La proposta di lavoro

Serie: Notte di Caccia


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Algernoon Dwight inizia il suo racconto circa i terribili eventi che portarono alla scomparsa del suo amico Marcus Olbreight

Quando il telefono squillò, ero immerso nella catalogazione di alcuni testi accademici sui minerali, nel mio ufficio all’università, dove tenevo inoltre una cattedra in geologia mineraria. Mi chiese di raggiungerlo per pranzo in una caffetteria del centro. Perciò, all’ora concordata, chiusi il pesante tomo che stavo esaminando, indossai cappotto e cappello e uscii. Sebbene il luogo dell’incontro non fosse lontano e io non disdegnassi camminare quando mi si presentava l’occasione, quell’inizio di Ottobre, con i suoi venti decisi e le foglie marroni ai bordi delle strade, prometteva di essere l’anticamera di un inverno rigido, quindi montai in corsa su un tram, scendendo poi tre fermate più avanti.

Entrai nella caffetteria e Marcus era già seduto al tavolo ad attendermi. Non appena mi vide si alzò in piedi, salutandomi e facendo segno di avvicinarmi.

“Buongiorno Algernon.” mi disse.

“Buongiorno a te, Marcus.” replicai io “A cosa devo quest’invito?”

“Calma calma, prima siediti.” Il mio amico ridacchiava compiaciuto.

Mentre sfogliavo il menu, Marcus disse: “Avrei bisogno di aiuto per un lavoro che dovrò svolgere il mese prossimo.”

Io, sollevai la testa incuriosito: “Che genere di lavoro?”

“Una perizia su un terreno, poco fuori Marple Hill, a circa tre ore di viaggio da qui. Quelli della Smithson l’hanno rilevata dopo una breve trattativa.”

La Smithson&Associates era la compagnia edile per cui Marcus si esercitava la funzione di perito. Avevo già sentito parlare di quella piccola e antica cittadina. Era stato un fiorente insediamento di tribù molto antiche. Il mio amico, che conosceva bene i miei svaghi, doveva essersi reso conto del lampo di interesse accesosi nei miei occhi poiché aggiunse con un sorrisetto: “Sai, avrei davvero bisogno del parere di un geologo…”

Non terminò la frase che io accettai senza indugio.

Proseguimmo il pranzo, definendo i dettagli della nostra partenza che era prevista per la metà di Ottobre e io, fino ad allora, non stetti più nella pelle.

Ero deciso a raccogliere più informazioni possibili sull’area del nostro futuro lavoro e sulle popolazioni che vi abitarono in passato, per cui, trascorsi buona parte dei giorni che mi separavano alla partenza, tra la biblioteca dell’università e quella cittadina. Quasi tutte le fonti a cui attinsi, parlavano di una antica popolazione di cacciatori, stabilitasi in quelle zone secoli fa, che venerava delle divinità altrettanto arcaiche e misteriose.

In particolare mi colpì un breve articolo di giornale, seppellito all’interno di un quotidiano locale, risalente a circa otto anni prima, ma che non sfuggì alla mia insaziabile curiosità, sebbene mi provocò una sensazione di inquietudine. L’articolo in questione parlava di alcune sparizioni avvolte nel più assoluto mistero. La maggior parte dei dispersi, citava il testo, erano dei forestieri che si erano imbattuti nella foresta ai limiti della città. Non trovai ulteriori riferimenti relativi a indagini o approfondimenti di sorta. La curiosità mi divorava e, sebbene non fui in grado di scovare maggiori informazioni, decisi che avrei dedicato del tempo nella stesura di un mio diario personale sul viaggio e su tutto ciò che sarei stato in grado di scoprire. Il giorno prima della partenza, terminai alcuni impegni lavorativi e rincasai presto. Preparai con attenzione minuziosa il mio bagaglio, inserendo ovviamente il mio diario personale e la mia macchina fotografica assieme a grandi scorte di pellicola.

Cenai con una zuppa vegetale e andai a dormire.

L’indomani mi alzai alle prime luci dell’alba e dopo essermi vestito celermente, chiamai una vettura per condurmi alla stazione ferroviaria. Una volta lì, vidi Marcus venirmi incontro mentre raggiungevo il binario e insieme salimmo in carrozza. Il treno partì puntuale alle sette e quarantatré, in direzione di Pennicot Bay e poi Marple Hill. Poco dopo aver lasciato la stazione alle spalle, io e il mio amico, ci dirigemmo nel vagone ristorante per fare colazione, dove seduti a un tavolo con vista finestrino, ordinammo uova, pancetta, pane caldo e caffè. Chiacchierammo a lungo del lavoro che ci avrebbe aspettato al nostro arrivo e Marcus confessò che avremmo disposto anche di un discreto tempo libero per poterci godere la settimana nel migliore dei modi. Trascorremmo il viaggio, leggendo, conversando e osservando il paesaggio cangiante fuori dal finestrino. Ho sempre amato viaggiare in treno, che considero dal momento della sua nascita, un’invenzione straordinaria.

Alle undici il treno entrò nella stazione di Marple Hill e poco dopo eravamo in macchina, assieme a due funzionari locali, i signori Howard Francis e Reginald Moore, con cui Marcus aveva preso contatto tempo addietro e che ci condussero in un piccolo albergo, per poter lasciare i bagagli e darci una rinfrescata prima di pranzo.

Mangiammo in un delizioso ristorante del centro assieme ai nostri due anfitrioni, i quali ci misero al corrente delle operazioni già in corso mentre noi presentammo il nostro piano di lavoro per la successiva settimana.

Nel primo pomeriggio, fummo condotti sul terreno dove la compagnia aveva già allestito un cantiere rudimentale, in attesa del consenso definitivo a seguito della perizia di Marcus. Ispezionammo a lungo lo spazio adibito alla costruzione, registrando i primi rilevamenti sul terreno. Io feci una breve passeggiata attorno al cantiere e potei ammirare la sconfinata pianura che circondava l’area poco fuori la cittadina, immersa in un verde di mille tonalità che mi affascinò oltre misura, assieme ovviamente alla straordinaria barriera naturale costituita dalla foresta. 

Percorsi i bordi dello scavo sul versante sud e osservai due case in evidente stato di incuria. Una di esse, sembrava essere disabitata mentre nell’altra notai in effetti un movimento e la porta d’ingresso si aprì l’istante successivo. Un uomo in età avanzata apparve claudicante sulla soglia, procedendo lentamente verso una sedia a dondolo, dalla vernice bianca scorticata dal tempo. Si mise seduto e iniziò a caricare la pipa che teneva in mano.

Mentre passavo oltre udii alle mie spalle: “Non dovreste stare così vicino alla foresta.”

Mi voltai chiedendomi se fosse stato lui a parlare dato che non mi guardava ma non essendoci nessun altro a parte noi due, immagino che fosse così. “Come prego?” Domandai.

“Siete della Smithson, giusto?”

“Non proprio,” iniziai a dire tendendo la mano “mi chiamo Algernon Dwight.”

“Ezechiel Sanburn.” replicò l’uomo sputando in terra e poi aggiunse, infilandosi la pipa tra le labbra “Dovreste andarvene.”

Gli chiesi a quale proposito dovevo quella zelante richiesta.

“Questo è un territorio antico, signor Right.”

“Dwight…”

“Quello che è…” E giù un altro sputo sonoro “Questo era il territorio dei Pequot.”

A quelle parole, un fremito mi fece accelerare il cuore. Conoscevo quella parola. Si riferiva alle antiche tribù algonchine del Nord America, piene di tradizioni e credenze. Vecchie e ancora sconosciute.

“Se si da fastidio ad una terra tanto antica, non può accadere nulla di buono.”

Vidi il vecchio Sanburn, battere la pipa rovesciata sulla gamba e poi alzarsi faticosamente. “Vuole del té?” Mi domandò.

Garbatamente rifiutai: “La ringrazio ma devo tornare in città ora.”

Vidi Sanburn scuotere le spalle e rientrare in casa senza aggiungere altro.

Io stetti ancora qualche istante ad osservare quella casa ma poi convenni di ritornare sui miei passi e raggiungere la squadra di operai.

Concludemmo le prime attività che era quasi sera e solo allora, grazie alle luci rossastre del tramonto, mi accorsi di quanto fosse fitta e tenebrosa quella foresta. Non feci fatica a capacitarmi di come una persona potesse perdersi nel buio della notte, fra gli infiniti grovigli di alberi e cespugli, potevo immaginare enormi radici che sporgevano dal terreno come vene nutrienti per gli alberi sovrastanti. Era come se volesse mostrarmelo, senza alcun segreto.

Un brivido mi corse lungo la schiena, ripensando a tutte quelle strane sparizioni.

“Algernon, sta facendo buio, dovremmo tornare in albergo.” Marcus mi esortò a seguirlo e io fui inconsciamente sollevato nel distogliere lo sguardo da quegli alberi scuri e austeri.

Francis e Moore ci lasciarono in albergo, con l’accordo che sarebbero venuti a prenderci l’indomani mattina alle nove. Rientrammo nelle nostre rispettive camere e io mi godei il rilassante scroscio dell’acqua calda che rinfranca il corpo stanco e l’anima affaticata. Mi incontrai con Marcus per la cena intorno alle otto e sedemmo al tavolo riservatoci nel ristorante del nostro albergo.

Iniziammo a conversare sulla giornata appena passata e sui nostri rilevamenti e io non potei fare a meno di menzionare la foresta.

“Hai notato la foresta al limite orientale del terreno?” gli domandai.

“La compagnia ha un’opzione per abbattere quegli alberi in futuro, in modo da estendere la proprietà edificabile.” Rispose Marcus affrettandosi poi ad aggiungere: “Non temere, la macchia verde verrà ricostituita poco più lontano.”

Il mio amico sapeva bene che la cosa mi avrebbe premuto molto e io fui implicitamente sollevato nel sentire le sue parole. Ma mi tornò alla mente l’incontro col vecchio Sanburn e volli dirlo al mio amico.

“Non badarci troppo, amico mio.” Mi disse, aggiungendo che c’erano sempre dei leggeri attriti con la popolazione quando si effettuavano quel genere di attività ma che poi il progresso avrebbe reso i suoi frutti calmando gli animi. “Se si desse retta a questi squinternati, non ci sarebbe neanche una casa sulla Terra!”

Proseguimmo il pasto disquisendo di argomenti più frivoli e al termine ci ritirammo nelle nostre rispettive camere. 

Serie: Notte di Caccia


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Discussioni

  1. “Sebbene il luogo dell’incontro non fosse lontano e io non disdegnassi camminare quando mi si presentava l’occasione, quell’inizio di Ottobre, con i suoi venti decisi e le foglie marroni ai bordi delle strade, prometteva di essere l’anticamera di un inverno rigido, quindi montai in corsa su un tram, scendendo poi tre fermate più avanti.” avrei tanto voluto scriverlo io un pezzo come questo, ca**o che bello!

  2. L’incontro con il vecchio seduto sulla soglia di casa è un riuscitissimo escamotage che ci immerge totalmente nella narrazione e apre una finestra sui misteri che ci aspettano. Credo che il tuo modo di scrivere sia molto cinematografico. Mi piace!

  3. Le sensazioni che trasmette l’ambiente attorno ai personaggi è affascinante, il vento di Ottobre e le foglie marroni ai bordi delle strade, il verde di mille tonalità e la presenza della foresta, le luci rossastre del tramonto, tutto così “autunnalmente” suggestivo