La stanza

Serie: Not a Hero

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Stephen Hawking disse che nella teoria della relatività non esiste un unico tempo assoluto, ma ogni singolo individuo ha una propria personale misura del tempo, che dipende da dove si trova e da come si sta muovendo ma machi era ferma, immobile in un tempo imprecisato ed incomprensibile fuori dal mondo.

Tutto intorno a lei sembrava essere rapportato ad un solo attimo, uno specifico momento che si scongelò non appena aprì gli occhi e il bianco intorno a lei la accecò per qualche istante portandole alla mente domande di cui temeva le risposte.

Suo padre l’ aveva catturata?

Era tornata al punto di partenza?

Cercò di focalizzare la sua attenzione sui pochi oggetti che la circondavano, strani congegni meccanici di cui non conosceva le funzionalità e il letto su cui era distesa con tanto di cinghie che però, stranamente, non le cingevano i polsi e le caviglie ma erano rimasti abbandonati a loro stessi, penzolanti ai bordi di quella branda come se fossero il simbolo di una libertà effimera ed evanescente, in grado di essere incatenata in ogni momento. La vita di Machi era una stupida corsa verso qualcosa che non conosceva per poi ritornare sempre al punto di partenza tanto che, quando in un impeto di rabbia provò a lanciarsi contro quella maledetta porta di metallo che sembrava frapporsi tra lei e il mondo, un dolore lancinante le colpì la tempia destra facendole capire quanto inutili fossero i suoi tentativi.

Inutili come lei di cui il mondo non ne conosceva l’ esistenza.

“Diamine!”

Nascosta nell’ angolo più buio della stanza, quella ragazza insolita iniziò a rivivere i ricordi scomposti e disordinati della sua infanzia senza però riuscirli a ricomporre chiaramente, era come un puzzle di cui conosceva a memoria i pezzi ma non il nesso logico, il filo conduttore che li legava, ome se un enorme buco nero le stesse risucchiando i ricordi lasciandola in balia degli altri, di quello che sapevano e non volevano dirle, di quello che lei stessa credeva di ricordare. Odiava quella voragine che si frapponeva tra gli incubi del suo passato e lo smarrimento del suo presente ed ora, in quella stanza, le sembrò di essere bloccata in uno spazio indefinito a cavallo tra i due momenti più terribili della sua vita.

Un groppo le salì in gola alla vista delle siringhe e di quello spazio chiuso, sigillato ed impenetrabile, era forse ancora una prigioniera?

Si schiarì le idee cercando di respirare a fondo ed inghiottire i sentori dell’ attacco di panico che la stavano invadendo, chiuse gli occhi e ripete il gesto che poco prima aveva volto verso quell’ uomo strano e sconosciuto: distese il braccio e puntò il palmo della mano contro la porta, separò le dita della e si concentrò.

Se il suo corpo era imprigionato di sicuro la sua mente poteva farla uscire, doveva.

Un respiro profondo le abbassò la tachicardia di qualche battito poi, finalmente riaprì gli occhi, li spalancò con rabbia contro la maledetta porta ma niente accadde, anche i suoi poteri sembravano averla abbandonata al suo oscuro ed ignoto destino, era tutto così beffardo e ridicolo, ripetitivo ed inutile.

“Ben alzata”

Uno schermo di accese trasformando metà della parete più stretta di quel luogo in un monitore dove capeggiava l’ uomo che, poco prima, aveva colpito Machi con tanta forza e violenza.

“So che adesso ti sentirai spaesata ma è tutto perfettamente normale…”

La sua voce era un misto tra il robotico e l’ umano ma era indefinibile se quello sbalzo di tonalità fosse dovuto o no agli sbalzi di trasmissione.

“Dove sono? Chi sei?”

Machi iniziò a guaire a metà tra la crisi isterica e il poco coraggio che le era rimasta, se c’ era qualcosa che ancora in lei non si era spezzato era il suo spirito combattivo, un qualcosa di ritrovato, una sorta di desiderio di autoconservazione mai avuto prima.

“Tutto a tempo debito ragazzina, ora, per cominciare ti ho preparato dei vestiti puliti. Sono nel cassetto in alto a destra del mobile dietro alle tue spalle, vedi?”

La ragazza si girò proprio mentre il cassetto indicato si aprì automaticamente mostrando il suo contenuto, c’ era quindi una sorta d’ interfaccia di controllo in quel posto da cui ogni cosa poteva essere monitorata e attivata, una sorta di prigione interattiva.

“Dove sono?”

I vestiti potevano aspettare come ogni altra cosa frivola che stava uscendo dalla bocca di quell’ uomo, la superficialità dilagava da ogni suo poro quasi fosse una sorta di sarcasmo ben studiato o un copione da eseguire alla lettera in ogni dettaglio ma, dopo la ripetizione di quell’ ennesima domanda il volto di quel signore si fece più serio e togliendosi gli occhiali scuri mostrò la profondità e severità che si trovava nei suoi occhi scavati.

“Sei a casa” disse infine riportandosi al viso quella montatura tonda e ritornando alle sue frivolezze “Potresti diventare un arcangelo, una pazza, o una criminale e nessuno se ne accorgerebbe. Ma se perdi un bottone, se hai vestiti sgualciti e rovinati… Beh, tutti se ne accorgono subito.”

La comunicazione si chiuse mentre il cassetto rimase aperto a fissare il volto sconvolto di Machi che, oramai senza via d’ uscita, decise di eseguire l’ ordine.

Se essere una prigioniera era nel suo destino forse doveva scegliere che tipo di prigioniera essere.

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Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

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