LA VIVERNA

Serie: MAGGESE


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: C'è un albero che terrorizza le notti di due bambini; c'è un agghiacciante ricordo d'infanzia; c'è un'ossessione che riemerge dal passato... e un mondo sotterraneo che vuole tornare in superficie.

Quello stesso pomeriggio, il Robuschi ci condusse alla quercia secolare.

Ricordavo ancora i brividi provocati dalla visione del mostruoso groviglio di rami: i pomeriggi estivi della nostra infanzia – mia e di Edda – passati a studiare da lontano le tentacolari appendici della Viverna. Il suo corpo vegetale, immobile e al contempo agonizzante, come lo sbracciarsi in un incendio invisibile, con quelle propaggini nere e artigliate su cui il vento d’inverno modellava la galaverna a foggia di un bianco, ispido pelame; poi le notti insonni, popolate di fantasticherie riguardanti la carie gialla al centro del tronco che pareva sempre fissarci con quel pigro, rettiliano occhio verticale, mentre presagivamo l’incursione del mostro nei nostri sogni, sotto forma di un albero alto come una tromba d’aria e largo quanto un tornado.

Ma in quel febbraio del ‘43 io ed Edda non trovammo più nulla di tutto ciò: al posto della Viverna c’era solo un enorme ceppo alto poco più d’un metro, abbandonato nella piatta terra fumante, come lo stivale di una recluta falcidiata da uno shrapnel.

«Gli inglesi…» spiegò il Robuschi «…una bomba l’ha spaccata in due… è così che abbiamo trovato il foro…» disse indicando quella specie di altare sfrangiato sorto al posto della quercia.

Fu allora che notammo le impronte: lunghi e profondi solchi nel pantano, come segni di trascinamento lasciati da pesanti oggetti cilindrici.

Mio padre si staccò dal gruppo per avvicinarsi al ceppo: lo vidi allungare il collo come per scrutare nelle profondità di un pozzo smisurato.

«Il tronco è cavo… sembra esserci qualcosa là in fondo…» constatò tendendo l’orecchio dopo aver gettato un sasso nella fenditura.

Passarono parecchi secondi: il tempo necessario affinché sentissi la mano tremante di Edda allacciarsi alla mia.

«Acqua!» Fu il responso. «Una falda».

«Un mare». Lo corresse il Robuschi.

Nostro padre scoppiò a ridere, benedicendo l’ignoranza dei villani, ma il mezzadro confessò di avere un’altra cosa da mostrarci.

Perplessi e ammutoliti c’incamminammo nel lato nord del cascinale, seguendo il passo claudicante dell’uomo.

Quella porzione di edificio recava i segni di un gesto efferato, eppure cagione di vanto per un fiero camerata qual era mio padre: contro a quel muro erano stati fucilati, due anni prima, quattro disertori da lui stesso denunciati.

Ora, però, ad attenderci vi era qualcosa di completamente inaspettato: sulla parete screpolata non campeggiava più la costellazione di occhielli fioriti dal sangue, ma otto creature infangate, allineate una accanto all’altra, appese alle robuste mezze lune di altrettanti falcetti saldati alla gronda.

A guardarle meglio sembravano otto anguille titaniche lasciate lì ad essiccare, lunghe quanto l’altezza di un fienile e larghe come colonne di monumentali templi greci.

Nostra madre esternò tutto il suo raccapriccio, mentre nostro padre si mise a studiare attentamente quegli esseri impensabili.

«Le avete pescate… da laggiù?»

Il Robuschi annuì.

I mostri sembravano mezzi decomposti, lividi e stillanti un’emulsione incolore che ne oliava le carcasse e che spandeva ovunque puzza di salmastro, quasi trasudassero l’odore delle profondità oceaniche.

La loro pelle, però, era del tutto priva di scaglie: setolosa e rosata, appariva più simile a cotenna.

«E noi dovremmo mangiare queste… “cose”?!» Sbottò nostra madre, scandalizzata.

«Le assicuro, signora, che è la miglior carne che potrà mai trovare… soprattutto ora…» rispose il vecchio, non senza sarcasmo.

«D’altra parte…» mormorò rassegnato nostro padre.

«Come è riuscito a pescarli da solo?» Domandai d’impulso, lasciando spiazzato il Robuschi.

«Mi hanno aiutato i braccianti… prima che partissero…»

«E perché se ne sono andati se qui c’è tanto cibo?» Obiettai.

«Se ne sono andati e basta!» Tagliò corto il mezzadro.

«Te lo spiego io il motivo.» S’intromise mio padre. «Codardi… che alla prima difficoltà hanno voltato le spalle al Duce! Uno schifo!» E sputò a terra.


Quella sera, io e mia sorella ci fingemmo malati.

Non fu una decisione comune, quasi che tutti e due avessimo vergogna di esternare le nostre perplessità.

Ci limitammo soltanto a mentire l’uno all’altra e, insieme, a mentire ai nostri genitori, in una specie di ridicolo pudore.

Entrambi però odiavamo davvero quell’albero, e sapevamo benissimo che mai ci saremmo azzardati a mangiare le bestie orrende che sguazzavano nel marciume delle sue radici.

Ecco quindi come, dal gelido letto della stanza assegnataci, finimmo ad origliare la silenziosa cena consumata al piano di sotto.

Nostro padre aveva deciso di non utilizzare gli altri alloggi del cascinale – troppo piccoli e sporchi per ospitarci – e di insediarsi nella stessa abitazione del mezzadro, assieme alla sua famiglia – come sempre avevamo fatto in passato – data la grandezza spropositata della dimora.

Così facendo, si finiva immancabilmente per condividere i momenti conviviali.

Di quel muto pasto, però, percepivamo ora solo qualche tintinnio di posata, lo scricchiolio delle sedie, il loro trascinarsi millimetrico.

Ad accompagnare il tutto figuravano nient’altro che i sordi borborigmi dei nostri stomaci.

«Ho fame…» piagnucolò Edda.

«E perché non hai mangiato?»

Lei sollevò le spalle.

Dal tascapane sul comodino sfilai un barattolo da mezzo chilo di caramelle.

«Fragola» L’informai estraendo l’ultima.

Annuì.

«Vittorio…» disse infreddolita, porgendomi la mano «… la mamma dice che bucano i denti».

«E perché le mangi?» Domandai spazientito.

Edda sollevò di nuovo le spalle, poi guardò il soffitto. Pensosa.

«Il figlio del mezzadro non ha urlato neanche una volta» constatò appallottolandosi tra le coperte.

In effetti la cosa era strana: tutte le sere, dall’anno del suo ritorno, il figlio bacato dei Robuschi ululava per ore, scorrazzando su e giù per la soffitta e schiantandosi violentemente sulle pareti.

Papà diceva sempre di non averlo mai più visto, ma lo immaginava ridotto a un livido unico, fracassato e contuso, a forza di battere sui muri.

Ora invece non emetteva fiato, ad eccezione di un calpestio nevrotico; passi che sembravano protrarsi oltre l’estensione della camera, quasi proseguissero sulle pareti, procedendo con un’innaturale successione: una serie ritmica di colpi sfasati, bruschi come schiocchi di tacchi, così da far pensare al movimento isterico di più uomini condannati a un’inquietante sincronia.


Due ore più tardi venne a farci visita nostra madre, per accertarsi delle nostre condizioni.

Ci disse che la cena, nonostante tutto, si era rivelata squisita: una carne identica a quella di porco, ma molto più magra e dolce; così tenera da sciogliersi in bocca.

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Discussioni

  1. Per tutto il capitolo ho avuto la sensazione di star leggendo un racconto del grande maestro H.P. Lovecraft! La descrizione dell’albero (simile a quello delle campagne), la persona nella soffitta, gli animali, poveretti, con quell’aspetto mostruoso come mutati e la famiglia… Il Colore Venuto dallo Spazio! 😼

    1. Ciao Mary! Grazie mille per la lettura🙏🏻 Esatto! Il riferimento è proprio quel racconto, anche se i lombriconi appesi al muro e il ceppo/pozzo derivano da un sogno che feci tanti anni fa😉

  2. La descrizione dell’albero (spaventoso!) e la successiva constatazione che è stato distrutto fa un certo effetto. Bravo.
    Mi piace il sottofondo “storico”, aiuta a donare autenticità al tutto!

  3. Anch’io ricordo bene quella storia e il suo finale. A quanto ho capito l’hai ripresa come ricordo del passato di Vittorio.

  4. Non mi aspettavo una rivelazione visiva già in questo terzo episodio (in questo caso delle creature che vivono sotto l’albero) però mi ha stupito molto, perché si mantiene comunque un andamento cauto e sottile nella narrazione.
    La questione del “mangiare queste creature dell’albero” la trovo originalissima, simbolicamente weird: l’esterno che ti entra dentro, e che mette a soqquadro l’ordinario. Non so se è stato voluto, ma resta in ogni caso un connotato eccezionale.
    La parte sul figlio del mezzadro mi ha inevitabilmente richiamato sia L’orrore di Dunwich sia Il colore venuto dallo spazio: se non ricordo male entrambi vedono un mostro e un folle intrappolato in soffitta. Mentre il fatto che queste specie di anguille siano creature del mare non può che rimandarmi a L’ombra su Innsmouth.
    Al di là però dai rimandi più o meno indiretti che possono anche lasciare il tempo che trovano, lo stile e la modalità di scrittura è sempre di qualità elevata, anzi direi crescente a questo punto 🙂

    1. Ciao Gabriele! Grazie mille per la lettura!🙏🏻 Sicuramente l’andamento del racconto ricalcherà in parte Il colore venuto dallo spazio, uno dei racconti di Lovecraft che più mi ha affascinato. Devo ancora leggere tante sue cose (ho visionato solo una sua raccolta, insieme a L’orrore di Dunwich, quindi sono ancora un novellino nei classici del Weird🤗). Hai già colto però la tematica del racconto: l’esterno che entra dentro, fisicamente e psicologicamente.
      Ho voluto esplicitare subito l’elemento surreale (ma ne arriveranno di peggiori) proprio per evidenziare quella che è la mia vera modalità di riferimento: il realismo magico. Questa storia nasce da un sogno – quel pozzo rurale ricavato da un albero e quella parete con appese le anguille mostruose li ho visti davvero, nel sonno – l’approccio Weird è soprattutto un modo di declinare poi quella visione😊
      Ti ringrazio ancora, Gabriele!

  5. Parecchio avvincente e scritta bene, mi piace molto. Sai cosa (ed è una cosa che tendo a fare anch’io, ma magari è solo gusto personale)? Alcuni passaggi risultano “pesanti” (ad esempio la descrizione iniziale), se possibile io cercherei di scrivere frasi con 1 o al massimo 2 concetti. E comunque…bravo. 👏👍

    1. Ciao Nicola! Grazie mille della lettura e del commento!🙏🏻 Intendi la parte iniziale in cui il protagonista parla della Viverna? Quel lungo periodo senza neanche un punto?

      1. Si. E anche ad esempio “Ora, però, ad attenderci vi era qualcosa di completamente inaspettato: sulla parete screpolata non campeggiava più la costellazione di occhielli fioriti dal sangue, ma otto creature infangate, allineate una accanto all’altra, appese alle robuste mezze lune di altrettanti falcetti saldati alla gronda.” Magari al posto dei due punti, potresti chiudere il pensiero, in modo da creare aspettativa e alleggerire dando più autonomia a quello che intendi specificare meglio dopo.

        1. …e anche dopo “una accanto all’altra”, magari finendo il periodo per riprendere con “Erano appese…” e aggiungerci un dettaglio “schifoso” che rafforzi maggiormente

      2. Ottimi consigli, Nicola!👍🏻 In realtà l’approccio ipotattico in questo racconto è voluto – dato che vorrebbe scimmiottare un po’ il gotico e un po’ il weird delle origini – però mi trovi d’accordo con te al 100% sul fatto che la frase paratattica sia molto più agile e sicuramente più moderna😊

  6. Ciao Giancarlo! Grazie mille della lettura!🙏🏻 Ricordi benissimo: questa storia era stata già pubblicata😆 Ora la ripropongo modificata e con un livello narrativo in più (il protagonista adulto)… e finirà anche peggio!🤣

  7. La storia risuona e riecheggia fra le vuote anse del mio inutile cervello. Ho letto qualcosa, in passato, credo proprio su EO. Una cosa weird, tanto tanto weird. Che finiva tanto tanto male.
    Bravo Nicholas, il clima è davvero impestante pestilente. Queste anguille saranno un’esperienza alimentare che cambierà drasticamente i nostri personaggi. Per sempre.

    1. Ciao Giancarlo! Grazie mille della lettura!🙏🏻 Ricordi benissimo: questa storia era stata già pubblicata😆 Ora la ripropongo modificata e con un livello narrativo in più (il protagonista adulto)… e finirà anche peggio!🤣

  8. Moriranno tutti dopo aver mangiato quei “cosi”? 😨 Io dico che i fratelli digiuni e il tipo strambo al piano di sopra saranno gli unici superstiti. Vedremo 😅🙈 Mi sta piacendo un sacco!