La terra

Serie: Alder Venn


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Attraccare.

E adesso che tutto era finito, cosa ne sarebbe stato di lui?

Alder riaprì gli occhi. Il letto, i mattoni, i mobili, gli stracci sul pavimento: ogni cosa era lì, non più attraversabile, non più vibrante, ma dura, ruvida, definitiva. La vibrazione era sparita, e non restava altro che la realtà nuda, senza veli, senza filtri, senza scappatoie. Cruda, netta, a tratti insopportabile. 

E fu allora che capì: quella dimensione era peggiore della frammentazione. Prima c’erano le voci — Omen, Natan, Andrew — e non erano pace, ma erano presenza. Adesso, niente. Solo un silenzio pieno, compatto, senza crepe.

L’uomo si sentì solo. Catherine restava, bellissima e reale, ma non bastava: non poteva riempire il vuoto lasciato da ciò che dentro di lui era scomparso, non poteva attraversare quella soglia. Le porte di Torino erano ancora lì, infinite, eppure Alder non le vedeva più. Non erano più varchi, non erano più passaggi: erano solo porte chiuse. La vibrazione era stata energia, trasporto, possibilità, e adesso si era spenta. Gli archi non conducevano più altrove, erano soltanto archi e non più varchi. La metropolitana dell’universo continuava a esistere, invisibile e infinita, ma senza l’energia giusta, senza lo stato giusto, restava irraggiungibile.

E nello stesso giorno, la città si incrinò. 

Un ragazzo di quindici anni venne trovato decapitato in una piazza di Torino. La testa fu recuperata nel fiume: galleggiava, gli occhi aperti verso il cielo, la bocca piegata in un sorriso di cui non si capiva se fosse dolore o sollievo. La notizia si diffuse senza controllo. Carnival prese dei sedativi. Torino si richiuse su se stessa, in un sonno diverso e più pesante, con un’aura di paura che prima non c’era.

Alder uscì. Non cercò porte, non cercò varchi: si fermò, si abbassò, e toccò la terra.

La terra. Come quella che si bacia dopo un lungo viaggio per mare, quando le ginocchia cedono e le mani cercano qualcosa che non si muova più perché è finita la deriva. Alder la sfiorò: era ruvida, non accogliente, non ancora. Una superficie che non si era adattata a lui, o forse era lui a non essersi ancora adattato a lei, come pelle nuova, troppo esposta.

Il dolore, lì, non era un’idea: era pressione, attrito, presenza. Le cose avevano peso. Ogni oggetto tratteneva, non scivolava più via come prima, quando tutto era attraversabile e l’aria e il cosmo concedevano leggerezza. Ora ogni cosa restava e resisteva.

È questo, allora, stare con i piedi per terra? Restare, senza dissolversi, senza fuggire verso l’alto.

Eppure l’energia non era scomparsa, non se n’era mai andata: era ovunque, nei muri, nell’acqua, nel respiro. Solo che non lo portava più altrove lo teneva incatenato qui.

Alder lo capì senza bisogno di dirlo. Le teorie scritte nel taccuino non erano sbagliate, erano solo ancora imprecise. La sorgente non era oltre, non era sotto, non era sopra. Era doppia: vicina e lontana, dentro e fuori. E adesso non doveva più cercarla, era davanti a lui. 

— Il nome del giovane decapitato è Pancrazio, strano nome. — Disse Carnival mentre fumava un sigaro, guardando la primavera arrivare da lontano senza più vestiti come una bellissima donna, come una fata dei venti.

— E’ ora di tornare su un nuovo caso. — Si voltò e la luce del sole che prima gli riempiva il viso si trasformò in un ombra lugubre che lo precedeva mentre si avviava verso l’uscita dell’ufficio, come un demone che si allunga all’infinito. 

Continua...

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