L’amaro di un genitore
Erano passati ormai sei mesi da quando la signora Vespucci era bloccata in casa per colpa di una malattia ai polmoni. Viveva nel suo letto in uno stato inerme. La figlia di un’amica della signora sì offrì volontaria per aiutare la signora, senza chiedere nulla in cambio, ma, la signora offrì un’alta paga e l’alloggio alla ragazza. La signora Vespucci lavorava come direttrice per una banca molto importante nella sua città, per poi andare in pensione una anno prima che suo marito morisse per cause naturali. La sua morte creò in lei un senso di vuoto, impossibile da colmare. I due coniugi avevano organizzato per anni un viaggio da fare in tutta l’Europa, un sogno che avrebbero realizzato dopo essere andati in pensione, ma, la sorte certe volte colpisce da bendata, senza fare eccezioni. La signora Vespucci e il marito erano persone devote al lavoro e al senso del dovere, concedendosi pochi sfizi durante la vita.
Passarono due mesi da quando Bianca stava vivendo con la signora Vespucci, senza conoscere molto l’una dell’altra. Le due avevano un’indole molto riservata e trovavano difficile aprirsi l’una con l’altra.
– Signora Vespucci sono a casa, mi scusi il ritardo, ma sono stata fermata da una pattuglia di polizia. Vado a prendere le medicine e poi le preparerò qualcosa da mangiare.
– Non ti preoccupare per il ritardo, io sono di sopra. Prima riusciresti a venire per aprire le finestre? – domandò la Signora Vespucci.
– Arrivo subito! –
Per Bianca quello era come un castello. Niente era fuori posto in quella casa. Tutte le pareti avevamo una carta da parati stile ottocentesco. C’erano più stanze in quella casa, che in un Hotel. Mobili classici importati dall’Italia, vasi antiquati, quadri e lampadari di cristallo, che riflettevano l’animo sensibile e raffinato della signora Vespucci.
– Ecco qua! Finestre aperte signora, torno giù a preparare il pranzo.
– Preparati anche tu qualcosa da mangiare, Bianca.
– Va bene signora!
Passata una mezz’oretta, Bianca era ritornata su con le medicine e il pranzo preparato.
– Oggi le ho preparato una pasta con i broccoli e ricotta e come dessert delle tortine al cioccolato e pistacchio– disse Bianca.
– Beato chi ti sposerà, figliola. Trovati qualcuno che possa apprezzare queste cose, perché molti le danno per scontante.
– Lo terrò a mente signora.
Dopo aver pranzato, le due rimasero in silenzio per qualche minuto.
– Bianca… per caso oggi è arrivata qualche lettera o un qualsiasi pacco da un certo Michael Goldberg? – domandò la signora Vespucci.
– No, non è arrivato niente signora! Da quando vivo con lei, penso che non ci sia stato un giorno in cui non mi abbia chiesto di questo Michael Goldberg: posso domandarle chi è?
– Figurati! Michael è mio figlio!
– Ah… non ci avevo pensato che potesse essere suo figlio, soprattutto per il cognome diverso dal suo.
– Dopo il matrimonio avevo deciso di tenermi il cognome della mia famiglia. Comunque, mio figlio non lo vedo da anni
– Mi dispiace signora, quanti anni ha?
-Trentasette! Non so nient’altro su di lui, dove abita, che lavoro fa o se si è sposato. Niente!
– Un figlio non dovrebbe comportarsi così con le persone che l’hanno cresciuto – disse Bianca con un tono forte e deciso.
– Concordo con te mia cara, ma, anche i genitori hanno le proprie colpe. Non esiste un manuale su come crescere un figlio, bisogna affidarsi all’istinto e al passato, per intraprendere un percorso così tortuoso
– Vuole raccontarmi quello che è successo signora?
– Mi farebbe più che piacere, magari mi toglierò un macigno dall’anima. Michael è sempre stato un ragazzo vivace, passionale e creativo, infatti, leggeva, scriveva, dipingeva e amava molto gli animali. Era un creativo! Certe volte io e mio marito pensavamo che la sorte ci avesse fatto uno scherzo a darci un figlio così pieno di vita, essendo noi monotoni e sedentari. Per un periodo, io e mio marito avevamo cercato di assecondare l’indole di Michael, ma, era impossibile stare dietro a così tanta energia caotica. Però, avevamo accettato di non stargli addosso o di non essere quel tipo di genitori che condividevamo tutto con i propri figli, a noi bastava che Michael fosse felice, sollecitando la sua vena artistica. Ovviamente, come ogni genitore, avevamo messo dei limiti e delle regole a Michael, soprattutto durante il periodo delle superiori. A lui non dava molto fastidio, anzi non ha mai avuto quella fase di ribellione, tipica degli adolescenti, era sempre chiuso in camera sua a leggere o a fare tutto tranne che drogarsi o portare qualche ragazza a casa. Lui era diverso, era nel suo mondo – la signore Vespucci sì fermò per un momento.
– Faccia con calma signora, prenda un bicchiere d’acqua – disse Bianca.
– Dopo le superiori, Michael non sapeva cosa fare, ma io e mio marito eravamo consci del fatto che avrebbe scelto un percorso artistico, cosa che non volevamo. Né avevamo parlato con lui, e la cosa migliore sarebbe stata quella di intraprendere un percorso sicuro e con molte prospettive lavorative, così, dopo le superiore, l’abbiamo fatto iscrivere alla facoltà di giurisprudenza. Michael è sempre stato un eterno indeciso, ci metteva più tempo degli altri per capire quello che voleva, doveva scavare fino a fondo dentro se stesso per farlo, ma, quando lo capiva, era impossibile smuoverlo o fargli cambiare idea. Dopo molte discussioni, Michael era riuscito a farci cambiare idea e lo abbiamo fatto entrare all’accademia delle belle arti, dopo aver fatto sei mesi di giurisprudenza. I veri problemi non erano ancora arrivati. Michael passava tutto il giorno a studiare e dipingere, ma, aveva smesso di mangiare regolarmente e dopo una sessione molto stressante iniziò a fumare e bere, forse era dovuto allo stress accumulato o era l’animo dell’artista, che richiedeva quel bisogno innato di farsi del male. Era passato un anno e Michael non lo riconoscevo più, era dimagrito, non si manteneva più, si vestiva sempre con gli stessi vestiti e se non ci fossi stata io a lavarglieli, li avrebbe usati sporchi. Aveva conosciuto una ragazza ed eravamo felici per lui, ma lei era più grande di lui di quattro anni, senza un titolo di studio o un lavoro stabile. Lui sembrava innamorato, ma, io e mio marito, come qualsiasi genitore nei confronti del proprio figlio, ci stavamo preoccupando. Michael aveva iniziato a saltare le lezioni, stava fumando e bevendo più del solito, e dopo un po’ aveva iniziato a drogarsi. Una sera, abbiamo cercato di parlare con lui per capire se avesse avuto bisogno di aiuto o se fosse cambiato qualcosa, ma, lui interpretò quella conversazione come un’inquisitoria nei suoi confronti, pensava che lo volessimo cambiare come volevamo noi, e che avrebbe dovuto lasciarsi con la sua ragazza o qualsiasi altra cosa. Volevamo che si rimettesse in careggiata, ma, aveva quel bisogno di farsi autodistruggersi, di dimostrare qualcosa o di essere una persona matura, questo non siamo riusciti a capirlo. Come ultima risorsa, avevamo cercato di convincerlo ad andare da uno psicologo, ma lui non voleva, diceva che stava bene e che il problema eravamo noi, i suoi genitori, due bigotti con una mentalità chiusa. L’episodio finale, l’atto definitivo è successo durante una notte nella quale Michael era ritornato a casa, dopo tre giorni che non si faceva sentire. Immagina quanto io e mio marito fossimo in pensiero per lui, ma a lui non importava. Mio marito, un uomo dal carattere forte ma dal cuore gentile, ha dato a nostro figlio due scelte: darsi una svegliata o andarsene di casa. Michael in quel momento era rimasto zitto, con passo veloce e veemente, era salito di sopra, ha preso uno zaino, dei vestiti e dei soldi ed è uscito di casa. Ecco, da quel giorno non vedo e sento mio figlio – concluse la signora Vespucci.
– Non è giusto, mi creda, non pensavo che lei stesse soffrendo così tanto– disse Bianca.
– La malattia non è neanche il male peggiore cara mia, non è pareggiabile al dolore di una madre causato dal proprio figli. Dopo anni, io e mio marito, avevamo accantonato la storia e l’abbiamo lasciato libero, pensando che la colpa fosse nostra. Non esiste madre o padre che non darebbe la vita per suo figlio e se un genitore non dovesse farlo, non è altro che un guscio vuoto senza umanità. Non so dove stia o cosa starà facendo, ma spero che stia bene. Pensavo che sarebbe venuto al funerale di suo padre, ma, non è stato così. Un padre è morto senza l’amore di un figlio. Non voglio, Bianca, sento che sta arrivando la mia fine.
– Non dica così signora, la prego. Dio farà in modo che le anime dei buoni trovino la propria pace – disse Bianca.
– Non… non voglio – si interruppe la signora. La voce era diventata flebile, si sentiva il nodo alla gola. Una lacrima bagnava la guancia, vittima del tempo, della signora.
– Non voglio morire da sola. Non penso che esista cosa peggiore che morire senza l’amore di qualcuno.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa
Asciutto ed emozionante, ma e’ una rivisitazione del tuo precedente racconto “il dolore di una madre”?