La scuola di Atene – Raffaello Sanzio

Serie: Oltre il dipinto


Il sole bollente di metà agosto, si stagliava sopra la sua testa. 

Il caldo era insopportabile, non aveva a disposizione un cappello per proteggersi la testa sperando così in un briciolo di ombra per nascondersi dall’afa di quello che sembrava un primo pomeriggio. I suoi occhi, data la polvere, non mettevano a fuoco le persone in lontananza. Tutto era avvolto nel caos più totale, stralci di conversazioni che non capiva, il nitrito di alcuni cavalli e i passi sulla ghiaia che risuonavano per la piazza: un mercato a cielo aperto si stagliava davanti a lei.

La piazza circolare con colonne corinzie in cui era capitata era gremita di persone che andavano e venivano creando rumore e confusione, ma soprattutto tanta, forse troppa, polvere.

Una nube si sollevò dopo il passaggio sulla strada non sterrata di un carro con un cavallo, chi era alla guida sbraitò qualcosa rivolgendosi a lei, ma neanche il tempo di ribattere che il carro era già sparito tra la frenesia del posto. Alcuni occhi si puntarono su di lei dopo l’accaduto, abbassò il capo in segno di vergogna e le sue guance si dipinsero di un rosso carmensi. Giocava con le dita delle sue mani in preda al nervosismo e in cerca di una via di fuga; tossì, la gola le si era seccata e le parole le uscivano a fatica.

Ancora non sapeva bene dove fosse finita, si sentiva fuori contesto senza una mappa o un orologio per sapere che ore fossero, senza nessun segno familiare nelle vicinanze. Pensò, come davanti al baratro di nebbia, di estrarre la sua agenda e controllare la data impressa sulla carta, ma insieme al suo completo blu anche quella era sparita nel nulla.

Si mise una mano sulla testa per constatare che il sole le stava bruciando i capelli, alcune goccioline di sudore scivolavano dalla sua fronte, fece qualche passo, la polvere e alcuni sassolini le si infilarono sotto i sandali intralciando il suo cammino. Si accovacciò e con cautela e calma estrasse da sotto la sua pianta del piede ogni sassolino. Alzando lo sguardo vide un uomo in lontananza, stava lavorando in quello che all’apparenza sembrava un negozio di vasi; si avvicinò correndo, l’uomo la squadrò da capo a piedi con faccia stranita lei riprendendo fiato chiese la prima cosa che le passò per la testa – Sa che ore sono? – poi si sedette, un po’ per la corsa e un po’ per il caldo torrido; si appoggiò una mano sui capelli e per un attimo pensò che fossero andati a fuoco. L’uomo la guardò confuso, e in una lingua che non aveva mai sentito le chiese qualcosa, lei non lo capì: – Tic Tac – disse.

Il proprietario del negozio aprì la bocca e poi uscì da dietro il bancone, rimase sotto al sole per una manciata di secondi gesticolando con la mano destra; da quella prospettiva sembrava ancora più alto di quello che già fosse, aveva i capelli color sabbia lasciati lunghi fino alle spalle, vestiva una tunica bianco sporco simile alla sua, un paio di sandali più grezzi e rovinati e non portava la corona d’alloro. Tornando dietro il bancone prese un pezzetto di pergamena e scrivendo qualcosa, la ragazza si avvicinò al piano, sul foglio erano scarabocchiati un segno da una parte e due dall’altra, l’uomo intanto riprese a lavorare dandole la schiena. La ragazza lo guardò con un sopracciglio alzato, non aveva capito molto: – Non potrebbe essere più preciso, non ha per caso un orologio?- l’uomo che intanto stava sbrigando le proprie faccende, si girò di scatto, la squadrò da capo a piedi, la ragazza batte con due dita sul suo polso per simboleggiare l’oggetto mancante, l’uomo continuava a non capire e con fare minaccioso le disse: – Come? Cosa farnetichi? Io l’avevo detto ad Aristotele che non era una buona idea prendere ragazze all’interno dell’Accademia – come per magia il suo cervello aveva capito quello che l’uomo le aveva detto; il proprietario si girò bruscamente continuando il lavoro lasciato in sospeso, ovvero pulire vasi di terracotta. 

Sospirò, non c’era verso che l’uomo potesse aiutarla.

Un ragazzo più o meno della sua stessa età entrò nella bottega e chiese qualcosa all’uomo che subito provvide a procurargli. Il ragazzo fece cenno con il mento all’uomo indicandola e lui semplicemente alzò le spalle porgendo al ragazzo una brocca. Rimuginando sulla risposta ricevuta la ragazza rimase seduta su un vaso; da quello che si ricordava non aveva mai messo piede all’interno di un’Accademia e menchemeno in quel posto. 

Poi qualcosa scattò all’interno della sua mente:

Aristotele. Aspetta aveva detto Aristotele?

Si alzò bruscamente e scostando in modo violento il ragazzo da davanti al bancone disse con stupore: – Aspetti, Aristotele è vivo?

Adesso erano due le paia di occhi che la guardavano credendola pazza; l’uomo fece cenno al ragazzo di andarsene e di non preoccuparsi di lei. Prese la ragazza da un braccio e la condusse correndo al di là della piazza, passarono in mezzo a decine e decine di persone che si girarono mormorando o sussurrando tra di loro cose che lei non riuscì a comprendere. Cercava di divincolarsi da quella stretta, ma lo sguardo contrariato che le rivolse l’artigiano non sembrava darle scampo, così si fece trascinare fremendo di curiosità.

Arrivarono davanti a quello che sembrava un tempio a cielo aperto, c’erano statue degli Dei ai lati, riuscì a riconoscere Apollo e Atena incastonati in nicchie apposite, al centro un corridoio di marmo bianco brillava alla luce del sole. Alcune persone sparse per il tempio erano appoggiate ai muri, borbottando tra di loro, erano tutte vestite con colori più sgargianti e meno monotoni dei suoi, alcuni tenevano in mano fogli, altri libri e via discorrendo. Sembrava stessero aspettando qualcosa, o forse, qualcuno. Sui gradini alcuni uomini leggevano libri e appuntavano su fogli di pergamena idee, filosofie, storie.

Il mormorio fu zittito e tutti si appostarono ai lati del corridoio, l’uomo la prese per le spalle e la portò in prima fila davanti a tutti gli uomini e prima di andarsene le disse – Da qui passerà Aristotele avrà una tunica verde e azzurra, quella – e poi indicò qualcosa in lontananza – è la porta che conduce al suo studio – poi le diede un tenero buffetto sulla guancia e se ne andò, perdendosi tra la folla.

C’erano anche dei bambini, uno dei quali si trovava in braccio alla madre, la sua coroncina decorata con dei fili dorati risplendeva, il bambino la guardò e con una faccia stranita mosse la sua manina verso di lei, poi fu inghiottito, insieme all’unica donna presente, dalla folla.

Non aspettò molto prima di vedere in lontananza due persone, rispettivamente con tunica viola e verde, iniziassero a camminare verso di loro, per il corridoio. Da dove era lei non capiva se stessero parlando animatamente o discutendo nel peggiore dei modi.

In poco tempo si avvicinarono a lei e per questo potè scorgere quello che a quanto pare doveva essere Aristotele con una mano protesa in avanti mentre l’anziano al suo fianco puntava il dito verso l’alto.

Non riusciva a capire se l’uomo le avesse detto il vero, nei libri di filosofia non sono mai descritte dettagliatamente le apparenze dei filosofi greci, forse perchè non rappresentano informazioni determinanti per la loro filosofia; non sarebbe stato male saperlo in questo momento.

Dopo il passaggio dei due uomini, la folla si dissipò spargendosi in diversi punti. La sua missione era andare a parlare con il presunto Aristotele e così si avviò verso la porta che le era stata indicata, in legno e per quanto risultasse non pareva chiusa del tutto.

– Ehi tu, dove pensi di andare? Sei una donna– delle grida la fecero girare e potè constatare che un gruppo di ragazzi la stava chiamando fischiando nella sua direzione. Erano vestiti come lei e una corona di alloro cingeva la loro testa.

Una smorfia attraversò il suo viso.

Il Medioevo

Poi ricordandosi del bigliettino e di chi aveva appena incontrato, sospirò.

I ragazzi si avvicinavano a lei urlando ed attirando l’attenzione di quelli che passavano, molta gente si stava riunendo vicino a loro, la sua schiena toccava la porta. La mano scivolò sulla maniglia e presa dal panico la ragazza aprì la porta e la richiuse appoggiandovisi sopra.

La stessa luce bianca la investì e in un batter d’occhio il suo aspetto era cambiato di nuovo, voleva aprire la porta, non era riuscita neanche a scambiare una parola con Aristotele, ma quando si voltò la porta era scomparsa.

La sua tunica era rimasta la stessa, solo di un azzurro tenue; un velo dello stesso colore cingeva la sua testa, i capelli, raccolti in un arzigogolo dietro la sua testa lasciavano due ciocche sciolte decorare il viso. Era scalza, teneva in mano un paio di sandali verde militare.

Una moneta brillò sul palmo della sua mano, TVLLS HOSTI, l’effige presentava il terzo Re di Roma.

Era il 10 d.C.

Serie: Oltre il dipinto


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Discussioni

  1. I riferimenti culturali di cui è intrisa questa Serie la rendono davvero unica, continuerò a seguirla…non capita tutti i giorni di fare un salto temporale e di incontrare dei giganti.

  2. Questa serie mi sta davvero incuriosendo. Apprezzo sinceramente questa escursione nel mondo della pittura, cosa che denota sicuramente la presenza della necessaria cultura artistica per raccontare ed “animare” i dipinti che danno il titolo ai tuoi episodi.
    Credo che questo saltare di dipindo in dipinto sia la forma più originale di “viaggio nel tempo” che abbia visto.
    Aspettiamo cosa succederà ora davanti a Tullo Ostilio!