La Vacanza



La Vacanza

Paolo sistemò la valigia e si accomodò nel posto che aveva prenotato. L’aria condizionata gli aveva come dato respiro, togliendogli di dosso l’afa umida che da qualche settimana pervadeva la città. Era scappato da Bologna appena aveva potuto, subito finiti gli esami all’Università, e già immaginava la brezza sulla spiaggia del suo paese, i luminosi tramonti, le notti stellate e l’allegra animazione del lungomare ricco di palme. Era stanco per il caldo e la fatica accumulata negli ultimi giorni e si addormentò. Si svegliò dopo più di un’ora, quando il treno stava già costeggiando le spiagge dell’Adriatico, brulicanti di colori e di vita contro l’imperturbabile azzurro del mare piatto come una tavola. La carrozza del treno era silenziosa e molti viaggiatori armeggiavano coi loro computer portatili, chi sbrigando la posta, chi dialogando in rete, chi vedendo un film con le cuffie.

Lo aveva svegliato una voce di ragazza dall’accento meridionale:

“Pronto! Allora?”

…“Eh? Dai dimmi, dimmi”.

Sembrava elettrizzata e anche i sui lunghi silenzi erano eloquenti.”

“E cioé?”

“E tu?”

“Ma daiii, non mi stare a dire”.

“Tranquilla, ma non ti fare prendere né dall’entusiasmo né dalla paura, vacci piano se ce la fai”.

“Eh sì, bisogna che a lui lo dici, magari quando sei proprio sicura”.

“Ah sì? Di certe cose uno si accorge. E poi tu sei trasparente”.

“Poveretto, questo lo capisco, più uno si sente messo da parte e più corre dietro, si appiccica”. “Lo so, lo so che è peggio, in amore vince chi fugge, come si dice. Ma tu fregatene più che puoi anche se sei affezionata, oggi a me domani a te”.

“Vabbuò, vedremo, fammi sapere, bella”.

Dopo una circolare occhiata ricognitiva Paolo appoggiò di nuovo la testa allo schienale e si mise a riflettere, con lo sguardo fisso sulla linea nitida dell’orizzonte che separava i due diversi azzurri.

Era scappato dalla città anche perché turbato dalla scomparsa, improvvisa ed inaspettata, del giovane amico. Adesso l’amico non c’era più e la sua mente, la sua coscienza, non avrebbero percepito più nulla. Lui invece rimaneva il centro, l’occhio attraverso il quale l’universo era visto. Perché proprio lui, Paolo? E quando anch’esso si fosse spento, avrebbe avuto qualche percezione, magari indiretta, di altre coscienze, di altri occhi che erano aperti? La solita domanda insomma.

La morte la sentiva ancora lontana, ma il pensiero di essa era sempre presente, senza paure od angosce, piuttosto con curiosità. Comunque si era convinto che a queste domande non ci fosse risposta se non la pratica (una volta si sarebbe detto la prassi) della vita stessa. Solo le azioni, i rapporti con cose e persone, i sentimenti verso di essi e verso la natura erano in grado di aggirare, sterilizzare questi interrogativi.

I sentimenti per le cose ed il loro mistero. Guardando il paesaggio che scorreva sotto il suo sguardo, si chiese ancora una volta come fosse stato quel paesaggio cento, mille, diecimila anni prima e oltre, fin quando la struttura morfologica di quella costa e di quelle colline era la stessa ed ancora prima. Altri esseri si erano mossi in quello scenario. Alcune cose, come la vegetazione che era anch’essa viva, erano cambiate, ma altre erano rimaste le stesse, non simili, ma proprio quelle, con la medesima materia vista e toccata dagli esseri antichi. Però altre ne erano sorte, si erano aggiunte, quasi a sovrastare, a coprire, e niente sarebbe tornato come prima, mai più. Verso le cose c’era come il senso di un mistero e l’invidia della loro permanenza di fronte al susseguirsi delle forme di vita. Questo era il sentimento verso di esse, al di là della ammirata contemplazione della loro bellezza.

Poi c’era il sentimento verso le persone, causa ed effetto delle relazioni tra gli esseri umani. Paolo pensò a Laura, a quello che provava per lei e a come fosse contento di raggiungerla per vivere con lei quel periodo di serena quotidianità che era loro resa molto difficile, dalle circostanze, per il resto dell’anno.

I suoi pensieri furono interrotti da una voce maschile dall’accento lombardo, vicinissima e come sorta dal nulla, tanto che Paolo trasalì:

“Ciao, sono Tosatto, l’ho chiamata per sapere se ha parlato col geometra”. L’interlocutore diede una risposta rapida.

“Mi scusi se mi permetto ma devo assolutamente conoscere il parere del geometra e quanto lui lo garantisce, prima dell’incontro con gli stakeoldhers”. Al termine di questa breve conversazione l’uomo sussurrò tra sé e sé:

“Ma roba da matti!”, poi si sentì di nuovo la sua voce:

“Franco? Sono il Matteo”.

“E come vuoi che vada, lascia perdere, sono imbufalito”.

… “Perché quel debole mentale di Terzi non ha ancora parlato col geometra! E adesso cosa gli vado a dire a quelli?”

… “E certo che posso stare sul vago, ma mica tanto, quelli non sono nati ieri. Comunque non ti ho chiamato solo per sfogarmi ma per chiederti di capire, per le tue vie, come stanno le cose col geometra. Se devo azzardare e metterci la faccia vorrei almeno aggrapparmi a qualcosa”.

…“Ti ringrazio, ma vedi come va il mondo? Valutazione del personale, raggiungimento degli obiettivi delle strutture, contributo dei singoli. Ma poi chi valuta è un minus habens con uno stipendio triplo del nostro!”

Con Laura avrebbe chiacchierato, passeggiato sulla riva del mare tenendola per mano, mangiato pesce negli chalet sulla spiaggia ed altre cose.

Lo scampanellio del carretto del caffè si stagliò sul rumore neutro della carrozza in movimento e Paolo attirò l’attenzione dell’addetto, che gli servì uno dei soliti orribili caffè.

“Ma non muoverti in continuazione, dai fastidio al signore. Mi scusi, ma quando è stanco si agita sempre così”, disse una voce di donna rivolta a qualcuno dall’altra parte della carrozza.

“Uffi, quanto manca mamma?”

“Siamo a metà strada”.

“Che vuol dire metà strada?”

La donna ci pensò un po’ su poi disse:

“Vedi questi posti? Ci sono i nostri, dove siamo seduti io e te. Di fronte ci sono gli altri, uguali, dove sono seduti il signore e tua sorella. Facciamo finta che tutti i posti sono tutto il tempo che ci vuole per arrivare. Finora ne è passato come i nostri posti, ne manca ancora come i posti di fronte”.

Nonostante questa spiegazione così laboriosa il piccolo disse, con sorpresa di Paolo: “Ah, ho capito”.

Subito si udì una voce da uomo anziano:

“Non si preoccupi signora, non mi dà troppo fastidio. Piuttosto, sentire parlare di metà, mi fa venire in mente un indovinello. Quanti anni ha la bambina?” “Nove”. “Immaginate di avere una tavoletta di cioccolata, di dividerla a metà e di mangiare questa metà, poi fate la stessa cosa con la parte rimasta, dividendo sempre quello che resta in due parti uguali, e così via. Quando finirete di magiare tutta la cioccolata?” La ragazzina ci pensò un attimo poi disse con una certa sicurezza:

“Mai” .

“Brava!” commentò lui mentre la madre aggiunse, con una certa ammirata meraviglia: “Ma come hai fatto? Io non c’ero arrivata”.

“Vede signora? Questo conferma che il calcolo infinitesimale dovrebbe essere insegnato alle elementari, le menti dei ragazzini sono portati alla astrazione più di quella degli adulti, sebbene si creda il contrario e li si torturi con i problemi delle massaie che comprano le mele”.

La conversazione andò avanti per un po’ dopodiché ci fu silenzio per parecchio tempo. Ad un certo punto il bambino chiese:

“Ma quanto manca adesso? Quanti sedili, mamma?”

“Solo uno, quello dove c’è il signore”, rispose la donna.

I rapporti tra lui e Laura non sempre erano idilliaci, qualche eccesso di lui nelle richieste, qualche esagerata preoccupazione alle quali lei reagiva con una certa stizza. Ma era sicuro che il loro sentimento avrebbe superato tutti questi piccoli, naturali ostacoli ed i loro conflitti caratteriali. Almeno finché il rapporto durava e Dio solo sapeva quanto sarebbe durato.

Quando scese sul marciapiede della stazione di arrivo, Paolo si sentì investito dal caldo esterno, ma era un caldo diverso, più dolce e la brezza agitava i capelli di una donna venuta a ricevere qualche passeggero. Appoggiò a terra la valigia e guardò verso l’ingresso del sottopassaggio.

Laura stava correndo verso di lui e, dietro, c’era il sorriso di sua madre. Ma lui concentrò lo sguardo, leggermente ansioso per il timore che lei inciampasse o fosse urtata mentre il treno ripartiva, sulla piccola figura che gli veniva incontro con le braccine spalancate, i chiari capelli che svolazzavano mentre gridava con la sua voce squillante.

“Nonno, nonno!”

Lui la prese sollevandola e, sentendo il suo peso, disse:

“Ma quanto sei cresciuta in un mese, Laurina!”.

“Mi hai portato le figurine nonno?”



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