
La Valle e il Paese
Serie: Club Inferno
- Episodio 1: L’Incontro
- Episodio 2: L’Incubo
- Episodio 3: La Valle e il Paese
STAGIONE 1
Fece rifornimento. Salito in macchina pensò che avesse bisogno di una carica. Accese la radio. I Rolling Stones parlavano di una guerra e di una tempesta. Uscì dalla strada, le ruote della sua auto provarono lo sterrato. Nella stradina non c’era asfalto da tritare, c’era la polvere e qualche piccola pietra. Non c’erano lampioni a illuminare la strada, c’era solo la sua auto. Luce davanti e oscurità tutt’intorno. Oscurità e chissà quale altro mostro. Non gl’importava, poteva anche esserci Dio tra l’erba che cresceva libera in quel campo. Lui doveva fare altro. Dal suo finestrino vedeva la luna e in quel campo la sua immagine riflessa. Era elettrizzato. Aprì il finestrino e il fresco della sera iniziò a entrare, il vento a sbattere contro le sue orecchie e sputarci il suo rumore dentro. Correva. Si sentiva libero. Dentro esplodeva e fuori era libero. Accese un’altra sigaretta. Si fece schifo. Non gl’importava, non aveva tempo per pensare, doveva scrivere.
7
Fermò l’auto e aprì il portabagagli. La valigia nera andò a sbattere contro la sua gamba varie volte. La alzò sul tavolo e l’aprì. La macchina da scrivere scoppiettava e i suoi artigli saltavano. Preparò il resto e si mise a scrivere.
8
Sei mesi.
Sei mesi senza scrivere.
Sei mesi di fogli accartocciati al suolo.
Sei mesi di tastiere e penne.
Sei lunghissimi mesi passati a provare.
Il rumore della tastiera smise di girovagare tranquillo tra gli alti fili d’erba. I suoi occhi vagarono tra le parole. Gli piaceva. Adagiò nuovamente le mani sulla tastiera e riprese.
Da quella fossa nera, Tony era riuscito a cavare solo qualche parola. Sporadiche parole avevano formato confuse frasi, confuse frasi di una confusa mente. Sei mesi eterni. Agli occhi degli altri non erano sembrati molti.
“Sono solo sei mesi” aveva più volte ripetuto Susan. “Non crucciarti troppo.”
Con l’arrivo del bambino, in casa Collins era giunta una vibrante sensazione di euforia.
“Vedrai che presto tornerai a tormentarmi. Ancora con quella macchina da scrivere durante la notte, farai impazzire anche la piccola!”
La faccia di Tony era sbucata di fianco alla porta.
“O il piccolo!”
Tony pose una mano intorno alle spalle di sua moglie e sorrise. Di fronte a loro si ergeva dal suolo la culla bianca.
Per anni il suo motto era stato: “Emme-Esse-Esse!” Così che le donne non potessero dire di non essere state avvisate.
“Mai” aveva iniziato, “sposare” aveva continuato, “uno scrittore” aveva finito. Susan era scoppiata a ridere mentre i suoi ricci arancioni dondolavano nell’aria. Con aria da maschiaccio lei aveva risposto: “Tu devi essere un tipetto interessante!” Con la spinta dell’alcol, Tony aveva fatto finta di offendersi. “Tipetto?” aveva riso. “Io sarei un tipetto?” La ti più dura che avesse mai pronunciato l’aveva lanciata qui, davanti alla sua futura moglie. Susan l’aveva seguito in un’altra risata mentre lui continuava a fingere di essersela presa.
9
I tasti meccanici avevano impresso la loro forma sulla sua guancia. Al mattino un contadino anziano lo svegliò e gli chiese se stesse bene. Non lo sapeva, glielo disse e ripartì.
10
Campi sconfinati dimenticati da Dio, le ruote tritavano polvere mentre l’auto si muoveva turbata. La terra guardava il viaggiatore, inerme e debole cercava di allungare le mani e sfiorare quell’unica fonte di vita. L’estraneo s’addentrava in una squallida infinità di nulla, che Dio il primo giorno aveva creato, ma che il quarto aveva già dimenticato. Perfino il sole non splendeva lì, i suoi raggi si piegavano e si distendevano da un’altra parte. Non c’era vita. Non c’era nulla. C’era terra. La terra era nera e morta, il suo cadavere era marcito all’aria e il viaggiatore lo guardava allontanandosi. Spaventato, il viaggiatore guardava il cielo, temeva la valle, temeva che quella terra di nulla potesse inghiottirlo e condannarlo alla sua infinità vuota. Guardava la montagna e sopra di essa guardava la cima tagliata. Dio con il coltello ne aveva reciso la testa e l’uomo l’aveva ricostruita. Una testa naturale sostituita da una testa artificiale, il paese. E poi qualcuno aveva eretto il club.
L’uomo sulla cima aveva guardato la valle da cui era venuto e aveva deciso di abbandonarla definitivamente. Aveva edificato il paese perché nessuno dovesse tornare in quella valle di morte. Dopo l’uomo, il denaro. L’uomo ricco aveva attraversato il vuoto sottostante e aveva eretto il club. Il dépliant diceva diciassette maggio 1939. Sotto, la fotografia di un piccolo e sorridente omino che stendeva il suo braccio e invitava a entrare.
Il viaggiatore saliva. Percorreva la strada e girava intorno alla montagna, raggiungendo il paese. Le sue dita si stringevano sempre di più al volante, le due pelli, una bianca e una nera, si univano attraversate solo dal sudore di quella bianca. Le dita strozzavano il volante. Le orecchie si chiudevano e il viaggiatore ruminava una gomma. Se non bastava, chiudeva le narici con la mano e soffiava. Le orecchie si stappavano.
Il viaggiatore si accese una sigaretta, era quasi arrivato alla cima. Guardò fuori dal finestrino la valle distesa e fermò l’auto. Scese, la guardò con più calma mentre il fumo affondava nella sua vista. Quando tornò verso l’auto, a ridosso della montagna vide il cimitero. Si avvicinò. Il cancello, alto e nobile, era frustato e ammanettato da una semplice e vile catena. La potenza della memoria mista alla storia, a un passo dal viaggiatore, separati solo da una becera catena.
“Je chios, apr na vòt au mes. A colp je du cmmon.”
Sopra il cimitero, appoggiata alle mura del paese, c’era un’anziana. Lui annuì e sorrise, lei fece un cenno con la testa e sparì.
11
Il sole splendeva feroce, il paese si scioglieva e le poche persone restavano all’ombra. Un’auto che nessuno aveva mai visto prima squarciò la città, schiaffeggiando chiunque osasse guardarla. Gli anziani sedevano fuori dai bar; i loro occhi nascosti tra le carte spiavano lo straniero, si domandavano da chissà quale grandiosa metropoli provenisse e cosa volesse fare lì, nel loro paese. Perfino le case sembravano curiose: le finestre si aprivano e gli sguardi si attaccavano a quella scintillante auto che andava avanti indisturbata.
Il club scintillava. Pregno di tutti i ricordi che ospitava, quell’edificio contrastava con tutte le case e gli edifici del paese. Se le case erano bianche, il club era nero. Se i bar erano acqua, il club era fuoco. Non un fuoco, un incendio. Perché il club era più che una cosa, il club aveva una vita. Il club respirava e i paesani lo sentivano. Il club aveva un cuore e il paese lo sentiva battere. I ricordi cavalcavano l’aria e viaggiavano per il paese. Lo straniero entrò nel parcheggio e fermò l’auto. Con le valigie ancora nel portabagagli, entrò nel club e si ritrovò in un piccolo stanzino dall’odore acre. Acre ma leggero. Sopportabile. Era una minuscola reception dove un anziano dai capelli argentei lo stava squadrando. Quel concierge aveva l’aria antica e dolce, come se avesse lavorato lì tutta la vita, servendo un ospite dopo l’altro calorosamente.
“Benvenuto.”
Riccardo si avvicinò al bancone e sorrise.
“Potrebbe cortesemente-”
“Certo, mi scusi” lo interruppe Riccardo, mostrando i fiammiferi. “Ecco a lei.”
“Molto bene” annuì l’anziano. “Qualcuno si sta già occupando dei suoi bagagli. Potrebbe cortesemente consegnarmi le chiavi del veicolo?”
Una lampadina sul soffitto emanava morendo quegli ultimi sprazzi di una fioca luce.
“Può andare” sorrise l’anziano e mosse il braccio ad indicare le due porte, che ora erano spalancate.
L’ospite ringraziò e prima che potesse voltarsi, quell’anziano gli parlò ancora una volta.
“Lei è lo scrittore, vero?”
“Si… Come-”
“Un buon concierge deve conoscere perfettamente i suoi clienti.” Rise. “Mi aspetti nel salone, la raggiungerò al più presto possibile.”
12
Il salone seduceva. Il suo pavimento nero si contrapponeva al soffitto, di cristallo, che scudisciava ogni sorta di oscurità. Erano due eserciti che si affrontavano e gli ospiti camminavano nella terra di nessuno. Sospeso tra la luce e l’oscurità, un pianoforte a coda se ne stava sulla finestra, alta e larga tutto il salone. Guardava fuori mentre una donna dai capelli lunghi e profondi e scuri come una notte d’inverno lo suonava. Alcuni uomini in smoking sedevano su poltrone nere. Fumavano sigari e impercettibilmente tiravano occhiate alla donna. Le note si libravano, leggere e innocenti riempivano la stanza.
L’ospite si avvicinò al vetro e guardò oltre. La valle lo fissava mentre lui lentamente si rendeva conto di quanto quel club fosse un bambino. Un bambino sciocco che si sporgeva dalla montagna. Il club era poggiato sullo strapiombo e s’affacciava giù. Una piccola spinta e sarebbe caduto, verso la valle, verso il suo vuoto. Ma, a quanto pare, sin dal 1939, da molti anni, non era mai caduto. L’ospite guardò in alto e vide un fiabesco lampadario, che come il big bang, lanciava i suoi pezzi lontano. Il cristallo si dondolava nell’aria e risplendeva.
La donna e l’ospite si scambiarono una fugace occhiata. Lei era elegantemente bella, lui aveva passato ore e ore in auto, senza farsi mai una doccia. Lei aveva l’aria di un gatto nero, nobile e seducente. Lui sembrava un coccodrillo, paludoso e sporco. Ma quei due animali, così diversi, si erano guardati. Il coccodrillo aveva messo gli occhi sulla gatta, un animale che non apparteneva alla palude.
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