La sfida

Serie: Il buio dell'anima


Sono passati trentasette anni da quel tragico evento, eppure ancora oggi, mi capita di svegliarmi nel pieno della notte madido di sudore. Non ne ho mai fatto parola con mia moglie e tanto meno con mia figlia. Ho tenuto quell’atroce segreto dentro di me, cercando di ricacciarlo nei meandri più reconditi della mia memoria. Eppure esso, sotto forma di incubo, ritorna periodicamente nelle rare volte che incontro qualche vecchio amico d’infanzia.

Che cosa ne sarebbe stato di me, se Stefano non fosse intervenuto in mio aiuto? Sarei ancora qui oppure … Mi vengono ancora i brividi solo a pensarci.

Era l’estate del 1979, all’epoca avevo dodici anni e abitavo a Rivoli, un comune nei pressi di Torino, crocevia per arrivare in val Susa. Amavo la mia città, perché a differenza dei comuni dell’hinterland torinese, si distingueva non solo per il suo famoso castello del “700”, oggi sede di un importante museo d’arte contemporanea, ma anche per il suo ottimo rapporto tra urbanistica e spazi verdi. Oggi vado a Rivoli solo per salutare i miei genitori che sono sepolti nel cimitero comunale. Se non fosse per loro, non ci metterei più piede. Troppo tragico quello che avvenne in quella maledetta estate, e troppo tragici i ricordi che riaffiorano ogniqualvolta che ci vado.

Abitavo in Via Alpignano al civico 97, in un palazzo decoroso di fine anni 60 composto da trenta alloggi di varia metratura e alto cinque piani. Io, con i miei genitori, vivevo in un alloggio al primo piano che era fra quelli di metratura minore composto da camera, tinello, cucinino, bagno, ripostiglio e un ampio ingresso quadrato, dove era stato posizionato un divano letto di finta pelle marrone che celava due letti singoli. Avevo anche un fratello, di sei anni più grande di me, che entrava e usciva continuamente dalle case di cura per un problema di schizofrenia. Spesso ero oggetto delle sue paranoie, diceva che se mamma e papà non gli volevano più bene la colpa era mia, che prima della mia nascita le cose per lui erano diverse. Questa sua ossessione nei miei confronti era la causa dei suoi ricoveri e della sofferenza dei miei.

Il palazzo dove abitavo, al suo interno aveva un cortile dove si tenevano interminabili partite di calcio, o battaglie fra cow boy e indiani. Questo fino ai dieci anni, poi, crescendo, incominciammo ad accorgerci delle ragazze, e allora si passò a giocare a palla volo, palla prigioniera, nascondino e altri giochi che potessero coinvolgerle. Attraverso il gioco nacquero le prime simpatie, e le prime rivalità, anche se mai si perse il cameratismo che ci accomunava, e quando questo prendeva il sopravvento, si ritornava a far quadrato fra ragazzi. All’epoca esisteva un certo campanilismo e rivalità fra le diverse vie. Noi eravamo in disputa con quelli della via Toti, che consideravamo i nostri nemici, e quando in cortile ci si annoiava a giocare con le ragazze, ci radunavano in un angolo dello stesso, e in comune accordo si diceva: “ andiamo a fare la guerra”.

Andare a fare la guerra significava raggiungere via Toti, che era una traversa di via Alpignano distante meno di cento metri, con il chiaro intento di andar ad attaccar briga. Una volta girato l’angolo della rivendita d’acqua, ci si ritrovava in terreno nemico.

Via Toti era un ampia strada, larga venti metri e lunga trecento. Sul lato sinistro, il retro della rivendita, e venti metri più avanti, il palazzo dove abitavano i nostri rivali. Sul lato destro, di fronte al palazzo, v’era un ampia radura su cui cresceva disordinata una alta sterpaglia. Proseguendo verso il fondo della strada, prima dell’incrocio con via Malandrino, una collinetta ricoperta da una fitta vegetazione di alberi. Da li a volte, se quelli della via Toti non ci prendevano a sassate per non farci passare, ci avventuravamo per andare in un cascinale abbandonato che si trovava in una radura dall’altra parte del bosco. In realtà il cascinale era ancora usato da un contadino che lo utilizzava come deposito del fieno durante il periodo estivo. Noi, che eravamo a conoscenza della cosa, ci recavamo apposta lì, per saltare da una scala del cascinale priva di gradini, per lanciarci dal pianerottolo sull’enorme montagna di fieno sottostante. A ripesarci ora, non posso non notare quanto eravamo irresponsabili. Arrampicarsi su quella scala, camminando sopra i mattoni su cui erano appoggiate un tempo le pedate della stessa, era da incoscienti. Bastava poco per fare un volo di tre metri sopra le macerie, e rischiare di rompersi qualche arto. Ma si sa,’ il gusto per l’avventura, e la sfida continua per dimostrare il proprio coraggio, facevano perdere qualsiasi percezione del pericolo.

Sostanzialmente ricordo quel periodo della mia vita, come uno fra i più spensierati, forse l’unico; una spensieratezza che venne macchiata indelebilmente dal tragico evento che colpì noi tutti, che colpì soprattutto il gruppo dei “selvatici”. Questo era il soprannome che ci diede un giorno la madre di un ragazzo che abitava in una villetta di fronte al nostro palazzo. Ella non ci vedeva di buon occhio, e impediva al figlio di frequentarci. In realtà si poteva pensare a noi, come ai ragazzi della via Pàl. Eravamo spesso fuori casa, e solo la pioggia ci impediva di uscire. Avevamo la fortuna di poter scegliere come passare i pomeriggi dopo la scuola, non c’era che l’imbarazzo della scelta, e di certo non ci mancava la fantasia. Che fossero giochi in cortile, lunghe gite in bici o avventurasi per boschi, tutto serviva per soddisfare il nostro spirito libero.

La tragica storia ebbe iniziò il giorno che accettammo la sfida con quelli di via Toti. L’idea venne a un certo Stefano che abitava in via Alpignano al civico 101, ma che aveva stretto più amicizia con gli altri piuttosto che con noi.

Stefano era più grande di qualche anno. La maggior parte dei “selvatici” all’epoca del “fatto”, aveva appena finito di frequentare il primo anno delle medie, mentre Stefano era al secondo anno di un istituto superiore per geometri. L’unico fra noi che aveva l’età di Stefano era Michele, che però aveva smesso di studiare, e d’estate andava ad aiutare il padre piastrellista.

La sfida avvenne proprio dopo la chiusura delle scuole. Ricordo la data precisa in cui tutto ebbe inizio, perché solo qualche anno fa e con grande dispiego di tempo, trovai su internet vecchi articoli che avevamo riportato la notizia di quella tragedia immane che colpì noi e tutto il quartiere; gli articoli riportavano la data del 20 giugno.

Ma la sfida proposta da Stefano venne fatta il giorno prima, quando c’incontrammo in un assolato pomeriggio nel bar Flecia, che era all’interno di una vecchia casa di campagna di fronte al nostro palazzo. Io, Michele, Mimmo, Giuliano, Vito, Pallina, Stainer ed altri, ci stavamo sfidando a calcio balilla nel retro del bar, sotto il pergolato da dove pendeva l’uva fragola, che cadendo, puntinava di viola il vecchio battuto in cemento. Li vedemmo sbucare uno alla volata dalla porta: Stefano, suo fratello Vincenzo che aveva la mia età, i fratelli D’Ebola: Edo dell’età di Stefano e Roberto, mio compagno di classe alle elementari. Entrarono i fratelli Leone: Tommaso pari età di Stefano e Luigi, che aveva un anno meno di me. Per ultimo. entrò Paolo Saracino che era il più giovane e all’epoca aveva dieci anni.

Appena li vedemmo entrare, pensammo subito che erano venuti a vendicarsi per l’ultima scorribanda in via Toti, portandosi dietro i fratelli maggiori. Ci vennero incontro, e tutti noi ci aspettavamo che ci invitassero a uscire fuori per regolare i conti. 

Stefano si avvicinò e ci salutò amichevolmente. Gli altri rimasero dietro di lui.

“ Ciao ragazzi, come state?”

Stefano si distingueva da noi, non solo per la sua possanza fisica, figlia del nuoto esercitato a livello agonistico, ma soprattutto perché aveva un’aria decisamente intellettuale. Aveva un bel viso dalla forte mascella, e portava occhiali da vista con montatura Ray Ban che per quei tempi erano un vero lusso.

Aveva una carnagione chiara a dispetto del fratello Vincenzo, che oltre a essere smilzo e scuro di pelle, aveva un viso triangolare tutt’altro che bello. Si vedeva lontano un miglio che Stefano era il suo eroe. Entrambi avevano capelli neri portati corti e occhi castani. Anche i fratelli Leone erano diversi; Tommaso era scuro di capelli e di carnagione olivastra, Pasquale invece, era biondo e chiaro di pelle. Entrambi portavano i capelli a caschetto. I fratelli D’Ebola e Paolo non tradivano le loro sicule origini; erano tutti e tre scuri di carnagione e di capelli.

“Tutto ok “ rispose Michele che aveva ripreso a giocare a calcio balilla con me, Giuliano e Stainer.

“Avrei una proposta da farvi.”

“Spara” disse Michele senza guardarlo e continuando a giocare.

“ Che ne direste di sfidarci in una gara?”

“Che tipo di gara?” chiese Michele che del gruppo aspirava ad esserne il capo.

“Che ne direste di costruire una capanna nei boschi, il gruppo che costruisce quella più bella, vince.”

Serie: Il buio dell'anima


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Come promesso rieccomi qua, a leggere le tue belle storie. Come inizio serie, non c’è male! Mi hai catturato facendomi ricordare i bei vecchi tempi e adesso andrò a leggere subito il secondo episodio. Nonostante i limiti da rispettare sei riuscito a dare una buona descrizione degli ambienti e anche dei personaggi… L’uva fragola che cade sulla pavimentazione e lascia le macchie violacee è stata una grande chicca, bravo Claudio!

    1. Ciao Ivan, grazie per i complimenti. Pensa che quel bar, poi diventato birreria negli anni “80” è cambiato pochissimo. Il vecchio battuto sotto il pergolato è stato riverniciato di rosso, ma il resto è rimasto tal quale. Ci sono andato a marzo di quest’anno, con alcuni amici menzionati nel libro: il tempo si è fermato per un attimo per tutti noi. È stata una grande emozione.

    2. Grazie Ivan, pensa che ci sono stato recentemente e il bar, poi diventato birreria negli anni ” 80″ è rimasto tal quale. Il battuto di cemento sotto il pergolato è stato verniciato di rosso, per il resto è stato un tuffo nel passato.

  2. Ciao Claudio, mi piacciono le tue descrizioni “familiari” ovvero quelle che appartengono a molti di noi (forse di una certa età?): le periferie, i giochi all’aperto con la “banda”. Riesci a mettere in ” parole” sensazioni e sentimenti. Fra l’altro in questo episodio hai accennato a un dramma che comparirà in un prossimo episodio di una mia serie, spero di riuscire ad affrontarlo con altrettanta delicatezza. Ho visto che è già disponibile il prossimo racconto, vado a leggerlo così da non perdere in phatos di questo.

  3. Io sono un amante della letteratura per ragazzi e naturalmente i Ragazzi della via Pal, Stand by Me e altri racconti di scorribande di ragazzi sono parte delle cose che adoro.
    Il tuo primo capitolo mi ha riportato le stesse emozioni, il tuo stile mi piace molto e non vedo l’ora di andare avanti.
    Alla prossima

    1. Ciao Alessandro, ti ringrazio molto per aver compreso le atmosfere che volevo evocare. Ricordi di un vissuto fatto di scorribande, spensieratezza e anche un pizzico di follia.
      Un caro saluto.

  4. Ciao Claudio, sai sempre ben descrivere frammenti di vita caratterizzandoli al meglio, concentrandoti stavolta sul ricordo vivido di una giovinezza che, a prima vista, sembra del tutto normale. In questo episodio hai ben preparato il terreno in prospettiva di qualcosa di misterioso e suscitando in me una forte curiosità. La quiete prima della tempesta… Al prossimo episodio dunque!

  5. Racconto avvincente, la resa dell’ambiente è convincente, ti lascia la sensazione di respirarla, quella periferia, e la voglia di sapere come continua..

    1. Grazie Riccardo. In questo caso ho giocato in casa, nel senso che ho rievocato vecchi ricordi e amici. Mi fa piacere sapere che sei riuscito a vedere con i miei occhi. Ti ringrazio molto per il tuo commento.