La storia raccontata da Omar

Serie: La frontiera


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Lukas e gli amici fanno la conoscenza di Omar che racconta la storia come lui l'ha vissuta. «Dunque, prima di tutto devo chiarirvi che…

«… non sono affatto turco! Sono un siciliano che, ancora giovane, ha scelto di lasciare l’Italia, salutando con tristezza genitori, amici e una terra che amava. Che io sia vecchio lo avrete capito da soli ed è per questo che posso parlarvi dei tempi antecedenti alla sciagurata guerra che ha sconvolto il mondo.

Ero, allora, assistente nei corsi di letteratura inglese all’Università di Catania. Negli atenei, come in tutto il paese, iniziava a tirare una brutta aria con disposizioni assurde che negavano a molti il diritto all’istruzione. Erano tempi cupi: la Comunità Europea si stava disfacendo sotto le spinte sovraniste ed era curioso che, dopo un’alleanza decennale volta ad eliminare i movimenti progressisti, questi governi diventassero ora bellicosi tra loro, segno evidente che una certa idea politica ha necessità di creare un nemico, quasi sempre inesistente, per ottenere il consenso del popolo. Chi ancora aveva il coraggio di opporsi alla barbarie avanzante veniva emarginato e, nella scuola, allontanato dalle attività didattiche.

Quando la Boğaziçi Üniversitesi di Istanbul mi offrì una cattedra lasciai, senza troppi rimpianti, un’Europa che aveva ormai abdicato dal ruolo di faro della democrazia.

In Turchia era in atto una specie di “rivoluzione culturale”, laica e profondamente critica nei confronti dell’estremismo religioso. Il governo, inizialmente sordo alle richieste progressiste, dovette adeguarsi al nuovo corso dato che polizia ed esercito, si rifiutavano di usare la forza per reprimere le manifestazioni, dimostrando di apprezzare il depotenziamento dell’autorità religiosa sempre troppo invadente in ogni ambito. Ringiovanita la dirigenza politica tutto cambiò radicalmente: il ruolo della donna fu parificato a quello dell’uomo, i diritti civili divennero cosa concreta e non solo parole stampate e le oculate politiche sociali permisero una scolarizzazione e un’assistenza sanitaria sconosciute fino ad allora. La libertà di culto, mondata dagli estremismi, convinse la parte moderata dei credenti che questa fosse la via giusta per vivere meglio. Il governo modificò la Costituzione dichiarando la neutralità assoluta della Turchia e le basi straniere vennero smantellate o riciclate come scuole ed ospedali. Il paese divenne una reale democrazia nella quale il governo era vera espressione del popolo e, dallo stesso, supportato.

Ovviamente questa ondata progressista infastidì le teocrazie confinanti che temevano un dilagare delle idee libertarie. Le quotidiane provocazioni dell’Iran lungo la frontiera sfociarono in breve tempo in guerra aperta. Ciò che accadde, però, stupì tutto il mondo: decine di migliaia di persone si mobilitarono e confluirono in aiuto all’esercito turco. Giovani provenienti dall’ Europa ma anche dalle repubbliche maghrebine che già respiravano un crescente pensiero di libertà, dalla Russia, dall’Asia e perfino dal continente americano. Questa partecipazione spontanea, che era la dimostrazione della volontà di cambiamento che coinvolgeva il mondo intero, creò imbarazzo e timori in tutti i governi.»

Si fermò portando alle labbra il bicchierino e poi, compiaciuto del liquore e del nostro interesse, riprese:

«Quando anche i miei studenti si mobilitarono volli andare con loro e ci affidarono l’incarico, come supporto civile, di occuparci dei prigionieri, garantendo loro assistenza medica, cibo e un giaciglio decoroso. I nemici catturati erano perlopiù giovani e rimasero stupiti per il trattamento loro concesso: la compassione era, nell’Iran, un sentimento dimenticato e disprezzato. Sapemmo da loro che, nonostante la feroce censura, le notizie sulla rivoluzione turca si erano diffuse ed avevano accentuato un malcontento che durava da decenni così, con la loro collaborazione, attuammo una campagna di informazione volta a fiaccare la volontà di combattere dei nostri avversari. L’effetto fu rapido ed eclatante: centinaia di soldati disertarono e interi reparti, spesso guidati dai loro comandanti, si ribellarono mettendo in grande difficoltà l’esercito iraniano. Io e i miei ragazzi fummo divisi e distribuiti lungo il fronte per replicare quella vincente strategia e in un paio di mesi l’esercito nemico si sfaldò. Le poche truppe rimaste fedeli al regime furono richiamate nella capitale dove anche il popolo iniziava a manifestare scontento.

La guerra era di fatto terminata ma, purtroppo, il colpo di coda degli ayatollah, che vedevano svanire il loro sogno di dominio, fu perverso e pieno di odio per l’umanità: lanciarono le loro poche testate nucleari su Israele, Roma e Parigi, innescando un confuso e micidiale effetto domino che in pochi giorni cancellò migliaia di anni di civiltà. Nell’emisfero Nord le poche zone che non furono devastate subirono il pesante effetto delle radiazioni rendendo la vita dei sopravvissuti un inferno. Solo Africa e America del Sud non subirono bombardamenti ma la mostruosa nube radioattiva avrebbe ammorbato l’atmosfera per decenni causando aumento dei tumori e della mortalità infantile.

La Turchia non subì una devastazione totale ma la pioggia di bombe sull’Iran causò centinaia di migliaia di vittime e rese inabitabile una lunga fascia di confine.

Ora il paese si sta riprendendo e, per come la vedo, potrà garantire continuità democratica nel futuro del mondo. Io sono qua, lo rappresento e, pur cosciente di essere un emarginato, credo fermamente che le idee che hanno permesso la sua sopravvivenza siano quanto di più bello abbia espresso l’umanità nella sua intera storia.»

Il racconto di Omar completò un quadro del quale i miei amici conoscevano la cornice, mentre io, nella mia ignoranza, non riuscivo a dare il giusto peso e significato a concetti come “condizione femminile”, “diritti civili” e “politica sociale”.

Claudio, invece, seguita con interesse tutta la storia, chiese ad Omar perché si definisse emarginato.

«Beh, in fase di riorganizzazione non volevano dirigenti stranieri così ci hanno sistemati in giro per il mondo. Io sono qua, console generale nel nulla: faccio quel che posso per tenere lontane violenza e fame ma, tranne il mio buon senso, ho ben pochi mezzi. Una volta al mese un battello consegna provviste alimentari, qualche arma e molti soldi che qua servono a poco.

La mia presenza è come una bandiera piantata sulla spiaggia di un’isola per rivendicarne il possesso: chiunque passi può sostituirla con la sua. 

La Turchia, come l’Unione, ha troppi problemi interni per occuparsi delle periferie e questi territori sono terra di nessuno e, a parte per chi ci vive, non hanno alcun valore.

Serie: La frontiera


Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Sci-Fi

Discussioni

  1. Nel’episodio precedente ero rimasta sul “chi va là” nei confronti di Omar e devo ammettere di essermi sbagliata. Sembra proprio una brava persona!
    Queato capitolo dovrebbe essere letto non solo da noi, ma anche da chi aizza guerre per il proprio tornaconto. Alla fine, purtroppo, a rimetterci è sempre gente che non centra niente.
    È incoraggiante respirare la speranza, l’unione, il coraggio e la ribellione dei popoli che capiscono che la via corretta è la democrazia.
    Bellissimo episodio Giuseppe, davvero bello!! 🪻🪻

  2. Un episodio che spinge a riflettere su ció che, in parte, sta già succedendo, come dice Omar in “(…) un’Europa che aveva ormai abdicato dal ruolo di faro della democrazia”.
    Spero che questi tuoi racconti, scritti in modo impeccabile, non si rivelino totalmente una tremenda profezia.

  3. Un episodio molto denso, e di nuovo ci narrava una storia non molto dissimile dalla nostra realtà, e ci troviamo a riflettere. Mi era parsa ostile, inizialmente, la figura del turco, invece mi sono trovata a empatizzare con lui.

  4. “La mia presenza è come una bandiera piantata sulla spiaggia di un’isola per rivendicarne il possesso: chiunque passi può sostituirla con la sua. “
    Un passaggio davvero bellissimo, ma che mi lascia anche con un poco di amaro in bocca, per l’amara verità che racchiude.

  5. Bravo, Giuseppe. Hai descritto uno scenario senz’altro possibile, rendendo il capitolo molto interessante. La parte sull’Unione Europea potremmo addirittura definirla in corso di svolgimento.
    Noi siciliani siamo ovunque, scommetto anche in Turchia 😀

  6. Scambio di battute in privato a parte, sento odor di casa. Bellissimo racconto, Giuseppe! Meriterebbe più spazio questo scenario internazionale, lucido e tristemente attuale. Difficile non pensare che questo sia un possibile futuro. Sempre bravissimo.

  7. Bravo Giuseppe!
    La storia di Omar parla di guerra e distruzione , ma anche di speranza, di un modo diverso di combattere.
    Questa serie descrive un mondo terribile, ma è anche piena di spiragli di luce.

  8. “Il paese divenne una reale democrazia nella quale il governo era vera espressione del popolo e, dallo stesso, supportato.”
    È molto curiosa la tua scelta geografica per mettere le radici di una nuova Europa, però mi piace. E’ come aver attraversato il ponte della storia ed essere tornati alle origini della civiltà.

    1. Pensa che odio profondamente Erdogan ed ho sofferto per il mancato colpo di stato del 2016. Lo odio per la sua posizione nazista nei confronti di armeni e curdi e per il suo strizzare l’occhio all’estremismo islamico. Auguro a lui ma soprattutto alla Turchia una sua “estinzione” in tempi brevi. Riconosco a gran parte del popolo turco una laicità coraggiosa che, spero, possa essere vincente.

      1. Questo tipo di coraggio di cui parli, dovrebbe diffondersi a macchia d’olio, a ondate di protesta che dovrebbero colpire il cuore dell’Europa. Bisogna confidare nelle giovani generazioni perché trovino, in fondo in fondo, quell’orgoglio e desiderio di sopravvivenza che appartiene alla nostra razza. La questione dell’estinzione, personalmente, la estenderei a una cospicua parte del genere umano.

  9. “Erano tempi cupi: la Comunità Europea si stava disfacendo sotto le spinte sovraniste “
    La realtà che descrivi assomiglia tristemente alla nostra attualità. Bisogna lottare ed educare affinché questo non accada.