L’abaco di Gerberto

Serie: Menti straordinarie


Gerberto di Aurillac (940 circa – 12 maggio 1003) sin da giovanissimo si interessò di scienze e matematica e il suo viaggio in Spagna e l’incontro con la cultura araba gli permise di saggiare una cultura più avanzata di quella Occidentale e di portarla con sé. La sua bravura nelle scienze favorì addirittura la nascita di un mito secondo cui lui era un mago o un servo del demonio.

L’ABACO DI GERBERTO

Le palline colorate e lisce scorrevano veloci sui bastoncini che formavano il mio corpo, comandate dalle dita rugose di un uomo. Ero poggiato su una solida scrivania di legno quadrata, a cui quell’uomo sedeva rigido. Un grande letto a baldacchino rosso carminio occupava uno dei lati di quell’ampia stanza illuminata dalla luce fioca delle candele che rifletteva sugli intagli dorati della scrivania e della libreria accanto. L’anziano signore sedeva esattamente nel centro di quella sfarzosa stanza e non smetteva mai di muovere le sue dita tra le file di anellini colorati che gli sembravano interminabili. Lo conoscevo bene, sono stato al suo servizio per tanto tanto tempo. Mi aveva usato tante volte per fare di conto e ora, la maggior parte delle volte, mi teneva sulla sua scrivania e si divertiva a solleticarmi facendo scivolare i miei anelli colorati da un capo all’altro del mio corpo. Quella sera era vestito più elegante del solito, aveva una lunga e candida talare di lana, nascosta da una corta mozzetta rossa da cui si intravedeva un elegante rocchetto. Una grande e pesante croce dorata era stretta nella sua mano sinistra, poggiata sulla scrivania ed era così lucida che il suo bagliore avrebbe potuto far invidia a quello del sole stesso. Le sue dita si muovevano nervose, mentre sedeva rigido alla scrivania. Avevamo passato una vita insieme, sin dal nostro incontro in Spagna. Ero su un vecchio tavolo di una grande libreria quando vidi entrare un giovane ragazzo che si guardava intorno meravigliato. Potevo capirlo, in quell’enorme stanza, stipati su degli scaffali che si innalzavano fino al tetto, vi erano montagne e montagne di manoscritti e traduzioni delle più svariate opere e culture. Purtroppo la maggior parte del tempo la mia vista era occupata da alcuni pesanti tomi che qualcuno lasciava sul tavolo, permettendomi di guardare solo l’entrata e verso l’alto. Delle tante persone che vi erano lì dentro riuscivo a vedere solo il copricapo e potevo godermi lo spettacolo degli scaffali che, come un campanile, si ergevano verso il cielo solo di notte, dopo che un anziano moro dalla barba bianca rimetteva con cura tutti i libri al proprio posto. Turbanti, capperoni e zucchetti si confondevano e si mischiavano in quella sala come se fossero tutti sullo stesso capo. Dal bordo di una larga libreria vidi spuntare uno di questi ultimi e si affrettò verso il ragazzo, che era rimasto paralizzato alla porta. Lui trascorreva lì gran parte del suo tempo, lasciandosi affascinare dal quadrivio. La sua sete di conoscenza non lo faceva intimorire neanche davanti alla barba ispida e alla pelle olivastra dei mori e tante erano le domande che gli rivolgeva. Astronomia, algebra, aritmetica, ingegneria tutto lo affascinava di quei popoli che tanto gli sembravano sviluppati. L’ultimo giorno in quella sala era distrutto, non era ancora abbastanza ebbro da voler andare via, allora il suo maestro, come per placare quella sua sete, mi prese dal tavolo e mi offrì a lui in regalo. Come un bambino mi strinse come il suo giocattolo preferito e da allora non si separò più da me. Il destino a volte è sorprendente e il suo lo è stato parecchio. Era un ragazzo troppo brillante per non essere notato e, una sera, trovai sul suo tavolo una lettera proveniente da Ottone I, imperatore del Sacro Romano Impero. La sua indole divulgativa lo portarono a fare da precettore al figlio dell’imperatore e poi a diventare docente presso un convento. Portò con sé tutta la sua conoscenza, costruì orologi, abachi come me, clessidre, persino un’assordante sirena che fece prendere un colpo a tutto il convento. Quelli erano tanti piccoli cimeli del suo viaggio in Spagna. Ma il ninnolo più importante lo riservò per ultimo. Non era una sofisticata opera ingegneristica, né un’introvabile traduzione di un manoscritto, ma degli strani scarabocchi. Era divertente vedere le facce stupite ed incredule dei ragazzi, mentre il loro stimato maestro sembrava dar di matto imbrattando una pergamena di strani ghirigori mai visti. Io, che ero sulla cattedra tutto il tempo, sapevo cosa stava tramando, avevo visto innumerevoli volte i mori disegnare quei simboli sui loro fogli, ed era troppo divertente vedere il panico sulle fronti sudanti dei ragazzi che bisbigliavano e copiavano l’uno dalla pergamena dell’altro, cercando di dare un senso a quello che non gli poteva sembrare altro che un ghirigoro.

-Maestro Geberto, cosa ha disegnato?- chiese il più coraggioso alzandosi dalla sua pesante sedia di legno.

-Come fate a non vederlo? Questo è un due, presto disegno anche il tre- un altro scarabocchio macchiò la pagina.

-Ma maestro, il due e il tre non si scrivono così-

-E chi l’ha detto? Io conosco una scrittura per tutti i numeri che possiate pensare e fidatevi che supera di un milione di volte quella che usate voi, sia per semplicità che per praticità- detto questo iniziò ad introdurre a quei ragazzi il calcolo come lo facevano gli arabi e gli indiani prima di loro e i ragazzi furono sbalorditi da quanto facile divenne far di conto con quella nuova scrittura. Uno di loro fece notare

-Ma maestro, perché quando scrivo due volte uno in questa scrittura non intendo dire due?-

L’uomo mi prese in mano ed iniziò ad accarezzarmi saziando la curiosità di quel ragazzo. Parlò di posizione della cifra, piuttosto che di somme delle cifre, ed evidenziò che questo metodo di scrivere i numeri era molto più efficiente, e in effetti era vero. Qualche anno dopo lui decise di abbandonare il monastero e la carriera da scholasticus. Iniziò una nuova vita, relegandomi per la maggior parte del tempo alla sua scrivania, ma tornando sempre da me quando sentiva il bisogno di una boccata di scienza. E su quella scrivania sono rimasto, sempre fedele, fino a quella sera, quando giocava nervoso con le dita tra i miei anelli. Stava cercando di incastrare il pollice tra due file di anelli quando qualcuno bussò alla porta, mentre il suo sguardo si posava su un enorme crocifisso appeso alla parete. All’improvviso entrò un ragazzo alto, sulla ventina, con la presenza impreziosita da un sontuoso abito da festa. Si fiondò verso di lui e lo abbracciò.

-Ottone, mio caro amico- cercò di dire l’uomo, ma la sua frase fu soffocata dalle braccia del ragazzo che si cinsero attorno a lui.

-Gerberto, come ti senti?- rispose il ragazzo.

-Non sono cose che capitano tutti i giorni- entrambi risero.

-Sei pronto? Ti stanno aspettando- L’uomo si infilò la croce pettorale che teneva ancora stretta nella mano, cercò di aggiustarsi l’abito aiutato dall’amico poi si tuffarono insieme dietro la porta, con così tanta foga da lasciarla aperta. Nel silenzio che ora era calato in quella stanza riuscii chiaramente a udire le parole: ‘’Annuntio vobis gaudium magnum: habemus papam!’’

Silvestro II, nato Gerberto di Aurillac, è stato il 139° papa della Chiesa Cattolica. A lui va attribuito uno dei primi ‘assaggi’ dei numeri arabi alla cultura Occidentale. Tuttavia il suo operato divulgativo si fermerà solamente ad alcuni monasteri francesi, opera che sarà poi in gran parte completata da Leonardo Fibonacci. Gerberto reintroduce in Europa gli abachi e gli orologi, costruisce preziosi strumenti astronomici e scrive numerose opere di matematica.

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