La trentesima vittima

Aveva deciso che alla ragazza che quella mattina avrebbe sequestrato e violentato dietro un cespuglio vicino ai binari della ferrovia proprio a due passi dal ponte avrebbe fatta salva la vita.

Era la sua trentesima vittima. Nonostante la polizia lo cercasse giorno e notte, gli era stato sufficiente alzare un po’ il livello di attenzione per continuare a mietere ragazze giovani che non dovevano avere più di vent’anni.

Le aveva fotografate tutte prima di strangolarle. Quelle istantanee in cui le ragazze apparivano con il nastro adesivo sulla bocca, le orbite spalancate, le pupille dilatate come ad implorarlo di un gesto di clemenza, erano attaccate con delle puntine da disegno a un pannello di sughero proprio sopra al letto nella soffitta buia e fredda in cui dormiva.

Aveva una fidanzata, una cassiera di un supermercato che aveva conosciuto in una delle poche volte in cui andava a fare la spesa. Quasi tutte le sere cenava in un fast food poco prima dell’ora di chiusura, verso la mezzanotte, quando nel locale rimanevano pochi avventori.

Adorava fin da ragazzo, dopo essere uscito da scuola oppure la mattina presto quando marinava le lezioni, andarsi a sedere sulle pietre a due passi dai binari. Lì non lo disturbava nessuno, non doveva sorbirsi quell’atmosfera mielosa che regnava in casa, le smancerie, i baci e le carezze che si scambiavano i genitori,  per non parlare dei mazzi di rose rosse che il padre faceva arrivare a casa tutti i sabato mattina.

Gli veniva da vomitare al solo pensiero.

A lui piaceva, quando la madre andava in bagno per lavarsi, dopo essersi assicurato che il padre non fosse nelle vicinanze, ficcare l’occhio nello spioncino e guardare. Quando, verso i quattordici anni, capitava che lo lasciassero a casa da solo, metteva le mani nei cassettoni della madre e frugava fino a quando non trovava la biancheria intima pulita che odorava prima di rimetterla al suo posto per non farsi scoprire.

Una notte, verso le quattro del mattino, non essendo riuscito a prendere sonno era ancora immerso nella lettura di un romanzo dell’orrore quando avvertì dal corridoio delle urla strozzate; alzò gli occhi arrossati dalla pagina e si mise in ascolto e, quando stava per riprendere a leggere pensando di essersi immaginato tutto, sentì nuovamente delle grida. Era la madre; con il cuore che rullava e i piedi scalzi gelati al contatto con il marmo del pavimento uscì dalla sua camera e si diresse verso il punto da cui provenivano i rumori: la camera matrimoniale dei genitori. Adesso sentiva, inframezzati alle urla della madre, i grugniti del padre e allora capì che stavano scopando.

Si lasciò scivolare per terra con la schiena appoggiata alla porta, digrignò i denti, chiuse i pugni e serrò le mascelle; si rifiutò di lasciare scivolare sulle gote le lacrime che si erano radunate agli angoli dell’occhio, si alzò e entrò aprendo la porta con le spalle mandando in frantumi la serratura.

I genitori cercarono di coprirsi mentre, con le corde vocali tese allo spasimo, il figlio gridava oscenità alla madre che, appoggiata allo schienale del letto matrimoniale tenendosi la vestaglia raccolta da terra sul petto, piangeva pregandolo di smettere.

Il ragazzo aveva le mani tra i capelli, saltellava sul posto tutto rosso in viso e poi si mise a prendere a calci una sedia finchè, dopo essersi arrestato per qualche secondo durante i quali i genitori speravano che la tempesta fosse sul punto di finire, puntò il grosso specchio sul comò e lo prese a pugni.

Il sangue cominciò a uscire a fiotti zampillando dalle vene, il padre si gettò sul figlio e lo tempestò di schiaffi fino a quando il ragazzo cadde a terra. Lo portarono al pronto soccorso dove fu operato d’urgenza e si salvò per miracolo.

Ritornato a casa si chiuse a chiave in camera rifiutandosi di uscire. Chiamarono i servizi sociali e venne a casa una psichiatra per cercare di parlare con lui. I primi due giorni il ragazzo non rispose e poi la fece entrare in camera.

La madre rimase incinta.

Dopo due mesi il ragazzo uscì dalla sua stanza accompagnato dalla psichiatra e ricominciò a andare a scuola.

Un giorno il ragazzo, rientrato da scuola, si diresse in cucina dopo aver gettato lo zaino quasi vuoto in mezzo al salone e aver buttato il giaccone di pelle sul divano. La tavola era apparecchiata per tre, cosa insolita visto che il padre non tornava a casa prima di sera.

Si sedette sulla sedia e si versò un bicchiere di vino rosso che buttò giù in un solo sorso prima di posarlo sul tavolo. L’alcol scese rapidamente nelle viscere e lo calmò, avvertiva infatti una sensazione spiacevole che non riusciva a spiegarsi.

I genitori entrarono in cucina. La madre gli si avvicinò e gli passò una mano tra i capelli lisci, baciandolo sul collo e respirando il suo odore che le sembrava lo stesso di quando era bambino.

«Come è andata oggi a scuola? Riesci un pò a recuperare?»

«Un pò, ma non molto.»

«E allora impegnati di più invece di stare tutto il giorno chiuso in camera tua a fare non so che cosa.» intervenne il padre che, finito di parlare, sentì sulla sua pelle uno sguardo di fuoco della moglie.

«Ti dobbiamo dire una cosa, tesoro..»

«Non mi chiamare più così, mi sembra di avertelo già detto.» Il figlio si accese una sigaretta e aspirò una prima boccata per qualche secondo facendo uscire il fumo dalle narici.

La madre sentì una fitta al fianco, pensò di essere sul punto di crollare, dovette appoggiarsi a una sedia con le mani per raccogliere tutte le energie, le poche che le rimanevano.

«Io e papà aspettiamo una bambina, nascerà tra quattro mesi. Siamo felici come siamo felici di avere te.»

«Francamente non capisco perchè me lo dite, sono cose che non mi riguardano.»

«Sarà tua sorella, ci piacerebbe che tu scegliessi il nome, lo vorrei tanto, tesoro.»

«Io…il nome…io dovrei dare il nome a quella futura putt…» non riuscì a terminare la parola che il padre gli calò sulla nuca un manrovescio che lo fece finire con la faccia sul legno del tavolo. La madre urlò, mentre il padre cercò di assestargliene un altro che però andò a vuoto perchè il ragazzo, con la nuca in fiamme, sgattaiolò dalla sedia e correndo uscì di casa per andare a trovare un suo amico di scuola che stava tutto il giorno a casa da solo così che potevano bere birra in tutta tranquillità.

Passò due anni in un riformatorio minorile perchè una notte, quando la bambina aveva quattro mesi, cercò di strangolarla.

La ragazza in tuta da ginnastica aveva le braccia legate dietro la schiena da una corda e urlava a squarciagola inutilmente, però, perchè il ragazzo teneva il volume della radio al massimo.

Arrivato in prossimità dei binari della ferrovia, poco fuori della città, il ragazzo parcheggiò il camioncino e si fumò una sigaretta di marijuana. Il cuore che gli rimbalzava in petto dalla mattina si acquetò.

Scese e andò a aprire la portiera, salì e prese la ragazza per le braccia e la fece scendere. La trascinò giù fino al punto prefissato per poterne abusare.

«Fai la carina con me e non ti ucciderò. Mi hai capito?» le urlò in faccia avvicinandosi ai suoi occhi.

La ragazza balbettò qualcosa, farfugliava, cercava di articolare una frase di senso compiuto. Riuscì a dirgli che nel portafoglio c’erano quattrocento euro, se li poteva prendere.

«Dopo che ci saremo divertiti me li prenderò. Sarà il compenso per il fatto di non ucciderti.»

La girò e le prese il portafoglio. Lo aprì, guardò dentro e in effetti trovò il denaro. Poi gli cadde l’occhio sulla patente. Era nuova, appena emessa, la ragazza aveva appena compiuto diciannove anni. Guardò la foto, il cognome e sentì le ginocchia flettersi, fu assalito da un conato di vomito e rigettò per terra la colazione.

«Perchè vivi in questa città. Sei nata a Roma?»

La ragazza tremava, ogni respiro era un sussulto, prese aria per rispondere.

«Sto studiando, sono venuta qui a stare da mia zia perchè i miei sono morti in un incidente tre mesi fa.»

Anche il ragazzo aveva una zia in quella città. Anche se non la vedeva da anni.

Prese il coltello, le si mise dietro e le tagliò la corda.

«Vattene, infila la galleria e quando è finita sulla destra c’è una stradina. Prendila e dopo cinquanta metri c’è una stazione dei vigili. Vattene!»

La ragazza scattò come una gazzella e cominciò a correre guardandosi indietro.

Il ragazzo guardò l’orologio, conosceva a memoria l’orario dei treni.

Scese dal cespuglio, imboccò il ponte e cominciò a camminare sui binari, procedeva alternando passi regolari ad altri in cui sembrava che scivolasse sui sassi. Era arrivato a pochi passi dalla fine del ponte, vedeva la luce quando avvertì il fischio della locomotiva alle sue spalle. Non cambiò andatura, guardò la sorella ormai al sicuro un’ultima volta e si rilassò nonostante il treno avesse ormai imboccato la galleria.

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Discussioni

  1. Non poteva esserci altra redenzione se non attraverso un gesto estremo. Questa storia mi è piaciuta. Nonostante il vincolo dato dal numero di parole la narrazione ha seguito un ciclo completo ed equilibrato: la routine omicida, l’ambiente familiare, i traumi infantili, l’imprevisto e la via d’uscita, forse l’unica possibile per un caso come il suo. Complimenti per come sei riuscito a calare questo LibriCK nel tema proposto dal Lab. Alla prossima.

  2. “«Io…il nome…io dovrei dare il nome a quella futura putt…» non riuscì a terminare la parola che il padre gli calò sulla nuca un manrovescio che lo fece finire con la faccia sul legno del tavolo”
    Applauso ?

  3. Ciao Giacomo, hai sviluppato il lab inserendolo in una storia difficile. Tremenda, perché non lontana dalla realtà che potrebbe essere vissuta da qualcuno: i “mostri” si nascondono in ogni angolo ed hanno la faccia di persone per bene. Nell’ultimo gesto del tuo protagonista, ho letto molta stanchezza.