e ne passavano dieci a prenderlo in giro alle spalle. Deve aver capito di essere stato a lungo lo zimbello del paese: il suo animo gentile gli impone di continuare a sorridere, ma non parla più con nessuno.

Il tossico storico ha cominciato a drogarsi prima che inventassero la droga, dice. A volte si corregge e spiega che è stato il primo a portare l’eroina dalla città e l’ultimo a essere sopravvissuto alle siringhe: i suoi amici sono tutti morti, alcuni per strada, altri in comunità. Rimane lui, che non si droga più, dice; chiede soldi a tutti i passanti, soldi per il treno o per l’autobus. Nessuno lo ha mai visto allontanarsi per più di dieci minuti dalla piazza e quando lo fa si limita a rifugiarsi nel vicolo antistante, che conduce alla parte più vecchia della cittadina. Torna da lì sempre un po’ stravolto.

Quando scende la notte, i due convergono verso il centro della piazza, si stringono la mano e fumano una sigaretta insieme. Tra una boccata e l’altra il matto ride e il tossico gli chiede soldi.

Sei proprio tutto scemo. Dice il tossico prima di lanciar via il mozzicone e mettere in tasca la monetina appena rimediata. Il matto scrolla le spalle e si allontana, il tossico si porta l’indice alla tempia e va via: pare abbiano anche loro una casa.

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Discussioni

    1. Ciao Cristina, sì, credo che attraverso la descrizione dei luoghi si possa raccontare molto della nostra società. Contento che tu abbia apprezzato.

  1. Anche a me è piaciuto il modo realistico ma fantasioso in cui descrivi l’avvicendarsi delle persone, il loro diverso sentire e comportarsi nella piazza, cuore del paese. Lo stile è disinvolto, a tratti dissacrante, non privo di una intelligente e mai melensa poesia. Complimenti!

  2. Hai raccontato la piazza per arriva a narrare dell’agorà umana, parli della strada per parlare della vita, degli esseri umani e dei loro rapporti, delineando bene uno spaccato sociale, una denuncia aperta sui nostri modi di essere. Bravo!