La punizione esemplare

Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Gustav e il cartolaio raggiungono il bosco a notte fonda, sotto una pioggia torrenziale. È proprio lì che incontreranno l'insegnante di pianoforte con il suo allievo, entrambi due esseri raggelanti, dall'aspetto lugubre e farsesco.

«Le prometto che parlerò a lungo alla mia bambina. La riporterò all’ordine, a qualsiasi costo. Parola d’onore» le disse il cartolaio, con la voce fosca di angoscia, lo sguardo vago, disilluso.

«Allora ha saputo» inveì l’insegnante. «Immagino che le avranno riferito di cosa ha fatto la sua streghina, e anche della sua arroganza, disobbedienza e sfrontatezza, specie nel suo ostinarsi a non rispettare i tempi della mia bacchetta. Lo sa quante persone avrebbero desiderato prendere parte alle prove nella pioggia con l’orchestra dei morti? Me lo sa dire, signore?» gli gridava, mentre il cartolaio, mortificato, continuava a scusarsi, strusciando col viso lungo i grumi grigiastri delle calze della donna. Intanto io fissavo l’allievo, ansioso di capire, mentre mi confermava che la piccola Greta aveva risposto male e aveva abbandonato la prova ritmica prima del tempo, davanti a tutta l’orchestra, e che il suo comportamento trasgressivo rappresentava una grave umiliazione per la migliore insegnante dell’Accademia Chopin, quindi un terrificante precedente.

«Nonostante tutto l’aiuto che le è stato prodigato e i tempi di maturazione che le abbiamo concesso, insomma» continuava l’insegnante, mentre il cartolaio le si avvinghiava ai fianchi e lei insisteva a redarguirlo, senza muoversi a pietà: «Una punizione esemplare, è l’unico rimedio per una bambina del genere, così selvatica e refrattaria alle regole più elementari di condotta. Va corretta alle radici, nella sua natura distorta, che solo la punta della mia bacchetta potrà restituire all’ordine e alle regole auree dell’arte, della tecnica, della musica pura e assoluta. L’irriconoscenza e la presunzione andranno punite con il massimo della pena, signore. È l’unica strada per la conversione. Ritornando nell’autobus, accanto agli orchestrali morti, sua figlia ha umiliato tutta la mia professionalità e la mia dignità umana. Non so se lei ne è consapevole».

Cercai di intervenire in difesa del cartolaio, sperando di ammansire l’insegnante, che grondava di pioggia e di collera, porgendole con galanteria il mio ombrello. Al mio gesto la donna reagì con una mozione di sfida, quando poi aggiunsi: «Volevo dirle che… essendo morti, l’umiliazione in effetti non ci sarebbe stata. Ben diverso, invece, signora insegnante, se i ragazzi dell’orchestra da ballo fossero ancora vivi. Ci pensi, per favore».

«Lei è un avvocato, a quanto pare» mi disse l’insegnante, allungando una mano nei capelli del cartolaio, che aveva la faccia sepolta in un suo fianco. La vecchia sotto era quasi nuda. Ogni tanto lanciava un lamento metallico dalla gola e dalla zona centrale dello sterno. Le sue carezze nei capelli del cartolaio risuonavano pesanti, le stesse che si concedono ai cani di grossa taglia, mentre sognano di avvertirvi il peso dell’amore del padrone, insieme alla sua tendenza al dominio e al terrore della catena, e intanto lei continuava a parlarmi con la stessa severità che avrebbe assunto nei confronti del suo peggiore allievo.

«La bambina va punita, avvocato. Non vi sono alternative.»

«Come fa a sapere che sono un avvocato?»

«Ma è molto semplice: lo vedo da come si comporta, da come cerca di gestire e di controllare le dinamiche complesse degli eventi, come se si illudesse di poterli dominare e semplificare attraverso il suo ruolo. E per il fatto che sia intervenuto con tracotanza in una questione privata e assai delicata, con quel suo tono sicuro, professionale, parlandomi dei giovani morti come se si trattasse di stambecchi o di caprioli abbattuti da una tormenta di neve.»

«È stata molto intuitiva nella sua analisi, signora insegnante» le dissi.

«E lei stia buono adesso. Si dia una calmata» disse la vecchia insegnante rivolgendosi al cartolaio, che era esausto e si abbandonava con la faccia sui gradini, ormai sfiancato, dopo essere stato scacciato da una manata piena della donna.

«Perché non si ripara signora? È tutta bagnata» le dissi, avvicinandomi e porgendole il mio ombrello.

«Accetto volentieri il suo riparo, avvocato, ma a condizione che mi accompagni nella locanda di Sveva, una mia allieva che ha lasciato la musica per una forma violenta di esaurimento, poverina. Adesso ho solo bisogno di riparo e di buon cibo. Il resto lo vedremo più avanti.»

«Del buon cibo, certo. È proprio quello che ci vuole. Con questo tempo da lupi, poi» ripeteva il suo allievo, riparandosi a fatica nello stesso istante in cui la signora insegnante mi raggiungeva e mi prendeva il braccio con la sua mano piena di anelli neri e panciuti come scarafaggi.

«Allora, mi guidate voi, signora?» le dissi, quando il suo corpo flaccido era già schiacciato sul mio. Mi fece di sì con il capo, chiedendomi di girarmi e di risalire, che la locanda di cui parlava era dall’altra parte, a pochi minuti di strada. Ci avviammo in tre sotto il mio ombrello. Il cartolaio ci seguiva, arrancando a quattro zampe, guaendo come un segugio.

La locanda era accesa. Dai vetri affioravano delle lucine fioche, rosa e turchesi. L’insegnante ci fece strada, ostentando un ingresso trionfale, da regina della notte. Io rimanevo il più asciutto del gruppo, a differenza del cartolaio, che essendosi messo a carponi si ritrovò completamente infangato. Gli schizzi di pioggia gli avevano raggiunto anche la bocca, i capelli, gli occhi, la fronte e le orecchie a sventola.

«In queste condizioni» disse l’insegnante dell’accademia fissandomi con i suoi occhi gelidi, da sembrare di vetro «non trovo sia opportuno che il signor cartolaio entri insieme a noi nella locanda della mia ex allieva. Non è consentito l’ingresso ai cani. Sveva, che è la proprietaria della locanda, nonché pianista dalle doti strabilianti, avvocato, di certo non gradirebbe che un soggetto del genere, dall’aria disfatta e malaticcia, e con una bimbetta così sfrontata per figlia, tra l’altro, si sieda al nostro stesso tavolo e si rapprenda del nostro stesso calore, come del fumo delle pietanze che ci saranno servite. Abbiamo perso la bacchetta di cristallo per sognare il tempo, ed è solo per colpa sua, di quella viperina così cocciuta e sfrontata, maledizione» rivolgendosi con stizza al suo allievo, che era fermo accanto a lei, annuendo a qualsiasi cosa l’insegnante gli dicesse o gli mostrasse, senza mai obiettare. D’altro canto era quello che stavamo facendo tutti.

Continua...

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Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. L’orchestra dei morti è un’immagine molto potente, tanto da farmeli apparire più reali dei vivi stessi. Mentre per quanto riguarda la bambina, oltre ad apparirmi “viperina” ho colto una forza altra che la muove, ma forse è frutto della mia immaginazione. La bacchetta di cristallo appare sacra, eppure intravedo un’ombra.

    1. Ciao, Irene. Mi ritrovo perfettamente con la tua lettura dell’episodio. Gli elementi visionari ormai sono centrali e stanno prendendo il sopravvento sulle dinamiche della storia, invertendone spesso le prospettive, i sensi, i piani di relazione, come se lo sfondo si sostituisse alla figura. Anche i gesti della bambina, che cerca di sopravvivere alla dittatura della bacchetta di cristallo, prima di operare una sua ribellione, che sarà causa del suo castigo, è un elemento fondante che verrà ripreso nella zona finale. Al momento è ancora un’ombra di ciò che si rivelerà a finale di serie, ma è un elemento di ambiguità che esiste e persiste, per cui la tua percezione è più che giusta. Grazie ancora del tuo commento.

    2. E poi, non so se ci hai fatto caso, ma nel finale di episodio secondo l’insegnate il tempo si “sogna” e non si “segna”. Anche questo è un fattore di straniamento, che conferma la tua analisi del contesto. Un saluto.