
La tana e il Mulino
Serie: La frontiera
- Episodio 1: La preda
- Episodio 2: La tana e il Mulino
- Episodio 3: L’odio
- Episodio 4: La fuga
- Episodio 5: Oltre la frontiera
- Episodio 6: Aurora
- Episodio 7: Gratitudine
- Episodio 8: Scusa per il pugno che mi hai dato
- Episodio 9: È così facile la felicità
- Episodio 10: Meglio il sasso che la mina
- Episodio 1: Sensibilità, attenzione ed affetto
- Episodio 2: E, in lontananza, il mare
- Episodio 3: Omar il turco
- Episodio 4: La storia raccontata da Omar
- Episodio 5: La cura migliore
- Episodio 6: Il primo libro non si scorda mai
- Episodio 7: Confinati nella villa
- Episodio 8: Lezioni di umanità
- Episodio 9: Il grande potere delle immagini
- Episodio 10: Se è destino tornerà
- Episodio 1: Il viaggio per mare
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
Puntai gli occhi sul lettore dell’iride, la serratura scattò e la tana mi accolse come poteva, col suo calore standard e i suoi colori pastello depressione. La “tana” è il prefabbricato che avevamo in dotazione: quaranta metri quadrati che non si potevano in alcun modo definire casa: un guscio, anche comodo e confortevole, ma che non aveva personalità e contribuiva, nel tempo, ad appiattire anche quella di chi ci viveva. Entrando in una qualsiasi avrei faticato a distinguerla dalla mia, forse solo gli odori diversi avrebbero potuto insinuarmi qualche dubbio. Tutto ciò che era mio, ed era ben poco, stava nella memoria del piccolo computer che tenevo in tasca. Era così per ognuno di noi: gente con poco passato, dal presente molto incerto e senza alcun futuro. Comunque fosse, non l’avevo mai avuta una casa, se nel termine si comprende il calore umano che dovrebbe contraddistinguerla. Ho il ricordo delle enormi camerate del “collegio” e della branda metallica su cui dormivo quando ero un ragazzino e poi di qualche stanza, disadorna e fredda, quando, ancora poco adulto, uscii ad affrontare la vita. Provai il consueto fastidio nel tornare a ricordi del passato perché, immancabilmente, il mio film interno si soffermava su immagini che non avrei mai voluto registrare né, tantomeno, ricordare ora. Sotto la doccia sciacquai dalla mia testa, assieme alle ultime tracce di sapone, quei torbidi e molesti frammenti di una vita che mi risultava ormai estranea. Mi rivestii a strati, con abiti caldi ma leggeri, sapendo che al Mulino, con l’aumentare della birra in corpo, sarebbe diminuito il vestiario e se, infine, mi fosse salita la voglia di carne avrei dormito, nudo ed appagato, al fianco di una delle principesse.
Sentii di avere fame ma, prima di sedermi davanti a un piatto fumante dovevo passare all’ufficio, per avere conferma della corretta registrazione dell’abbattimento e dell’accredito di quanto, per questo, mi era riconosciuto. Zecca era il direttore, nonché fattorino e uomo delle pulizie dell’ufficio a cui dovevamo fare riferimento: un insignificante burocrate, pignolo e petulante, che era stato sbattuto al confine per una frode, diceva qualcuno, o per un impeto di gelosia culminato col ferimento della moglie, affermava qualcun altro. Di certo non c’era nulla, tranne la sua indisponente presenza, e nessuno era spinto da curiosità per indagare sul suo passato.
Zecca, solo per darsi un’illusione di importanza, si lamentò delle immagini che avevo inviato; lo ignorai, come sempre, e solo per infastidirlo gli sollecitai l’accredito, che tanto era automatico e non c’era discussione, non eravamo né io né lui a decidere l’importo ma un altro topo, suo simile, imprigionato in qualche stanzino della lontana città. Sbrigata quell’inutile formalità mi avviai a passo veloce verso l’unico ritrovo nel raggio di cinquanta chilometri. Il locale aveva attività serale: le signorine dormivano fino al pomeriggio e poi, per un paio d’ore, erano impegnate a farsi belle, a giocare o a litigare tra loro. Tutte donne alla deriva, approdate al Mulino per sopravvivere, perché la frontiera non permetteva loro altro destino: non c’erano mogli qua, né madri o figlie, segretarie o maestre, qua le donne erano solo puttane e, come per noi guardie, cacciatori o boscaioli, nulla importava di chi fossero state o cosa avessero fatto prima.
Nel grande piazzale innevato l’insegna proiettava luce rossa intermittente sui pochi mezzi posteggiati, perlopiù furgoncini che al mattino portavano i boscaioli alle foreste per tornare poi la sera col loro carico di corpi sfiancati, sporchi e odoranti di legno e resina.
Vidi con piacere, vicino all’ingresso, la motoslitta di Orso: se era lì a quell’ora non avrei mangiato e bevuto da solo e ciò mi rallegrò. Il gelo che all’esterno attanagliava alberi, automezzi e uomini diventò un ricordo non appena varcata la doppia porta che immetteva nel salone. L’aria, intrisa di fumo, sudore e bestemmie, emanava una sensazione di denso, gradevole tepore e il grande caminetto sul fondo attirava con fiamme e schiocchi quei lavoratori intirizziti che, bicchiere in mano, si fermavano a riscaldare ossa ed animo rimandando alla fine di un ennesimo giro di birre il rientro nella solitudine delle tane.
«Ciao Orso, preso freddo oggi?»
Lo salutai con la solita domanda e lui, chiudendo in fretta il visore sul quale stava scorrendo delle immagini che non voleva vedessi, si rivolse a Stella senza neanche guardarmi:
«Scusa Stella, conosci questo tipo? Mi sembra appena arrivato, e già attacca bottone, diglielo tu che non va bene disturbare la brava gente!»
Sorrise e girò il suo testone verso di me.
«Ma è Lupo, faccio sempre fatica a riconoscerlo dopo che si è lavato e profumato, se si mettesse una parrucca potresti farlo sfilare con le tue ragazze, non sfigurerebbe!»
Il suo benvenuto era sempre simile: mi canzonava per il mio fisico che a malapena era la metà del suo. Non si chiamava Orso per caso, la leggenda narrava di un suo incontro con un plantigrado che, nello scambio di effusioni, avrebbe avuto la peggio.
Stavo portando alla bocca la mia birra quando vidi entrare Volpe, feci un cenno a Stella ma non le sfuggiva nulla e già stava spillando anche per lui. Le persone che per me contavano qualcosa erano tutte lì, in un metro: la maitresse di un bordello e due anime perse come la mia, tutti gettati in una vita che mai avrebbero scelto, in un luogo che non sapevano nemmeno esistesse.
Tra noi tre, quella che considerare amicizia sarebbe stato troppo e solo simpatia limitativo, era nata a seguito di discorsi e metodi di lavoro che avevano portato a una selezione naturale delle frequentazioni. Tra la dozzina di guardie che si fermavano al Mulino eravamo gli unici a non vantarci delle azioni di caccia e solo noi, soprattutto, non giocavamo con le prede, preferendo il colpo secco in fronte anche se, qualche volta, la fotografia del volto sfatto causava intoppi nella riscossione del premio. I più si divertivano nel prolungare la sofferenza delle vittime, ferendole alle gambe, lasciandole spesso morire dissanguate e documentando il tutto con filmati che poi mostravano sghignazzando agli amici. Sapevamo che il risultato era il medesimo ma quelle differenze di operare ci facevano sentire migliori.
Serie: La frontiera
- Episodio 1: La preda
- Episodio 2: La tana e il Mulino
- Episodio 3: L’odio
- Episodio 4: La fuga
- Episodio 5: Oltre la frontiera
- Episodio 6: Aurora
- Episodio 7: Gratitudine
- Episodio 8: Scusa per il pugno che mi hai dato
- Episodio 9: È così facile la felicità
- Episodio 10: Meglio il sasso che la mina
Ciao Giuseppe! In questo episodio inizi a presentarci i personaggi, tenendo però ben nascosti i motivi che hanno spinto questa umanità a ridursi così. Il fatto che tutti abbiano nomi di animali e che le prede siano umani mi fa pensare a una catastrofe passata, tipo una qualche estinzione di massa con conseguente sostituzione delle prede con esseri umani. Le cose si chiariranno proseguendo nella lettura. Per ora ti faccio i complimenti👏🏻
“L’aria, intrisa di fumo, sudore e bestemmie”
Anche questa espressione, come quella che mi ha colpito prima, forniscono uno spessore ancora maggiore ad una narrazione molto cruda e diretta 👏 👏 👏
“mi fosse salita la voglia di carne”
Molto bella questa espressione 👏 👏 👏
Sta diventando davvero interessante: Lupo, Orso e Volpe (così come altri, immagino) ottengono un “premio” per
ogni preda. Mi incuriosisce molto!
C’è qualcosa nel tuo modo di scrivere che mi ricorda tanto William Gibson. Non saprei dire con precisione cosa, per ora, ma sicuramente mi piace tantissimo!
Ora, però, sono curiosa di sapere cos’ha portato Lupo, Orso e Volpe in questa situazione.
Intrigante e coinvolgente al punto giusto. Quest’atmosfera quasi distopica mi piace molto.
Accidenti Giuseppe, trovo che tu abbia cambiato registro e che lo abbia fatto molto bene. E’ interessantissima questa soluzione di non svelare il contesto e lasciarlo immaginare a piacimento del lettore. Ci ho trovato una continuità con il racconto precedente, ma non so se tu voglia riunirli per una storia più completa. Molto bravo comunque, anche per la voce narrante sommessa.
Grazie Roberto! E’ un’altra visione di futuro. Se nella carezza il “messaggio” è ottimista e buonista in questa tento di presentare una realtà più negativa dove la natura animalesca dell’uomo è preponderante. So già che non potrà mancare un briciolo di speranza e redenzione perché, alla fine, il mio ottimismo e l’amore per il genere umano mi impediranno troppa cattiveria. Però ci provo, anche esagerando.
mi piace tantissimo questo tuo nuovo stile. Stai provando qualcosa di nuovo e ti sta riuscendo benissimo. mi associ a Giancarlo, anch’io vorrei vedere collegato questo racconto al precedente, o comunque, mi piacerebbe avere una serie intera. Davvero bravo Giuseppe.
Grazie Dea, credo proprio ne farò una serie. Lo vuole il personaggio e chi sono io per oppormi?
🌹
Sempre ascoltare i personaggi…non vedo l’ora di leggere ❤️
Lo avevi detto che questo Lupo (quasi) solitario bussava per farsi aprire e avere una vita propria. Collega questo racconto al precedente in una serie, te ne prego, e falli continuare. Sento le corde comuni vibrare forte!
Obbedisco! Grazie Giancarlo.
“gente con poco passato, dal presente molto incerto e senza alcun futuro.”
Personaggi delineati con poche ed efficaci parole. In generale mi piace molto l’atmosfera che hai creato. Ciao Giuseppe.
Ciao Antonio, grazie!
“un guscio, anche comodo e confortevole, ma che non aveva personalità e contribuiva, nel tempo, ad appiattire anche quella di chi ci viveva.”
Ottima descrizione: rende l’idea!
Per quanto ricoperto da un manto di neve candida questo non è il Mulino Bianco che conosciamo, manca l’atmosfera calda e rilassata di una famiglia unita e in armonia. Sento, piuttosto, i rutti e le scoregge, volontari o meno, che non mancano mai in questi ambienti malfamati. Sei partito in sordina, senza tanto clamore, questi primi due episodi prefigurano una serie non annunciata ma sicuramente ben concepita fin dall’inizio. Staremo a vedere con grande interesse il prosieguo. Ho usato il plurale maiestatis senza accorgermene, forse perché mi sento Fabius Papa. Benedicimus tibi carissime frater, vade cum deo.
Grazie Fabius per la pazienza nel leggermi… sei in ferie?
Ah, ma non era finita, magnifico! Allora uno comincia a porsi delle domande, no?
Se ci sono tanti cacciatori significa che le prede sono molte. Che diavolo succede? Sembra che la storia sia ambientata in un futuro prossimo, che è successo? Questo episodio lo hai scritto così bene che è impossibile non attendere un seguito.
Grazie Francesco! Aver posto tanti interrogativi mi costringe a continuare. Ma in fondo lo sapevo, spero solo, avendo alzato il tiro nei due primi episodi, di riuscire a mantenere tensione e interesse.
Un episodio che suscita sensazioni contrastanti: coinvolgente e respingente, immersivo nell’atmosfera calda del bar e raggelante, per la disumanità dei personaggi.
Un genere che cattura, nonostante la perversità del male.
Grazie Maria Luisa, sto tendando una scrittura “cattiva”, faccio fatica e mi pungolo pensando che è a fin di bene.
é un racconto ha un tono oscuro e distopico che cattura efficacemente l’attenzione del lettore. La scrittura è ben dettagliata e crea un’atmosfera immersiva, con descrizioni vivide di un mondo freddo, desolato e privo di umanità. Mi piace.
é un racconto che ha un tono oscuro e distopico che cattura efficacemente l’attenzione del lettore. La scrittura è ben dettagliata e crea un’atmosfera immersiva, con descrizioni vivide di un mondo freddo, desolato e privo di umanità. Mi piace.
Grazie Rocco, se riesco a farmi un quadro completo ne farò una serie, per ora ho solo idee da sviluppare.
“L’aria, intrisa di fumo, sudore e bestemmie, emanava una sensazione di denso, gradevole tepore”
L’ impressione è che non ci sia mai nulla di ” imparato” nelle tue descrizioni, tutto vissuto
Atmosfera che si trova spesso nei bar di montagna. In effetti ne ho respirato fumo e bestemmie😁
“qualche altro topo, suo simile, imprigionato in qualche stanzino della lontana città.”
👏
“avrei faticato a distinguerla dalla mia, forse solo gli odori diversi avrebbero potuto insinuarmi qualche dubbio”
Mai visto o sentito parlare del film russo Ironia del destino?
No. Però mi incuriosisce, lo cercherò. Cinema mia seconda passione.
Il titolo in russo è Irònia sudbi, epoca Breznev, più o meno. I russi lo guardano tutt’ ora ogni anno a fine d’ anno (non so adesso con la guerra) e parla di scambi di vite in appartamenti troppo uguali tra Mosca e Pietroburgo.
L’ho trovato ma solo in russo 😢
Equivoci di una notte di capodanno… è questo? Lo cerco!
Guardo, non so in italiano, un attimo…Si, si, si, che bravo! Poi mi saprai dire
La RAI lo ha trasmesso in russo? Comunque abbiamo corsi sovietici di russo da prestarti
Ho letto che la rai lo ha trasmesso a puntate (!) ma non so in che lingua. Vedrò se per caso lo trovo su RaiPlay.
“colori pastello depressione”
😂 👏