
LA VISIONE PERIFERICA
Il numero 9 attraversò pigramente il viale che dalla stazione portava ai complessi residenziali eretti ai margini della città.
Le interminabili mura screpolate delimitavano i bordi della strada, come a incanalare il tragitto del bus.
Dietro a quelle pareti, Geraldine intravvedeva le grandi e sobrie silhouette dell’ex stabilimento siderurgico disseminato tutto attorno al quartiere.
Nelle deboli luci della sera, la ragazza scorse lo scheletrico capannone, vuoto e immenso come un hangar abbandonato; il forno di fusione, collegato al pencolante edificio che una volta costituiva l’impianto per l’abbattimento e la depurazione dei fumi; la torre piezometrica: un imponente serbatoio pensile che si stagliava all’orizzonte come un gigantesco fungo di calcestruzzo.
Quello era tutto ciò che la città aveva da offrire agli occhi stanchi di Geraldine.
La sua mente muta contemplava il nulla, senza lasciare spazio al benché minimo sprazzo di pensiero.
Unico passatempo, per ammazzare la noia di quel viaggio solitario, era la continua alternanza di dentro e fuori: un gioco automatico di sovrapposizione delle forme del paesaggio alle interne geometrie del veicolo, riflesse a specchio sulla superficie del finestrino.
Una successione infinita di messe a fuoco e sfocamenti che rendevano il cristallo dapprima una nera lavagna illuminata solo dalle fluorescenze della sera, per poi esplodere nell’accecante bagliore dell’abitacolo.
Geraldine chiudeva un occhio, poi lo riapriva, poi chiudeva l’altro: si divertiva con la prospettiva, spostando la grande torre a fungo prima a destra e poi a sinistra di una minuscola macchia sul vetro.
Successivamente proseguì con un gioco più ardito: far entrare la città nell’angusto spazio del bus deserto, proprio come in una cinematografica sovrimpressione di elementi.
La ragazza continuò a sforzare la vista fin quasi a sentire dolore: fu allora che scorse “l’anomalia”.
Non si sarebbe detta del tutto certa di ciò che aveva veduto, e questo forse le procurò un brivido ancora maggiore: con la coda dell’occhio, le era parso di notare un’assenza di movimento da parte della propria immagine riflessa.
Fu questione di un attimo: Geraldine si sentì attratta da quella staticità che non avrebbe dovuto esserci.
Voltò lo sguardo al proprio viso e vide chiaramente la sua immagine fissarla attonita.
Non fu tanto lo stupore dipinto in volto a ghiacciarla – in lei era il medesimo – quanto la certezza di non aver scorto il precedente gesto di torsione del capo, quasi che il riflesso la stesse osservando già da prima che si voltasse.
Come una scimmia davanti allo specchio, Geraldine prese a studiarsi e a tendere trabocchetti all’altra sé stessa, ma senza successo: quella di fronte era la lei di sempre.
Tanta fu la concentrazione, da non rendersi però conto delle pareti ingiallite che si ergevano alle spalle del riflesso.
La ragazza vide allora un nuovo e più grande stupore imprimerlesi in volto.
La replica accennò ad alzare gli occhi al di sopra della sua testa, come se stesse studiando lo spazio dietro di lei, poi Geraldine perse il contatto visivo con la propria immagine per quella naturale legge di rifrazione che ci obbliga a vederci guardati unicamente quando puntiamo lo sguardo su noi stessi.
L’angolazione troppo obliqua la costrinse ad aggrapparsi a una fumosa visione periferica, mentre l’angoscia di non poter tenere sotto controllo quella mimesi anomala venne subito scalzata da un’oppressione ancora più grande: quello scorcio di corridoio che si apriva alle spalle del suo riflesso non poteva esistere. Dov’era finito l’interno del bus?
Geraldine non pensò minimamente di mettere in discussione l’esistenza dell’abitacolo: ne percepiva il suono attutito del motore, il dondolio soporifero degli pneumatici lungo le sconnessioni stradali, l’odore bestiale lasciato nel vuoto dalle calche dei corpi umani.
Quel corridoio sembrava esistere solo all’interno del cristallo, tutto attorno alla sua copia fedele, proiettandola contemporaneamente al di qua e al di là del vetro, ma in due luoghi distinti, mentre sotto alla superficie, la città, lo stabilimento, il viale, le mura screpolate continuavano a sfilare imperterrite.
Nel tratto buio delle tre pareti – forse un semplice vestibolo – figurava unicamente una porta socchiusa, a pochi metri dalle spalle dell’altra sé, immersa nel giallo di una carta da parati decorata con stampe di foglie di betulla.
A fatica, Geraldine tentò di tenere ancora muta la sua mente, ma qualcosa stavolta era filtrato.
Il ricordo di quel silenzio auto imposto, legato indissolubilmente all’immagine del corridoio.
La casa della madre, a Landemer, quattro anni prima.
La morte oltre a quella porta: il cancro che l’aveva strappata alla vita. Ma Geraldine non era già più lì.
Solo un “ti odio”: questo era stato il suo ultimo saluto prima di scappare da quelle terre dimenticate da Dio, prima di fuggire nella capitale.
E la stupida non le aveva mai detto niente riguardo alla malattia.
Ora la ragazza fissò di nuovo il proprio riflesso, e stentò a riconoscere tra le lacrime la differenza che prima non aveva colto: oltre al cristallo vi era la lei di cinque anni prima.
Geraldine toccò la superficie fresca del finestrino, accarezzò il palmo della sua stessa mano, conscia del fatto di non poter intrecciare le dita con l’altra sé, di non poterla trattenere dall’abbandonare quella casa.
Poi un pensiero folle e meraviglioso le balenò nella mente: magari, se si fosse voltata, sarebbero apparse le stesse pareti, la stessa casa di allora.
Forse avrebbe potuto varcare quella porta e confessare alla madre le parole che un tempo non aveva saputo dirle e che solo il rimpianto le aveva insegnato a pronunciare.
La ragazza strizzò forte gli occhi e prese a contare: al suo “tre” li avrebbe riaperti per guardarsi alle spalle.
Adesso, intanto, doveva solo allontanare il suono attutito del motore, il dondolio soporifero degli pneumatici lungo le sconnessioni stradali, l’odore bestiale lasciato nel vuoto dalle calche dei corpi umani… il fastidioso persistere dell’autobus nell’eco della propria visione periferica.
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Apprezzo sempre quando una certa emozione o sensazione di un personaggio trova forma in una sua impressione scaturita dalla realtà: in questo caso l’impiego del riflesso su un vetro e della visione periferica hanno reso il tutto affascinante e inquietante allo stesso tempo, oltreché triste quando veniamo a sapere ciò che era successo.
Sì. In questo caso ho voluto scrivere un racconto che fosse allineato con la mia letteratura di riferimento – il realismo magico. E trovo che questo genere sia ottimale – forse perché non è propriamente un “genere” – per rappresentare l’interiorità in modo dinamico, senza cioè impantanare la storia in eccessivi cerebralismi, elucubrazioni postmoderniste o flussi di coscienza. Grazie per aver letto il racconto!
“Geraldine chiudeva un occhio, poi lo riapriva, poi chiudeva l’altro: si divertiva con la prospettiva, spostando la grande torre a fungo prima a destra e poi a sinistra di una minuscola macchia sul vetro.”
Passatempo che confermo essere divertentissimo quando non si ha niente da fare😂
Bello! Scorrevole e angosciante.
Grazie della condivisione.
Grazie mille a te per aver letto il mio racconto 🙂
Letto tutto d’un fiato!
Grazie mille per aver letto il mio racconto! 🙂
Scritto molto bene. Forse non immediatamente scorrevole, ma chi se ne frega. È così “pieno” che con un po’ di lavoro potrebbe venirci fuori un cortometraggio.
Complimenti!
Grazie mille per aver letto il mio racconto. Sì: la prima parte è un poco più macchinosa (e mi sono trattenuto parecchio, dato che normalmente tendo a scrivere in quel modo). Ancora una volta hai colto l’essenza del racconto: volevo scrivere la storia più semplice possibile con il sottotesto più complesso che mi fosse dato incorporare. Un po’ come comprimere il mondo dentro a un autobus 🙂
Questo tuo racconto mi ha particolarmente colpita. Mi sono ritrovata seduta ad osservare da quel finestrino e ho sentito l’inquietudine della protagonista. I suoi sensi di colpa,,, Molto interessante. Bravo come sempre
Ti ringrazio nuovamente per aver letto il mio racconto e per le bellissime parole 🙂
Ciao, questo racconto mi ha fatto venire i brividi. Tutto uno scritto sulla prospettiva, o, ancora meglio sulla visione periferica.
Davvero geniale, e scritto molto bene.
Complimenti!
Ciao! Grazie mille per aver letto il mio racconto, e soprattutto grazie del tuo gentilissimo commento 🙂