La scuola è finita…

Serie: Nascondino


La piazza di Mortella alle otto di mattina era vuota e silenziosa. Le chiacchiere dei ragazzi che si recavano a scuola erano cessate da più di dieci giorni ormai.

Come ogni anno, per celebrare l’ultimo giorno di scuola tutti gli studenti più grandi chiudevano la giornata scolastica rincorrendosi per il paese lanciandosi gavettoni e sacchi di farina. Gli anziani che li guardavano scuotevano la testa per tutto il ben di Dio sprecato. Quanto pane avrebbero potuto fare con quella farina! Il giorno dopo era iniziato il silenzio. Niente più zaini colorati a riempire le strade, né negozi di alimentari in cui era impossibile entrare, perché strapieni di ragazzi che dovevano comprare la merenda. Il tiepido sole mattutino era l’unico compagno dell’asfalto, insieme a chi che si godeva la pace che regnava a quell’ora. Dalle finestre aperte delle cucine veniva fuori l’odore di caffè appena fatto. Riempiva l’aria al punto da poterne sentire il sapore soltanto chiudendo gli occhi.

Elena aveva proprio bisogno di un caffè, e stava odiando tutti i suoi concittadini che avevano avuto il tempo di concederselo. La calma di quando ci si siede a tavola con una tazzina fumante e tenere lontani i pensieri almeno per qualche minuto. Lei quel lusso non se lo poteva concedere. Si era svegliata con la sensazione che le sfuggisse qualcosa. Aveva sulla spalla una fastidiosa mosca che ogni tanto le volava vicino all’orecchio per ricordarle che la sera, prima di chiudere gli occhi, le era venuto in mente qualcosa. Stava per accendere il gas sotto la caffettiera quando un lamento proveniente dalla sua camera da letto le aveva ricordato come un flash di aver finito il latte per Melissa. Aveva lasciato perdere tutto ed era corsa in bagno a lavarsi in fretta e furia, dopo aver controllato la bambina che per fortuna dormiva ancora. «Filippo vai a prendere tua sorella nel lettino, io devo correre a comprare il latte» aveva raccomandato a suo figlio grande. Aveva undici anni e sebbene fosse l’ometto di casa attento e diligente, gli piaceva di più dormire fino a tardi la mattina, soprattutto con la scuola chiusa. «Filippo, mi hai sentito?». Elena con una mano si asciugava il viso e l’altra scuoteva il figlio dal torpore del sonno.

Il ragazzo aveva aperto gli occhi solo un istante, per poi richiuderli. «Se non ti alzi, stasera non ti faccio uscire con i tuoi amici». Le sue parole avevano avuto effetto come un bicchiere di acqua gelida addosso. Si era seduto in meno di un secondo. Con le mani si stropicciava gli occhi e cercava di ricordare cosa gli aveva detto la madre riguardo Melissa. «Mamma» con la voce ruvida di sonno, soffocò uno sbadiglio. Elena lo stava già guardando di traverso. «Mi puoi ripetere cosa devo fare? Non ho sentito». La donna alzò gli occhi al cielo e uscì dalla sua stanza per correre a prendere la piccola che stava iniziando a piangere. Si chinò sul lettino di legno bianco e allungò le braccia fino a prendere quel piccolo esserino che era capace di urlare come la sirena della macchina della polizia. «Buongiorno tesoro» le schioccò un bacio sulla fronte. «Ora rimani qualche minuto con tuo fratello». Afferrò la borsa sulla sedia vicino al comò e tornò in camera di Filippo, lasciando la bambina sul letto con la promessa di tornare subito.

Era una fortuna che la scuola fosse finita e non dovesse scansare i ragazzi per raggiungere la bottega di Carmela. I suoi passi erano gli unici nella via dove abitavano. Entrata nel negozio si fermò per il fiatone che aveva per la corsa che si era fatta. «Buongiorno Carmela, mi daresti due litri di latte fresco?» le chiese tra un respiro e l’altro. La donna con il grembiule bianco si spostò al banco frigo e le appoggiò sul bancone le due bottiglie richieste. Le lasciò i soldi sul bancone e con la busta tra le mani corse di nuovo a casa. In un paio di strade parallele più a nord in una casa più modesta viveva la famiglia di Roberta.

Aveva dodici anni e si stava affacciando all’età dove non era decoroso avere un gruppo di amici tutti maschi. Ma con le femmine non ci andava proprio d’accordo. Crescere con due fratelli maggiori era stata la sua rovina, ripeteva sempre alla mamma. Quando era piccola nella lettera che scriveva a Babbo Natale chiedeva sempre se potessero cambiarle uno dei suoi fratelli con una sorella. Anno dopo anno si era dovuta rassegnare a non vedere esaudito il suo desiderio. In fondo aveva capito che essere la sorellina più piccola aveva i suoi vantaggi. Uno di questi era poter stare fuori fino a tardi la sera perché c’erano i suoi fratelli a sorvegliare su di lei. Aspettava tutte le sere il solito segnale. Il suono del citofono da parte dei suoi amici e correva fuori per una nuova avventura.

Dall’altro lato della vita, dove finivano le case popolari e iniziavano le villette viveva Cosimo. Suo padre l’avvocato Ferretti gli aveva riempito anche le vacanze estive con lo studio e le varie attività che doveva seguire. Era seduto al pianoforte con le spalle scese e la testa piegata. Stava riprovando per la centesima volta un brano che non riusciva proprio a suonare. A ogni errore si preparava a ricevere una scoppola dal maestro. Incassava senza dire neanche una parola. Ci riprovava sempre con maggiore impegno, ma nessuno riusciva a capire che non era per lui suonare. Avrebbe preferito di gran lunga partecipare a una lezione di pugilato. Ma guai a dirlo al padre. Non tollerava la violenza e non poteva permettere a suo figlio di farsi rovinare. Non avrebbe potuto seguire le sue orme se si fosse ricoperto il viso di cicatrici.

Su uno sgabello dietro il bancone di una ferramenta sedeva Nicola, detto Nico. Non gli andava giù che gli avessero affibbiato lo stesso nome del nonno. Aiutare suo padre nel negozio era stata un’imposizione di sua madre. «Io alla tua età lavoravo nei campi per guadagnarmi da vivere», per cui compiuti i dodici anni faceva il commesso affianco al padre per la stessa paghetta che gli davano lo scorso anno. Lo trovava tremendamente ingiusto, sua sorella Lidia aveva sedici anni e non aveva mai mosso un dito se non per chiedere altri soldi quando usciva con le sue amiche. Suo nonno, che lo amava quel filo in più rispetto agli altri nipoti visto il nome che portava, lo viziava dandogli mance di nascosto dalla figlia.

Ivan era stravaccato sul letto con un libro tra le mani e la pila sul comodino che cresceva sempre di più. Suo padre aveva imposto al resto della famiglia di non disturbarlo mai, lui era il più intelligente e ogni volta che finiva un anno scolastico correva di bar in circolo a dire a tutti che bei voti avesse preso. Sognava a occhi aperti il giorno in cui si sarebbe laureato. Sarebbe stato il primo della sua dinastia di contadini e manovali. Era così orgoglioso del suo bambino che sembrava crescere mangiando libri di chimica e matematica. Ivan dal canto suo, approfittava della libertà che gli concedevano, ma sentiva addosso la grossa responsabilità di non deludere i suoi genitori.

Il sole aveva lasciato spazio nel cielo alla sera facendo colorare il cielo di blu. Un vento fresco stava spazzando via il calore delle giornate estive. Gli abitanti di Mortella erano riuniti intorno al tavolo imbandito della cucina. I ragazzi aspettavano con trepidazione che si facessero le nove, Filippo suonava a tutti i loro campanelli per riunirsi per i loro giochi serali. Le tappe erano sempre le stesse. Andava a chiamare prima Nico, Roberta, Ivan e tutti insieme andavano da Cosimo per riunirsi al resto della comitiva nella piazzetta dietro la chiesa. Avevano suonato due volte al campanello dei Ferretti non ricevendo nessuna risposta. Incapaci di lasciar perdere, avevano unito le mani a coppa davanti alla bocca e urlarono a squarciagola il nome del ragazzo. Il rumore della cornetta del citofono che veniva sollevata precedette la voce di sua madre. «Cosimo non può uscire questa sera, potete andare ragazzi». Si guardarono in faccia per decidere chi di loro avrebbe dovuto rispondere. Roberta alzò gli occhi al cielo, chissà perché toccava sempre a lei parlare con quella donna fredda come il ghiaccio. «Signora non può farlo uscire per stasera. La prego. Lo stiamo aspettando tutti» la ragazza si concentrò per usare il tono più dolce possibile. «No, mi dispiace Roberta». In sottofondo sentirono la voce di Cosimo. «Mamma ti prego. Domani mi impegnerò al massimo. Non vi delude…». Tornò il silenzio a regnare intorno a loro. Guardarono tutti Filippo che alzò le spalle e invitò i suoi amici a raggiungere gli altri. Non fecero neanche dieci passi che il cancello della casa Ferretti si aprì e uscì Cosimo. «Ce l’hai fatta!». I ragazzi si era voltati aspettando l’amico. «Andiamo. Stasera si gioca a nascondino».

Serie: Nascondino


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Discussioni

  1. Ho grandi aspettative per questo gruppo di amici! Bella la presentazione, hai consentito al lettore di prendere le misure di ognuno dando uno spaccato della loro vita e diversità