La spia di Kasserine

Preferiva di gran lunga le uniformi della Luftwaffe. Gli davano l’idea di essere un damerino, non come quelle dello Heer. Invece con quelle della Kriegsmarine l’effetto damerino era più calcato, e per questo non le amava.

Jack indossò la divisa e uscì dalla camerata.

Il caldo asfissiante della Tunisia lo assalì alla gola. Nulla a che vedere con il clima umido della Cornovaglia.

Di lì passo il maresciallo. «Muoversi, Neumayer».

Jack obbedì. Raggiunse il tabellone con i compiti degli avieri e vide che avrebbe dovuto montare la guardia al deposito munizioni.

“Perfetto, quel che volevo” pensò.

Andò in armeria, firmò il registro e l’armiere gli passò un Mauser.

Adesso Jack era un perfetto aviere della Luftwaffe – o meglio, per il servizio a terra.

Passo di marcia e prese posto davanti al deposito munizioni. Lungo la pista passavano gli Junker ma lui restava immobile. Passarono pure un paio di avieri. «Qua vicino, a Kasserine, s’è iniziato a combattere».

Era vero, Jack aveva sentito qualcosa, ma era come se tutto gli stesse distante.

Continuò a montare la guardia finché non arrivò il maresciallo. «Neumayer».

«Signore».

«Ho controllato alcuni dati del tuo profilo. Curioso!».

«Che cosa, signore?».

Il maresciallo fece un brutto sorriso. «Ho letto che ti sei diplomato alla scuola di guerra nel 1940, corso numero nove».

«Sì, signore».

«Pure io ero in quel corso e quell’anno, com’è che non ti ho mai visto?».

Jack avrebbe potuto aspettare, essere più paziente, ma sapeva che così sarebbe finito in trappola. Brandì il Mauser e picchiò il calcio in gesto ascendente al cavallo dell’antagonista, poi corse via da lì. Non si interessò della sorte di quel tipo.

Un urlo lo rincorse: «Catturatelo, mi ha aggredito, è una spia!».

Jack non prese nessuna kübel né altro, si mise a correre, uscì dal campo e dopo pochi chilometri si ritrovò in mezzo a un ingorgo di carri armati: Tiger e Grant e Matilda intersecavano le loro scie di cingoli sulla sabbia, si cannoneggiavano e in cielo gli Junker li bombardavano quando poi Spitfire e Hurricane li intercettavano abbattendoli in un massacro di macchine: scatole piene di meccanismi, armi e carne.

Jack raggiunse un avamposto inglese, un sergente armato di M1928 lo accolse con sguardo truce. «Fermo là!» ma Jack aveva la coscienza pulita: «Sono un uomo dell’OSS».

Si accorse che dietro di lui incombeva una figura mostruosa.

Fece una capriola per allontanarsi e vide il Tiger, la torretta brandeggiò e Jack, al colmo della furia, si arrampicò in cima. Lo sportello era mezzo aperto, ci si infilò dentro e i carristi in uniforme kaki lo accolsero a bocca aperta. «Che ci fa un aviere qua nel campo di battaglia?».

Jack li malmenò, ma non fu una rissa da bar o da ragazzini: ruppe le ossa con gesti sapienti, sbatté le facce contro i macchinari e non gli rimase che il pilota.

Il pilota estrasse la Walter e provò a colpirlo, ma Jack lo assalì e lo strangolò con il filo della radio.

Il Tiger proseguì la marcia e Jack lo fermò.

Uscì dal corazzato che per poco una raffica non gli tranciò il collo.

«Sono dei vostri».

Scese a terra, il sergente dotato di M1928 che lo fissò allibito.

«Ho conquistato questo Tiger. Strano, eh?» disse Jack.

Andava tutto bene.

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Discussioni

  1. Bello Kenji il ritorno al caldo e ai deserti nordafricani. Ci sono sempre tanti tecnicismi che ti invidio e di cui ne capisco malamente forse la metà. Tuttavia è sempre una lettura scorrevole e piacevole. Il prossimo lo aspetto sotto la neve!