La sala della cultura

Serie: L'imperatore dei Mari


La seconda notte al fortino dei proseliti, Sei la trascorse nuovamente insonne. L’unica differenza con quella precedente era la natura dei pensieri, non erano più dubbiosi, adesso era molto eccitato e desideroso di saperne di più, non vedeva l’ora di sentire le nocche colpire la porta, di iniziare una nuova giornata. Per tutta la notte non aveva tolto la maschera, voleva farsi trovare pronto.

Quando arrivò la sveglia, Sei era già in piedi al centro della cella e fece accomodare il confratello: quella mattina era Uno l’addetto.

Finito il rituale dell’orinale e del saio, Uno non disse una parola, continuò a esercitare il suo compito. Il sorriso, nascosto dalla maschera, scomparve sul volto di Sei. Sperava con tutto se stesso che il vento iniziasse a soffiare, non aveva nessuna voglia di stare in silenzio nuovamente per tutto il giorno, non due volte di fila quantomeno.

Il ragazzo si mise in coda, e seguì i confratelli lungo il corridoio. Salirono la scala fino alla botola, la luce li pervase. Attraversata la sala dei pasti e usciti sul muschio, una leggera brezza iniziò a soffiare azionando la girandola. Sei tirò un sospiro di sollievo.

Gli uomini impugnarono dei bastoni con delle setole di erba secca alla base e iniziarono a sbattere la copiosa polvere. A Sei fu dato il compito di posizionare le sedie sulla tavola e di trascinare il sacco per raccogliere i residui spazzati. Conclusa quella fase, la confraternita degli Incappucciati lasciò il fortino, scese le scale intagliate nella roccia, salì a bordo delle barche a remi e prese il largo. I cinque calarono le lenze delle loro canne in attesa che qualche pesce abboccasse. Sei li guardava e apprendeva, allo stesso tempo una voce, nella sua testa, ripeteva: “nella calma risiede la forza”.

Pescati due grossi pesci, gli uomini tornarono al fortino, e ne fecero una zuppa. Finito di pranzare, rassettarono nuovamente la sala dei pasti e scesero le scale verso le celle. Alla base dell’ultimo gradino giaceva un secondo ingresso; Sei non lo aveva ancora notato.

Uno alzò il portellone, lo poggiò alla parete, impugnò una torcia e iniziò a scendere una scala a pioli in legno. Facendo luce con il fuoco della torcia permise una discesa agile al resto del gruppo. Sei non fu l’ultimo questa volta perché la botola andava richiusa ed era ancora pesante per lui. Aprendo l’oscurità con il fuoco, Uno guidò i confratelli nell’angusto corridoio roccioso fino a una porta; l’aprì e dal suo interno uscì puzza di umido e di chiuso. Nonostante la maschera fosse spessa, Sei riuscì ad avvertire quella puzza restandone nauseato. Uno fece il giro delle quattro pareti accendendo altre torce.

«Questa è la sala della cultura», spiegò Uno, «una delle nostre mansioni è quella di studiare gli avvenimenti del passato per poterne trarre beneficio, non incappando negli stessi errori già commessi e cercando di estirpare le due più grandi minacce del mondo: la Magia e l’Ateismo.»

«E come lo facciamo?»

«Combattendoli.» Rispose semplicisticamente Cinque.

«Li studiamo e creiamo la giusta strategia per combatterli.» Si intromise Quattro.

Sei lo guardava confuso.

«Tutte queste pergamene e questi libri, sono stati scritti da uomini e donne buoni, come anche da persone malvagie. Qui puoi trovare la dottrina degli Dèi, i racconti su Xenxo, ma anche storie e spiegazioni atee sulla tecnologia.» Disse Tre.

«Inoltre incantesimi e consigli su come usare la Magia e la Magia nera. Maghi e Stregoni sono sempre alla ricerca di nuovi adepti, e usano le parole per ammaliare i cuori deboli.» Completò Due.

«Capisco.» Disse Sei.

«Il nostro compito è quello di ampliare le nostre conoscenze, di farle nostre in modo da poter essere pronti ogni qual volta ci ritroveremo difronte a uno stolto, presuntuoso peccatore, portatore e predicatore della menzogna e dei falsi Dèi.» Disse solennemente Uno.

«Be’, c’è solo un problema. Io sono figlio di venditori di frutta, non so leggere, né scrivere, però so contare se può esservi utile.»

I cinque Incappucciati si guardarono attraverso le fessure delle loro maschere, si tolsero i cappucci e si grattarono la testa.

Uno fece un cenno con la testa a Cinque, che iniziò a frugare sugli scaffali appesi alla sinistra della sala. Finalmente riuscì a trovare la pergamena, la aprì e lesse nella sua mente le lettere disposte verticalmente, scritte in modo molto elegante, con un inchiostro rosso che luccicava in contrasto tra le luci delle fiamme e la gialla vecchia carta.

Due sapeva già cosa fare. Avanzò con passo deciso verso l’altro confratello dalla maschera di malta, prese la pergamena in pugno, raccolse una torcia dalla parete e la porse a Sei; il ragazzo afferrò prima il legno e poi la mano dell’altro. I due tornarono indietro, nella sala dei pasti, presero posto e Due distese la pergamena tenendola ferma con delle ciotole poste agli angoli.

«Mi dispiace.»

«Cosa ti dispiace, giovane fratello?»

«Farti perdere tempo prezioso.»

«Istruirti non è assolutamente una perdita di tempo, anzi, per me è un grande onore e privilegio aiutare i nuovi. Impiego il mio tempo bene con te, in modo che un giorno io dovrò avere meno carico di lavoro, perché ci sarai tu ad alleviare il mio fardello.»

Sei fece un cenno di intesa e iniziò ad ascoltare la voce di Due mentre ripeteva ad alta voce l’alfabeto, aiutandolo a memorizzare le lettere accostando oggetti o animali.

Due era abbastanza soddisfatto dei progressi del giovane, il giorno successivo avrebbero provato a trascrivere le lettere apprese. La lezione durò molte ore e finì solo quando gli altri tornarono dalla sala della cultura.

Mangiarono gli avanzi del pranzo, bevvero tanta acqua e alla fine tornarono alle loro celle.

Chiusa la porta alle spalle, Sei slacciò la corda, tolse il saio e si grattò: non si era ancora abituato a quell’abbigliamento, era una tortura. Indossò la veste per la notte e si buttò, letteralmente distrutto, sul pagliericcio.

Sentiva addosso quella sensazione che si prova dopo aver passato un’intera giornata sulla spiaggia a non far niente, un po’ stanco, un po’ rilassato, a tratti confuso, la testa era per metà leggera e per metà pesante. Inoltre tutto quello studio, non era abituato. Credeva che la stanchezza potesse essere solo fisica ma quel giorno imparò che la stanchezza mentale può essere più atroce, più cattiva, più duratura. Tuttavia, osservando il soffitto, vide che gli occhi si chiudevano sempre più velocemente, pensò fugace che sarebbe riuscito a dormire quella notte, sbatté un paio di volte ancora le palpebre, si mise di lato e si addormentò.

Sei non riuscì a capire quanto avesse dormito, quando la porta della sua stanza fu sbattuta ferocemente facendolo sobbalzare. Sentì i confratelli agitarsi e dirigersi verso il piano superiore, con la sola veste da notte, raggiunse la sala dei pasti e udì un potente vento urlare dalla finestra, indossò i calzari e raggiunse gli altri, che stavano recitando le loro preghiere con le mani rivolte in avanti, Sei seguì le diramazioni filamentose delle loro dita e vide un tornado, il più grande che lui avesse mai visto, non era stato mai in grado nemmeno di immaginarlo uno così vasto. Provò come aveva fatto in passato di contenerlo, era soltanto il suo terzo tentativo, ma ormai la furia ventosa era troppo vicina, non era in grado di visualizzarlo tra le sue mani, si voltò verso il resto degli Incappucciati, era sicuro che Uno gli stesse ordinando qualcosa, non riusciva a comprendere a causa del forte vociare dei venti, fece qualche passo in avanti ma Uno gli fece segno di no con la testa.

Sei tornò nel fortino, prese la pergamena con l’alfabeto, Due l’aveva lasciata lì, pronta per il giorno successivo, e scese verso le celle. Non si sentiva abbastanza al sicuro e nemmeno il suo prezioso tesoro lo era, doveva preservarlo, senza non sarebbe mai stato in grado di leggere e di scrivere, “prerogative importanti se vuoi un giorno diventare qualcuno” gli aveva detto quel pomeriggio Due; sollevò a gran fatica la botola che portava alla sala della cultura, che lo colpì sulla spalla facendogli perdere l’equilibrio. Il ragazzo rovinò sulla roccia. Si rialzò accertandosi di non essersi rotto nulla. Il cunicolo era molto buio, non aveva avuto tempo per accendere un fuoco, si accovacciò e iniziò a camminare a quattro zampe, lento, non vedeva niente, infatti colpì in pieno la porta d’accesso. Si mise in piedi e provò ad aprirla. Fortunatamente non era chiusa a chiave, la spinse con fatica, sgattaiolò dentro. Strisciando contro la parete riuscì a trovare un angolo lasciandosi scivolare fino al pavimento. Ripeteva le lettere imparate quel pomeriggio.

Al centro della parete di fronte intravide una luce. Gattonando la seguì, raggiunse uno dei tanti scaffali, la luce era molto in alto, si arrampicò su una sedia e agguantò, con entrambe le mani, il grande tomo: brillava di luce propria e le sfumature rischiaravano la maschera legnosa. Sei saltò dalla sedia, rapito dalla bellezza di quel libro, tolse la maschera, e accarezzò le lettere incise in bassorilievo, provò a leggere il titolo: La Magia del Continente del Nord. L’inizio della perdizione.

Sei non era ancora in grado di interpretare le lettere, quindi decise di aprire il libro alla ricerca di qualche figura. La luce rosa-arancio inghiottì il buio.

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