La sfida
Dopo decenni decido di calcare un cinema multisala. Mi sembra un paesaggio addirittura lunare se paragonato ai cinematografi che frequentavo da ragazzo, con sedie in legno con imbottiture di velluto adesso sostitute da sontuose poltrone ergonomiche telecomandate elettronicamente e distributori automatici di pop corn.
l film scorre via in modo lineare con quella leggerezza radical chic a base di dialoghi sofisticati a retrogusto snob meritevoli di debellarnento a mezzo di crick. Sicuramente interessante la lettura di una modernizzazione tesa a ristrutturare secondo i freddi criteri di una funzionalità efficiente, quasi robotica, priva di qualsivoglia riguardo nei confronti del background dell’esperienza, delle sensibilità emotive e delle fragilità disfunzionali, in cui, secondo l’adagio contemporaneo, se non servi o non sei adeguatamente efficiente vieni scartato come un prodotto difettoso con lo stesso costo emotivo dell’ordinazione di un caffè da asporto. In sintesi, una applicazione delle regola “Se sei povero, è colpa tua”.
In questo contesto, da rivedere l’indulgenza nei confronti dell’amica chioccia che indaga sulla nuova fiamma dell’amica, la quale, coerentemente col freddo sistema oggettivo delle regole di cui sopra, doveva essere inflessibilmente punita con una testata nel setto nasale per l’intromissione non autorizzata nello spazio emotivo altrui.
Mi guardo intorno. Tutto ormai è finalizzato ad una efficienza asettica che non ha tempo per disperdersi in zavorre emotive a base empatica. Il nostro tempo non ha tempo per comprendere le motivazioni di un insuccesso nè tanto meno è interessato a conoscerle. Ciò che conta è il risultato. A nessuno interessa come è stato ottenuto ne nessuna indulgenza viene concessa a chi non è riuscito a raggiungerlo. Ciò che classifica una persona è il risultato non il percorso. L’impegno non ha alcun valore specifico né ottiene riconoscimento alcuno se non si traduce in un risultato. Il nostro tempo premia il talento e le capacità organizzative, scartando inesorabilmente chi non supera la prova; le doglianze di chi implora di valutare l’impegno è una cacofonia fastidiosa che nessuno vuole ascoltare. Il nostro tempo idolatra chi accumula ricchezze e compie scalate sociali, mostrando al contrario indifferenza nei confronti dei malati disfunzionali e teorizzando implicitamente la necessità di un nuovo Monte Taigeto dalla cui sommità gettare impietosamente deboli e fragili, in quanto prodotti difettosi.
Quale è quindi la sfida del nostro tempo?
Diventare il più ricco? Il più potente? Il più idolatrato?
Guardo i distributori di popcorn. Davanti a loro un bambino conta gli spiccioli; vedo la tristezza sul suo volto quando realizza che non sono sufficienti a comprare la confezione maxi. Osservo l’imbarazzo dei genitori e capisco che anche loro non hanno la disponibilità necessaria. Quel bambino non avrà i suoi popcorn in quanto i genitori sono poveri. Quel bambino sta imparando che, in futuro, dovrà organizzarsi per impedire che anche i suoi figli subiscano quella medesima umiliazione. Tutti osservano disgustati i genitori così poveri da non potere nemmeno comprare i pop corn al figlio. Gli sguardi comunicano il messaggio “Perché lo hai messo al mondo se non lo puoi mantenere?”.
Improvvisamente mi affiora alla mente il ricordo dell’omino con il cappello bianco in testa ed il gilet a righe bianche e rosse che, prima della chiusura delle luci, si aggirava nella sala con il suo banchetto a tracolla, vendendo bibite e pop corn. Improvvisamente realizzo di tutte le volte in cui faceva finta di non rendersi conto che gli spiccioli non erano sufficienti pur di non spengere il sorriso sul volto di un bambino. Magari non realizzava un profitto ma, con la connivenza del proprietario del cinema, regalava un momento di gioia genuina. Realizzo che forse la vera sfida di questo tempo è proprio quella di non lasciarsi trascinare in questa assurda corsa su chi accumula il maggiore numero di beni materiali ed accatasta più soldi, tanto caro a quella cultura liberista basata sulla insana competizione, quanto quella di mantenere, nonostante tutto, la propria umanità. Io sono il primo a sbagliare ma mi rendo conto che, guardando le cose in questa prospettiva, ovvero nella giusta e corretta prospettiva, l’esempio da seguire non sono io bensì mia moglie, la quale in un mondo di freddi egoismi portati all’eccesso, ricorda che i fragili difettosi, visti dalla società come intralcio, sono persone da aiutare anche quando questo è complicato ed anche quando questo soggetti ti fanno venire voglia di scaraventarli in una piscina piena di acido muriatico.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Sei riuscito a dipingere un’analisi straordinariamente accurata della triste società in cui viviamo.
Cara Arianna,
la miseria non ha limite né fine.
Un abbraccio
Ciao Gabriele, questo brano lascia addosso una sensazione amara, perché parla di cose che in fondo vediamo ogni giorno: la corsa al risultato, l’efficienza a tutti i costi, la poca tolleranza verso le fragilità.
La parte del bambino davanti ai popcorn mi ha colpita molto, così come il ricordo dell’omino che preferiva lasciare acceso un sorriso piuttosto che fare i conti fino all’ultimo centesimo. Credo che lì dentro ci sia tutta la differenza tra umanità e semplice convenienza.
Ciao Tiziana.
Purtroppo non posso che condividere. Mi permetto solo di aggiungere che il dramma nel dramma di questa società è quella di avere portato la tolleranza dei fragili ad essere quasi un lusso insostenibile, avendo eroso sicurezze ed allargato la base della fragilità, al punto da avere creato una miriade di fragili
L’omino col cappello bianco che faceva finta di non contare gli spiccioli. Quel ricordo vale più di tutto il film e di tutte le poltrone ergonomiche del mondo. E la chiusa sulla moglie, detta così, senza retorica, è il modo più vero per dire chi sono i veri eroi. Ti fa guardare i distributori di popcorn con altri occhi.
Ti fa ricordare cosa sono i castelli di sabbia e cosa sono le case costruire sulla roccia.
Un caro saluto Lino
La vera sfida del nostro tempo l’hai scritta tu: restare omini con il gilet a righe in un mondo di distributori automatici.
Sfida spesso impari caro Corrado
Più una critica sociale che un racconto, io semplificherei qualche parte.
Raccolgo con piacere il prezioso consiglio
Ciao Gabriele. Quante verità! Io però ti consiglio l’acido solforico. Funziona meglio.
Buonasera Antonio,
annoto con diligenza