
La rivoluzione non fa bene all’amore
Serie: Diversamente sole
- Episodio 1: Tawergha
- Episodio 2: La rivoluzione non fa bene all’amore
- Episodio 3: Frutto di passione
STAGIONE 1
Dopo il ponte si arriverà in vista di Massawa.
Humay e Bahman camminano lentamente, con il passo misurato di chi è abituato a percorrere lunghe distanze a piedi. Dall’abbigliamento sono riconoscibili come appartenenti al Fronte Popolare di Liberazione dell’Eritrea: divisa stracciata, kefia e sandali di gomma, i mitici kongo.
Siamo in febbraio, il sole tramonterà a momenti e subito dopo arriverà la notte, improvvisa come sempre. I due non sembrano darsi pensiero del buio imminente. Parlano. Anzi, discutono.
Il tono di lei è teso, in certi momenti quasi urla. Lui cerca di rispondere tranquillamente ma si avverte nella sua voce una incrinatura che lascerà presto spazio al nervosismo.
Siamo nel 1978. È piovuto da poco, non abbastanza per riempire il letto dei torrenti ma quanto basta per fare fiorire il bassopiano.
Humay si ferma e si siede sul ciglio della strada. I due restano per un poco in silenzio, Bahman si accende una sigaretta. Si guarda intorno, poi si rivolge a Humay, con l’intonazione paziente di un adulto che parla ad una ragazzina capricciosa.
«Guarda che se ci fermiamo non riusciremo ad arrivare a Massawa prima di notte».
«Che importa! Dormiremo all’aperto. O hai paura?»
«Lo sai che non è così».
«Non so più niente di te, ormai!»
«Ascolta, Humay: non possiamo parlarne tranquillamente? Sembra che tu voglia litigare».
«Sembra? Voglio litigare! E credo di averne tutto il diritto, visto e considerato che mi hai appena detto che te ne vuoi andare, che vuoi lasciare sia me che il tuo incarico per tornare in Iran. E che è quindi abbastanza probabile che noi non ci si riveda più. Secondo te non c’è motivo per litigare?»
«No, secondo me no. Potresti ascoltare quello che sto cercando di dirti da due ore, senza interrompermi e senza alzare la voce come stai facendo».
«Io so solo che te ne vuoi andare».
Il sole intanto è tramontato. Il cielo si tinge di viola, per un attimo, prima del buio.
L’aria profuma di erba, non accade spesso da queste parti.
Arrivano due dromedari e si fermano accanto ai due giovani, brucando con calma un’acacia.
Bahman si siede accanto a Humay: «Ascoltami. Abbiamo affrontato tante difficoltà insieme, in questi tre anni. Non gettiamo tutto, proviamo a risolvere insieme anche questo problema».
Humay non risponde. Dopo qualche minuto i due giovani si azano e riprendono a camminare.
Non parlano ma si sono presi per mano.
Diciamo qualcosa di loro.
Humay Bahrnegassì appartiene a una antica famiglia eritrea di origine egiziana. Ha lasciato l’Università per combattere con il Fronte per la liberazione del suo Paese.
Bahman Achamaneshī è iraniano e la sua famiglia è così antica, dicono, che era già decaduta al tempo in cui Alessandro conquistò Persepolis. È in Eritrea da tre anni. Arrivato seguendo storie di persiani sulla costa dancala, ha incontrato la guerra di liberazione e Humay.
Noi possiamo vederli come due schegge di storia antica ma loro si vedono come due mattoni nella costruzione di una storia nuova, per i propri paesi.
Camminano, dicevamo. Si fermano sentendo arrivare un camion.
Un camion militare che viaggia a luci spente:la notte è luminosa e i guerriglieri al buio si muovono meglio, come le pantere. Il guidatore fa cenno di salire.
Questa è l’Eritrea: prima ti aiutano e poi ti chiedono chi sei.
Humay e Bahman si siedono dietro, tra sacchi di farina e bidoni di carburante. Hanno detto che sono diretti a Massawa, hanno scambiato sigarette per due bicchieri di succo di zeitun e ora, seduti vicini, sembrano avere dimenticato la discussione di poco prima. Annusano il profumo di Massawa che si avvicina e ognuno decide dentro di sé che non si può essere in disaccordo in una notte così.
Ne riparleranno domani.
Arrivati a Taulud, una delle isole che formano la città di Massawa, decidono di non andare a dormire e si fanno lasciare all’imboccatura del Ponte degli Italiani.
Lo superano e si dirigono verso destra, superando l’edificio ormai abbandonato del vecchio Lido e fermandosi sul molo vicino al cinema all’aperto, in disuso da anni.
Sarebbe bello sedersi a un tavolino della piazzetta e mangiare i gamberoni fritti di Tedros, come una volta, prima del coprifuoco.
Anche la guerra ha una sua allegria, quando si è giovani e si può dividere una lattina di birra e una sigaretta con i piedi a penzoloni sull’acqua. Basterebbe solo il suono dei tamburi, che non ha paura del buio.
Il fatto è che Humay e Bahman non riescono ad essere allegri.
Quella notte stessa lui contava di raggiungere le coste dello Yemen in sambuco e da lì, poi, in qualche modo sarebbe arrivato a Bandar-e Abbas e poi a Teheran.
«Quando ho messo piede in Eritrea ero libero, pensavo solo alle antiche storie delle migrazioni di persiani verso la terra degli Habeshà. Cercando le loro tracce ho imparato ad amare questo Paese. Poi ti ho conosciuto, ho amato te e la tua rivoluzione, la vostra rivoluzione, ho combattuto con voi. Adesso devo andare a combattere per la mia gente».
Qualche giorno prima era arrivata in Eritrea la notizia delle proteste contro il regime dello Shah, esplose a Teheran e in altre città dell’Iran.
In un primo momento Humay non ha detto nulla. Poi, lungo il cammino, ha lasciato che dentro di lei si facesse largo la rabbia, augurandosi quasi che potesse aiutarla a trasformare in odio tutto l’amore e il dolore che provava. Strada facendo, è quasi arrivata a convincersi che Bahman sia uguale a tutti gli altri, e che la stia abbandonando come tutto il mondo aveva abbandonato l’Eritrea. Ha ripetuto a sé stessa che lei, Humay, e il suo Paese non avevano bisogno di nessuno, ce l’avrebbero fatta da soli.
Ora che sono seduti vicini sul molo, Humay sa che la solitudine la colpirà come una coltellata.
Ha venticinque anni. Sul suo volto ovale, sulla fronte ampia, si leggono radici antiche, egizie o sabee, in qualche modo regali. Non pensa nemmeno per un istante che potrebbe chiedere a Bahman di portarla con sé.
Uno sciabordìo annuncia l’arrivo del sambuco, si sentono le voci sommesse dell’equipaggio, l’imbarco avviene velocemente. Così velocemente che Humay non ricorda nemmeno se lei e Bahman si sono salutati, se si sono scambiati un ultimo bacio.
«Al diavolo», pensa. Raccoglie le sue cose e fa per andarsene, poi si ferma, si gira ancora un volta verso il mare nero della notte che ha inghiottito il sambuco, e grida al nulla: «Sono incinta di te, Bahman, e tu non vedrai mai tuo figlio!»
Se ne va definitivamenre.
In settembre arrivò a Keren, dove Humay era stata nominata responsabile di zona, la notizia che Bahman – insieme ad altri quattrocento trenta iraniani – era morto nell’incendio del cinema Rex di Abadan, organizzato dalla Savak, la polizia segreta dello Shah.
In ottobre nacque il figlio di Humay. Fu chiamato Darab.
Serie: Diversamente sole
- Episodio 1: Tawergha
- Episodio 2: La rivoluzione non fa bene all’amore
- Episodio 3: Frutto di passione
Ambientazioni descritte con maestria a parte, è stato toccante leggere della separazione di due ragazzi che si amano (e hanno avuto un figlio!), a causa di qualcosa di più grande di loro. Forse, più che la solitudine, a ferire Humay è la consapevolezza di non essere stata “scelta”, di essere seconda all’obiettivo che Bahman si è posto di raggiungere.
Proseguo la lettura!
Esattamente: sei entrato nel cuore orgoglioso di Humāy. Grazie!
Un tema che ho trattato, qualche volta, nei miei racconti, e forse per questo l’ho visto nei gesti e nelle parole di Humay 🙂
Mi fa MOLTO piacere
In Eritrea ancora succedono tante cose, tantissime ingiustizie… eppure nessuno ne parla.
Ammetto di aver letto il racconto con certa “ansia”, perché immaginavo che sarebbe successo qualcosa di drammatico… ma non immaginavo a lui e in un altro paese.
Grazie che apri queste finestre.
Questa mia serie è tutta su Eritrea e Libia, i paesi che dimentichiamo. Chi legge li fa rivivere, grazie.
È incredibile come tu riesca a dare voce a storie che altrimenti, per la maggior parte di noi, rimarrebbero sconosciute e a raccontarle attraverso gli occhi di persone, più che di personaggi.
Davvero complimenti!
Stai raccontando una storia praticamente sconosciuta ai più ma molto drammatica e importante, tanto dal punto di vista storico quanto da quello umano, con uno stile narrativo fluido e semplice.
Continuo la lettura.
Mi sto destreggiando, Giuseppe, di questi Paesi non si dovrebbe parlare😊
un storia drammatica, raccontata con stile sciutto e incisivo, complimenti anche per la conoscenza della materia.
Alla prossima
Grazie a te, Alessandro, e alla tua deformazione professionale.😄
Purtroppo di questo dramma si sa poco, non se ne parla se non sotto traccia, su internet, su qualche blog. Sembra tutto così lontano e distante da noi al punto che l’umanità stessa può esser vista come una forma di vita dannata residente su chissà quale pianeta. Eppure quell’umanità siamo noi. Tutto questo è così triste e drammatico al punto da creare l’urgenza del racconto e della memoria.
È una storia cancellata, soprattutto quella eritrea perché di Libia sappiamo. Una storia da…dire e non dire, però qualche punto fermo vorrei metterlo giù, insieme ai racconti.
Questa donna sa e profuma del suo Paese. A un certo punto mi sono persa e lasciata confondere dalle tue parole chiedendomi se tu mi stessi narrando di una giovane donna oppure dell’Eritrea. Un racconto crudo e bellissimo, scritto veramente bene. Una storia amara come ce ne sono tante in questo nostro strano e magnifico mondo. Tu hai il particolare dono della narrazione. Bravissima
E tu hai la capacità di arrivare dritta al punto: l’Eritrea È una donna.
“Anche la guerra ha una sua allegria, quando si è giovani e si può dividere una lattina di birra e una sigaretta con i piedi a penzoloni sull’acqua. “
L’imagine tratteggiata in questa riflessione ci porta ancora una volta a domandarci cosa si la felicità: se sia una condizione oggettiva (benessere, diritti, ecc..) o uno stato d’animo totalmente avulso dal contesto.
Per me, la seconda che hai detto.
“Ponte degli Italiani”
È stato costruito dagli Italiani?
Si, come tutta la strada da Massawa all’Asmara
“Annusano il profumo di Massawa che si avvicina e ognuno decide dentro di sé che non si può essere in disaccordo in una notte così.”
Se fossero tutte così le dinamiche di coppia, scandite dalla capacità di mettere da parte gli umori per godersi il momento, sarebbe un mondo migliore
Più che un mondo sarebbe un racconto😍
“Questa è l’Eritrea: prima ti aiutano e poi ti chiedono chi sei.”
Questo passaggio mi è piaciuto
Come ho letto da qualche parte “la rivoluzione consuma le persone”, letteralmente. Se si pensa a quello che costò combattere la guerra di liberazione in Italia- penso in particolare ai GAP- si comprende bene la verità di questa osservazione. Eppure, e senza cadere in una facile retorica del sentimento, ci si innamora e si ama anche in circostanze come quella che tu descrivi. Ma si pagano prezzi altissimi.
D’altra parte, chi fa certe scelte è anche attrezzata/o per farle. Così ho pensato Humay e Bahman.
Quante storie tristissime raccontate in modo bellissimo. È l’agrodolce che distingue la cucina più divina che esista per l’anima. Quante vicende simili sono rappresentate da questa, prototipale?
Già, questo è il punto!
Ciao Francesca, ho amato questo tuo racconto per l’amore che trasmette, di una giovane donna verso il ragazzo e per il figlio che sta per nascere. Del giovane uomo per la sua gente, per il suo Paese. Non riesce a sottrarsi, anche se invano, dal combattere per difenderlo, rinunciando al piacere di stare con lei.
Il mondo intero, gli esseri umani, avrebbe bisogno di amarsi e di sentirsi amati, per far cessare tutte le guerre.
Ciao Luisa, che bella e comprensiva è la tua lettuta, come sempre. Grazie.
Malinconia tra amore e ideali, lotta tra libertà e rivoluzione. Tutto molto interessante.
Grazie mille, Giuseppe