La scommessa

Apro gli occhi. Li tenevo chiusi ma non dormivo. Succede sempre così quando devo affrontare una giornata impegnativa, passo la notte in bianco. Il mio fisico mi rema contro, per farmi partire già stanco e meno lucido del solito, in modo da peggiorare la situazione. Oggi poi sarà determinante e, comunque vada, la mia vita potrebbe cambiare per sempre. Perciò preferirei che tutto filasse liscio.

Mi alzo dal letto. Doccia, barba, capelli con calma. Sono in largo anticipo, gli abiti da indossare li ho già preparati e, salvo ripensamenti dell’ultimo secondo, o la scoperta di una macchia imprevista, o il classico bottone che si stacca ruzzolando dove è impossibile recuperarlo senza smontare l’armadio, mi vestirò in un lampo. Evito la colazione al bar, per non sporcare i denti. La sequenza giusta è biscotti, caffè e alla fine dentifricio e spazzolino. Il fluoro dopo la caffeina fa schifo, ma devo.

Pare che sono a posto. Lo specchio riflette l’immagine di uno che sa nascondere emozioni e insicurezze. Però lo specchio forse mente. Staremo a vedere.

Vado.

La statale è una lingua d’asfalto semideserta. Arrivo al semaforo. Rosso. Un vecchio brano alla radio, una pubblicità che parla di futuro su un muro. Futuro… esiste più un futuro?

Riparto e svolto a sinistra. Un insetto si schianta sul parabrezza, avrei bisogno di altro caffè. La giornata è tersa, sembra primavera invece è inverno. Centro storico alle spalle, imbocco la rotonda e poi la terza uscita. Supero un furgone, sento l’urlo delle sirene in lontananza. Ormai manca poco. Le mani sudano, mi devo concentrare. Ecco le case gialle, la pompa di benzina, sono arrivato. Un ristorante nella periferia di Senigallia. Il mio. Intorno la campagna, pochi alberi e l’abbaio di un cane. Scendo dalla Golf, il locale è immerso nel silenzio. Non l’ho più riaperto, mica potevo. Giro veloce fra i tavoli, tolgo polvere e sporcizia dalla cantinetta dei vini, scaccio un ragno da una mensola. C’è puzza di chiuso, spalanco le finestre. I miei occhi azzurri s’incastrano su una lattina vuota sul pavimento, su un bicchiere sopra una sedia. Dettagli, o forse reliquie. È da un po’ che non venivo in questo posto, non so perché ci sono tornato proprio oggi. Per ciò che mi aspetta andava bene anche il Pc di casa. Arrivo al bancone del bar, ripenso al lavoro frenetico, ai clienti, alla musica di sottofondo. Gli odori, mi mancano pure quelli. Sembra un secolo fa. Poi il disastro. Le belle parole e le promesse non mi hanno aiutato, non potevano. Perciò eccomi qui, che quasi mi commuovo davanti ai fornelli e alle pentole accatastate, davanti ai mestoli, alle grattugie, alle teglie e a ogni altro utensile della mia cucina. D’estate faceva un caldo del diavolo, ora c’è un freddo muto quasi solido. Andrà tutto bene dicevano, invece… Un’occhiata all’orologio, il momento è arrivato. Devo parlare con loro. Devo comunicargli le mie intenzioni. Mi dirigo in ufficio. Pc acceso, uno sguardo alle targhe appese, ai premi, ai riconoscimenti del mondo di prima. Mi siedo sulla poltrona. Fisso il desktop su cui campeggia Roma, sbadiglio. Forse non ho ancora deciso, semplice. O forse è solo la paura di farlo. Le dieci in punto, apro un cassetto della scrivania come alla ricerca di una spinta. E lo vedo. Mezzo dollaro d’argento, chissà com’è finito qui. Lo prendo e sorrido. Pochi istanti e loro sono sullo schermo. Luca, Marco, Elisa, Viola, Andrea, Rita, Enrico, Sabrina e Omar. I miei dipendenti. La mia squadra. Li saluto, ci scambiamo i soliti convenevoli. Per qualche minuto siamo solo un gruppo di amici che chiacchiera su Google Meet. Omar elogia la mia consueta eleganza, perché l’abito fa il monaco, mi dice sorridendo, perfino adesso. I loro volti tuttavia tradiscono la tensione, la vita li spaventa e si vede. Allora io agisco d’impulso, mi affido all’istinto. Espongo la mia pazza idea, tutta d’un fiato così com’è venuta all’improvviso, vedo la reazione che produce.

—“Testa”, e si riapre — dico loro, indicando la moneta. — “Croce”, ognuno va per la sua strada.

Nessun commento particolare, nessuna protesta. Sono già pronti al peggio, per uscire di scena un modo vale l’altro. Viola si mangia le unghie, solo Enrico scuote la testa, perplesso.

Lancio la moneta in aria, attendo il suo tonfo metallico sulla scrivania. Tanto lo so già che JFK è lì che mi fissa. Annuncio il verdetto fra lo stupore generale e qualche lacrima di gioia. Chiuso il collegamento ritorno al bar, ho bisogno di una grappa d’annata. Mi porto dietro il mezzo dollaro, lo metto in tasca. Un mezzo dollaro d’argento del 1964 con un piccolo particolare. Me l’ha regalato mio zio Aldo diversi anni fa, quello che da giovane faceva il mago. Ha due teste: da un lato quella di JFK, dall’altro quella di JFK. Due teste, un unico presidente, un unico risultato. Perché a essere sinceri c’era una parte di me che aveva già deciso, anche se non volevo ammetterlo. Aveva deciso di non mollare. Punto.

E, per dio, avrebbe ingannato chiunque, persino il destino.

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Discussioni

  1. Ho apprezzato moltissimo questo racconto che parla di tutti noi. Un paio di anni fa ci siamo svegliati in un mondo distopico, dove le strade erano deserte e gli unici suoni che si sentivano erano quelle delle ambulanze che andavano avanti e indietro. Spero sinceramente che riusciremo a raccontare tutto questo alle future generazioni con un sorriso. E spero che si torni alla normalità, che il “trucco” della moneta con due facce funzioni perché il destino ci deve una change