LA VILLA, IL GIARDINO, LA PISCINA

Serie: SONNILOQUIO


Un maestro del sogno lucido ritorna sulla scena di un sogno folgorante. Qualcosa lo persuade di aver raggiunto un limite invalicabile. Racconto in quattro episodi.

«Inizia sempre così. Con questa prassi penosa. L’imbarazzante quesito. La magia delle forme impresse in serie sulle piastrelle del bagno. Non ho mai visto geometrie tanto sfuggenti. Due ghirigori. L’infinito scolpito nel pavimento.

Nonostante l’odio per quel viziosetto di Freud, non posso fare a meno di non dargli torto. Per me. Solo per me. L’accesso all’inconscio sta tutto in quel frammento di memoria. Il ricordo prossimo alla funzione biologica più infima.

Inizia sempre così. Dall’emergere degli imbarazzanti mandala che accompagnano il mio defecare.»

«Che cosa vede?»

«Immagini trite. Frantumate. Riassemblate in un disegno astratto – vagamente osceno – di ceramiche colorate. Un trencadís catalano ricomposto sotto ai piedi scalzi. Bagnati.

Dietro, il sentiero si perde tra le rocce di una caletta.

Giù per segreti lembi di terra che digradano fino al mare.

Sopra, incombe l’architettura di una villa rinascimentale inghiottita dalla macchia.

Ne colgo qualche dettaglio. La fuga vertiginosa dello spigolo. La simmetria delle finestre. La porzione di corrimano che delimita la terrazza a strapiombo. I globi di pietra demarcanti le intersezioni del perimetro.

Il viaggio partirà da qui. Da questo mandala accartocciato come una carta da chewing gum. Risputato sotto forma di trencadís osceno.»

«Dov’è diretto?»

«Risalgo il percorso fino al giardino della villa. Un vasto prato all’inglese. Al centro, una piscina interrata a forma d’immenso uovo. Tutt’intorno, tanta gente. Qualcuno passeggia lungo il bordo della vasca. Altri seggono nei tavoli periferici. All’ombra di parasole color cachi.

Laura si sbraccia da dentro all’acqua. Chiama con movimenti della mano. Le dita incontrano la resistenza dell’aria. Il suo sorriso mi costringe a sorriderle, nonostante tutto.

Nonostante cosa, poi?

Astrid è accanto a lei. Accanto a lei, ma fuori dall’acqua. Stesa supina sul bordo di mattoni rossi che circondano la vasca in una corolla di losanghe.

Tiene un piede in ammollo. Espressione tipica della sua indolenza.

I loro uomini stanno a pochi passi. Gael. Callan. Parlano. Gesticolano entro i limiti impostigli dall’ingombro dei cocktails. Portano i tumblers alle labbra. Bevono compulsivamente. A piccoli sorsi.»

«Conosce questi individui? Saprebbe descrivermeli?»

«Gael è glabro. Pallido. Tipo nordico. È in costume da bagno. Ciò rende Callan ancor più fuori luogo. Callan è ingessato in un completo elegante di giacca e pantaloni. La cravatta stona. È corta. Larga come una daga. Stoffa marezzata. Gli solca il petto con la rigidità di una lama. Fende lo sguardo coi riflessi del metallo.

Non si prende mai il lusso di spogliarsi, dice. Perché lui è il padrone di casa.

Il suo contegno è ridicolo.»

«Ha detto che i due uomini stanno parlando… cosa si dicono?»

«Pensai di avvicinarla, racconta Callan. Ha una voce piagnucolante. Prepuberale. Mi accoglie con un cenno fiacco. Prosegue con la storia. L’aveva fissata per tutto il tempo, dice. Come se in qualche modo la conoscesse. Le chiese quale fosse il suo nome. Il viso le s’incupì. Allora cominciò a sentire disagio per quell’improvviso riserbo. Si erano già incontrati prima? Ne era certo. Volle sapere dove, dice. La donna guardò avanti. Imbarazzata. Callan chiese se l’incontro non fosse avvenuto in sogno. Lei lo fissò dritto negli occhi. Si girò e mi fissò negli occhi! Esclama. Lo fulminò come se avesse detto qualcosa di proibito. Il gesto lo turbò, dice. Non abbastanza da impedirgli di rifarle la domanda. Le chiese se anche quello non fosse un sogno. La donna urlò. Vomitò un suono che gli s’inchiodò nel petto. Poi nel cervello. Lo paralizzò. Fu come precipitare, dice. Durò solo un attimo, ma non riuscì a muoversi per un tempo che parve l’eternità. Si svegliò. Sconvolto. Respirava male. Sudava. Piangeva. Per anni, da quella notte, ebbe solo incubi. Visioni strazianti, dice. Fu come se qualcosa avesse preso il controllo dei suoi sogni. Guardate. Ci mostra la mano. Tremo ancora al pensiero.

E com’era? Domanda Astrid. Fredda. Abbassa il reggiseno. Lancia un’occhiata obliqua da sopra le lenti scure.

Quel suono? Riprende Callan. Non fu del tutto spiacevole, dice. Pur avendogli squassato il petto. La testa. Non era composto da parole. Solo un’implicazione. Ciò bastò a spaventarlo. Capiva di aver superato un confine, dice. Di aver scomodato forze che lo avrebbero annientato col loro semplice accostarsi alla ragione.»

«A quale confine si riferisce? Gli chieda di essere più chiaro.»

«Non importa. Come procede la conversazione?»

«Gael attacca. Racconta della volta in cui tentò d’interrogare i suoi sogni su chi fossero realmente. Nessuno rispondeva. Scappavano tutti, dice. Alla fine ho messo all’angolo un tizio decrepito. L’ho agguantato per la spalla. Così che si lasciasse interpellare. Invece era stato il vecchio a sorprenderlo, rigirandogli la domanda. Io sono te, aveva allora risposto Gael. Il tizio sembrò sollevato. Non hai capito niente, disse.

Con ciò, l’intero sogno iniziò a squagliarsi, spiega. Sì: squagliarsi! S’era letteralmente sciolto nell’oscurità. E Gael rimase solo in quell’oscurità. Quell’oscurità non era altro che il nulla. Si svegliò subito dopo, dice. Agghiacciato.

Questa storia ricorda qualcosa a Laura. Il racconto di uno stato meditativo avanzato. Una condizione di totale abbandono dell’ego. O magari era solo un k-hole da ketamina. Forse qualcuno ti ha giocato un brutto scherzo, ironizza. Intanto cerca il mio sguardo. Non le do corda.»

«Perché. C’è forse attrito fra di voi? Oppure non la reputa abbastanza attraente per lei?»

«Laura è bella. Più di Astrid.

Laura è l’amante di Callan. Il mio migliore amico.

Poco importa se anche Gael è mio amico. Se Astrid, la sua donna, si sia data a me più e più volte.

Anche Laura lo ha fatto. Spesso.»

«Quando è accaduto?»

«Non lo so. Tutto appare ora. Nel ricordo. Nell’articolarsi di un passato che retrocede col procedere degli eventi. Dentro a una memoria che non m’appartiene.

Qui. Fra questi sconosciuti. Potrei avere entrambe le donne. Contemporaneamente.

Possederle sotto agli occhi impotenti dei loro uomini. I miei “amici”. Il mio sesso è ubiquo. Potrei soddisfarle entrambe. Allo stesso tempo.

Mi basta volerlo.

Tutte e due si affannano per me. Esibiscono sfacciatamente la loro voglia.»

«Signor Castelverdi: quello è un depistaggio. Il sogno vuole sviarla, suscitare in lei gli istinti più bassi. Siamo sulla buona strada. La prego: si sforzi di riprendere la concentrazione.»

«Laura si allontana. Nuota verso il centro della piscina. Astrid la segue, rotolando nella vasca.

Le pelvi spuntano dall’acqua bassa, sommerse poco alla volta dai flutti azzurri. I petti nitidi. Le cosce sfrangiate. Sgambettanti dentro a fiamme di luce argentata. Da qui sento il profumo delle loro pelli cotte. Odore di cuoio. Di smalti scrostati sulle unghie dei piedi. Il tanfo umido delle loro intimità misto a una sacralità profanata. Rarefatta. Remota. Incenso stantio in un tempio sconsacrato. Fetore di mura antiche. Puzza di offerte fradice. Qualcosa di sporco ed eccitante. Repellenza che non posso fare a meno di annusare perché non la so descrivere. Perché mi attira dannatamente…»

«Signor Castelverdi! Ritorni alla discussione!»

Serie: SONNILOQUIO


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Discussioni

  1. Curioso, come utilizzi frasi così corte creando un intreccio assurdo quanto poi lanci quelle più lunghe. Così come i termini che inserisci in momenti calibrati, ti dirò… la prima lettura non basta! Per viaggiarmelo meglio, lo rileggerò. Ah, complimenti pure per l’audio all’inizio del racconto! A dir poco azzeccato

    1. Ciao Loris! Grazie per la lettura🙏🏻 Sì, questa piccola serie è tra le cose più sperimentali che ho scritto😊 Volevo rendere l’idea di una narrazione spiritata, ipnotica, fatta da un soggetto non completamente cosciente.

  2. Un modo assolutamente personale e originale di raccontare qualcosa… ma dovrò leggere le altre parti per capire meglio di cosa si tratta. Molto attraente, però, questo è sicuro.

  3. Un discorso quasi surreale, un’ambientazione curata in ogni suo dettaglio, ottima caratterizzazione dei personaggi. E quel piede, dice, che si muove sinuoso sfiorando appena l’acqua, dice, la lettrice lo ha particolarmente amato. Bravissimo e assolutamente originale come sempre.

  4. Il tuo racconto è magnetico. E forse complice il fatto che so che frequenti i miei posti, nella descrizione di quella villa e di quella terrazza a strapiombo non potuto fare a meno di vederci il levante ligure.

  5. Uno stile narrativo molto particolare, quasi sperimentale per certi versi, che combina frasi più lunghe ad espressioni laconiche.
    Mi ha colpito il linguaggio, a volte ricercato, che dà una certa profondità alla narrazione.
    Proseguo volentieri con gli altri episodi.

  6. Tecnica insolita per me, quella della voce narrante che si rivolge al lettore dandogli del tu, imponendogli il ruolo di protagonista del racconto, dicendogli cosa gli sta accadendo, al presente indicativo. O forse, all’imperativo presente. Quasi ipnotica. L’ambientazione onirica rafforza la sensazione di straniamento, funzionale alla descrizione. Un lavoro studiato e raffinato. Decisamente efficace. Mi è molto piaciuto ed ho imparato un approccio nuovo. Ora passo a leggere le parti successive, devo capire di più di cos’ ha detto questa donna.