La strada è ancora lunga

Serie: Prison Planet 001

Odiava quel dannatissimo neon giallo, faceva sembrare la stanza una stupida locanda da quattro soldi o uno di quei motel ad ore nei quali si entrava con un solo scopo e si faceva molto in fretta. Al centro della stanza, una modesta quattro per quattro, troneggiava una scrivania di metallo, dietro una sgualcita e sgangherata poltrona girevole che puzzava di muffa almeno da quando si apriva la porta d’ingresso; sulla destra l’appendiabiti non ospitava niente di ingombrante, solo una sciarpa, dall’altro lato una piccola libreria.

“Alfred, ci sono novità?” domandò Ripley in tono perentorio mentre sbatteva la porta alle proprie spalle.

“No, nessuna al momento.”

“Ottimo, il mio umore non è proprio adatto a ricevere visite o richieste del cazzo.”

“C’è solo una cosa per te.”

“Cosa?”

“Il gatto si è di nuovo incastrato nella grondaia, c’è bisogno di recuperarlo in qualche modo prima che si faccia male” disse la voce con calma.

Ripley, impassibile, si diresse verso la scrivania mentre si toglieva il cappotto con un rapido gesto, gli occhi rivolti verso la porta accanto alla libreria, gettò il soprabito sull’appendiabiti e poi le mani corsero a cercare il fucile. A passo lento e misurato si diresse verso l’ingresso della stanza attigua, aprì con la canna dell’arma per evitare brutte sorprese. Quando la visuale fu sufficiente si azzardò a mettere un piede dentro: fu una pessima mossa. Il colpo di un bastone, proprio dietro il polpaccio, la sbilanciò in avanti facendola cadere, per poco non si tranciò la lingua con i denti che, sbattendo sul pavimento, si erano serrati di colpo con un rumore sordo.

“Puttana, questa sarà la tua tomba” sussurrò una voce cavernosa e profonda mentre l’aria si muoveva tranciata dal movimento fulmineo di qualcosa.

Il colpo dietro la schiena le fece vedere le stelle davanti agli occhi, nonostante il buio dello stanzino, con il poco fiato rimasto scartò sulla destra per evitare di subire un altro colpo dal quale sarebbe stato difficile riprendersi.

“Dove pensi di fuggire, eh?” urlò quello menando con il bastone, le assi di legno del pavimento producevano schegge a profusione.

Con una rapidità della quale si stupì lei stessa, Ripley riuscì a mettersi con la schiena verso terra e sferrò un calcio dritto nelle parti basse della montagna umana che avevano pagato per farla fuori. Si trattava di un energumeno alto almeno due metri, indossava una canottiera strappata che lasciava intravedere ogni fibra dei muscoli pronti ad esplodere, il volto coperto da un cappuccio lo faceva assomigliare ad un boia. Il colpo lo sentì forte e chiaro, tanto che il dolore lo costrinse a piegarsi in due e fu in quel preciso momento che la cacciatrice di taglie sferrò un secondo calcio dritto in volto, a quel punto quello barcollò all’indietro fino a cadere seduto come un ragazzino.

“Adesso vediamo come ci si sente a prendere un paio di sprangate” sussurrò lei mentre afferrava l’oggetto contundente.

Caricò con tutta la forza che aveva nelle braccia, in posizione da battitore di baseball, e rilasciò la potenza dritta sul volto dell’aggressore che finì K.O. con un rantolo sordo.

“Alfred, la prossima volta dimmi di che dimensioni è il gatto, potrebbe essere un dettaglio rilevante, soprattutto per la mia preparazione psicologica” disse rivolta al Pappagallo metallico che si trovava sulla scrivania, gli occhi si illuminarono di blu e l’essere parve rianimarsi.

“Lo terrò a mente, Ripley, pensavo che avresti capito l’entità del problema una volta aperta la porta.”

“Oh, l’ho capita eccome, avrei gradito essere più preparata” rispose mentre tirava fuori le manette dalla tasca destra dei pantaloni.

Trascinò la montagna umana fino al lavandino, si trattava di un pezzo unico di metallo saldato direttamente sul pavimento, l’aveva fatto installare lei stessa in previsione di futuri utilizzi “impropri”: era del tutto impossibile da scardinare, persino per uno di quella risma. Una volta assicurato al palo avrebbe tolto il cappuccio e preparato l’interrogatorio. Fu proprio in quel momento che il campanello elettronico suonò emettendo un cigolio che, in realtà, doveva ricordare il cinguettio di un uccello ma ormai era più vicino allo stridio del metallo contro altro metallo.

“Chi cazzo è?” domandò rivolta al pappagallo mentre recuperava il fucile da terra.

“Non sembra un pericolo, se può consolarti” rispose il pennuto robotico.

“L’ultima volta che non sembrava un pericolo l’abbiamo dovuto gettare nel fiume, quindi scusami se non mi fido tantissimo del tuo giudizio.”

“Allora controlla tu stessa” disse mentre l’oloschermo sulla scrivania si accendeva proiettando una luce tendente al blu che distorceva tutta la gamma cromatica.

Sembrava trattarsi di un uomo sulla cinquantina, quel condominio era pieno di gente che voleva soltanto scontare le proprie pene ed andarsene, in pochi uscivano a mettere il naso negli affari degli altri, di solito lo facevano se costretti dalle necessità. La donna osservò bene l’immagine in cerca di possibili dettagli che svelassero le reali intenzioni del visitatore inaspettato ma non riuscì proprio a venirne a capo, ad ogni modo vide che non era armato, almeno non vistosamente, quindi decise di aprire.

“Buonasera” disse sorridendo nel modo meno naturale del mondo.

“Buonasera signorina Ripley, ho sentito dei rumori e mi sono chiesto se fosse successo qualcosa: magari aveva bisogno di aiuto.”

“La ringrazio ma sono perfettamente in controllo della situazione, è solo caduto qualche scatolone un po’ più pesante del normale, niente di strano comunque.”

“Ne è proprio sicura?” chiese quello con la fronte contratta in un’espressione interrogativa di chi non si stava affatto bevendo la storia ma non poteva fare a meno di far finta di accettarla.

“Nel caso avessi qualche urgenza non esiterò a contattarla, signor Williamson, ora, se mi permette, torno ai miei affari.”

“Buonasera.”

Una volta richiuso l’uscio la donna fece scattare i tre chiavistelli che costituivano il principale blocco di sicurezza che impediva ai potenziali criminali di entrare. Aveva fatto murare le finestre tempo prima, ormai quello studio era diventato una specie di bunker dal quale era difficile uscire se non si possedeva la giusta chiave; controllava la rete almeno tre volte al giorno per accertarsi che nessuno fosse riuscito a penetrare all’interno per carpire i preziosi segreti del mestiere.

“Chissà perché la gente non riesce a farsi i cazzi propri per più di due giorni, eppure dovrebbero aver ben capito che è meglio tenere gli occhi e la bocca chiusa con me.”

“La curiosità è donna.”

“Che cosa vorrebbe dire questa insinuazione? E poi quello era un uomo, Alfred, se non te ne fossi accorto.”

“Si trattava solo di un detto, per sdrammatizzare.”

“Tra poco attiva la telecamera nello stanzino, dobbiamo scoprire di più sul nostro amico mezzo morto nel cesso, tutto vorrei meno che trovarmi un barile di merda fumante in casa. Quello che l’ha pagato potrebbe aver deciso di dividere il rischio pagando qualcuno in più per lo stesso compito.”

“Scopriremo tutto il necessario, come sempre.”

“Bene, allora possiamo metterci all’opera” disse Ripley dirigendosi alla scrivania. Aprì un cassetto e riemerse con una grande e voluminosa valigetta di metallo: si trattava del kit personale per gli interrogatori di una certa caratura. Era giunta l’ora di divertirsi. 

Serie: Prison Planet 001
  • Episodio 1: Prima della stagione di caccia
  • Episodio 2: La strada è ancora lunga
  • Episodio 3: Ospiti timidi
  • Episodio 4: La realtà galleggia
  • Episodio 5: Rivangando il passato
  • Episodio 6: Echi di un passato lontano
  • Episodio 7: Fuga e sudore
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    Commenti

    1. Micol Fusca

      Ciao Alessandro, la tua Ripley è una tipa tosta. Non poteva che essere così, visto che il nome che le hai assegnato : D
      La cacciatrice di taglie sembra avere molti nemici, il prossimo episodio, forse, ne rivelerà alcuni. Rimane forte la curiosità per il titolo della serie, attendo di saperne di più sul mondo che hai creato. Il termine “prigione” mi fa presagire che anche Ripley ha qualche peccato da scontare.

      1. Alessandro Proietti Post author

        Ho intenzione di procedere piano piano, ogni rivelazione a tempo debito! Il nome Ripley, come hai ben notato, non è affatto casuale.