La stazione del nulla

Quella era un’estate particolarmente calda, Filippo aveva finito gli studi e aveva deciso di fare un anno sabbatico: girare a zonzo fino a finire i soldi. L’università non faceva per lui ma aveva dimostrato di essere un gran lavoratore.

Aveva pianificato tutto nei dettagli, secondo lui, ma non aveva considerato il classico imprevisto sempre in agguato. Si era ritrovato in una stazione vuota, in mezzo alla campagna, in tasca aveva solo cinquanta euro e qualche spicciolo e come se non bastasse fuori il tempo prometteva la tempesta. Quella stazione era composta solo da un grande salone con le panche in legno, non c’era la biglietteria, non c’era il bar e non prendeva nemmeno il telefonino. Fuori il piazzale era completamente vuoto, nei paraggi non c’erano case e da lontano sentiva il rumore delle macchine sulla provinciale, il vento muoveva i pochi alberi: pioppi e lungo il viale i cipressi. Alle sue spalle una montagna e un fiume.

Aveva camminato per mezz’ora e aveva scoperto che la provinciale era sopraelevata, così era tornato indietro rassegnato all’idea di dover passare la notte in stazione. Peccato! Era convinto che quella notte l’avrebbe passata casa, dopo un viaggio di due settimane dove aveva dormito in ostelli e affollate camerate con bagno in comune.

Era tardo pomeriggio e Filippo iniziava a sentire la fame, aveva deciso di mangiare l’avanzo del mezzo panino che aveva comprato alla stazione di Venezia.

Guardava in silenzio gli alberi che si muovevano al vento davanti a lui, seduto sul muretto nel piazzale della stazione, in due ore non era passato nessuno, nemmeno un treno e si stava chiedendo perchè aveva dato retta a quell’anziano signore con cui aveva condiviso il vagone << scendi a Pescaglia, è un piccolo paese caratteristico e ben servito con i mezzi pubblici. Per vistarlo bastano due ore >>. Filippo era della zona ma quel paese era lontano dalla città e non c’era mai stato. Quel signore ben vestito, gioviale e dalla parlantina amichevole l’aveva convinto e visto l’orario favorevole ne aveva approfittato. Non sapeva che quello da cui era sceso sarebbe stato l’ultimo treno.

Il tempo non passava mai, aveva modo di pensare, ricordare i pomeriggi al bar con il suo gruppo di amici, le partite a calcio balilla, i tornei di calcetto. Non sa perchè gli era venuta voglia delle lasagne della zia.

Il fumo della sigaretta saliva lento verso il cielo che ormai era sempre più nero, con la pioggia il tramonto non era emozionante come quello che vedeva dalle Mura e ormai non sentiva nemmeno più il rumore delle macchine sulla provinciale.

La sala d’attesa di quella stazione era tutto fuori che accogliente, i muri erano scrostatati, agli angoli c’erano ragnatele e c’era un forte odore di chiuso. Appoggiato sul davanzale aveva trovato un giornale, lo sfogliava per ingannare il tempo, c’erano delle pagine ritagliate e la data riportava quella del 1985.

Il forte rumore della pioggia sul tetto copriva ogni suono, si era sdraiato sulla panca in legno e aveva usato lo zaino come cuscino nel tentativo di riposare un po’. Un forte colpo di una porta sbattuta lo aveva fatto sobbalzare.

Dall’uscio si era affacciata una vecchia signora, indossava un grembiule a fantasia floreale, i capelli lunghi e grigi, un sorriso da cui si notava che mancavano diversi denti, si appoggiava ad un bastone in legno << cosa ci fai qui da solo? >> Filippo era rimasto incredulo e aveva risposto balbettando << aspetto il primo treno di domattina >> la donna aveva una risata forte, isterica << povero illuso, qui i treni non si fermano più da anni, seguimi, ti offro un tè caldo cosi potrai affrontare meglio la notte. >>

L’aveva seguita, non sapeva nemmeno lui cosa lo aveva convinto a farlo.

L’anziana donna abitava in una casetta in pietra nascosta tra gli alberi sulla riva del fiume raggiungibile solo da una mulattiera che da come si muoveva agile al buio, la conosceva a memoria.

La casetta era composta da un salotto, una piccola cucina, al piano di sopra forse c’era la stanza da letto e il bagno. Aveva invitato Filippo a sedersi sul vecchio divano in pelle rovinato dal tempo mentre lei si era allontanata << torno subito >> aveva detto con un sorriso.

Nella lunga attesa si era affacciato in cucina, non c’erano elettrodomestici, c’era solo un vecchio fornello a legna, la luce elettrica non c’era e l’illuminazione era prodotta solo da candele sparse ovunque, sul lavello in pietra un bicchiere pieno di un liquido rosso che dall’odore non sembrava vino.

Vagava nel salotto, c’era una cornice in argento e la foto della signora in abito da sposa, accanto quella di un uomo, il volto era scarabocchiato di nero. Sentiva dei rumori al piano di sopra, come se la signora stava cercando qualcosa, poi dei passi, ancora altri rumori. La pioggia batteva sul tetto con violenza, le finestre erano opache dalla polvere, Filippo era stato attirato da un album di fotografie dalla copertina rigida in pelle, sulle prime pagine c’erano incollati degli articoli di giornale “giovane scomparso a Pescaglia. I carabinieri indagano” poi un altro articolo “cacciatore sessantatreenne scomparso nel nulla. Le ricerche proseguono” poi l’ultimo ” giovane studente svanito nel nulla dopo l’ultima telefonata da una cabina telefonica di Borgo a Mozzano” . Quello che non si sarebbe mai aspettato Filippo erano le foto che c’erano dopo: tre teste mozzate, lo sguardo fisso in direzione dell’obbiettivo, su quelle facce era rimasto solo il terrore. Un’ altra foto, forse fatta con l’autoscatto ritraeva quell’anziana donna, la tavola apparecchiata a festa per quattro persone, lei seduta, le quattro teste intorno appoggiate sul tavolo davanti a un piatto colmo di cibo.

Filippo aveva iniziato a piangere, tremava. Aveva anche provato a scappare ma la porta era chiusa a chiave. Intrappolato in quella sala, abbandonato su quel divano in pelle logoro, quell’anziana donna scendeva le scale lentamente, in mano aveva un coltello << buona notte, giovanotto >> aveva detto mostrando i pochi denti in bocca << ti prego, lasciami andare >> aveva risposto Filippo tremante. Ma l’anziana donna non aveva voluto sapere ragioni. Aveva deciso che per Filippo era arrivata la sua ora.

gP

  

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Horror

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Discussioni

  1. Sono un’amante dell’horror e apprezzo particolarmente i racconti che giocano sulle sensazioni senza mettere in campo “effetti speciali”. La paura ha radici molto profonde, ataviche. Riuscire a farla emergere in situazioni del tutto “normali” accresce il suo impatto.

  2. Ho apprezzato questo racconto di viaggio, specie nella prima parte, dove se non avessi inserito una geolocazione precisa sarebbe stato identico a una tappa che ho fatto del Cammino di Santiago… spesso un viaggio non è fatto di pura azione, ma anche di momenti morti in cui il paesaggio, per un breve momento, sembra innescare qualcosa nella propria interiorità che ha bisogno d’essere narrato.

    1. Ciao David, grazie del tuo commento, mi ha fatto molto piacere. Beh, in gioventù anche io me la sono goduta in vari viaggi, principalmente in treno e spesso mi capitava. In questo caso ci ho “ricamato” un racconto Grazie.