L’amicizia dei popoli

Accolse i soldati stringendo lo Sten Mk II. Era diffidente.

«Siete voi?». Era un maggiore, indossava la mimetica cachi e si sforzava di sorridere.

Guglielmo restava diffidente. «Sì, siamo noi». Si era immaginato un personaggio con cilindro e monocolo, apprezzò il suo tentativo di essere simpatico.

«La sua brigata sembra ben equipaggiata» disse il maggiore.

Guglielmo si schermì. «Voi britannici ci avete rifornito di tanto equipaggiamento, e se c’è qualche carenza ci procuriamo sempre delle prede di guerra».

«Bene, bene. Io sono il maggiore Snow, comando questa squadra di parà. Ci sono soldati britannici e polacchi».

Guglielmo aveva notato dei tratti somatici differenti da quelli tipici della Gran Bretagna, con il senno di poi capì che erano polacchi. «Sono felice di avervi accolti qui, sul delta del Po».

«Perfetto. Direi che possiamo muoverci». Snow controllò l’orologio. «La guerra non aspetta».

Si misero in marcia, lì, in quelle paludi. Erano un bel gruppo e Guglielmo era felice di guidarlo in battaglia, soltanto la squadra di britannici e polacchi gli stonava i pensieri, disturbandolo peggio delle zanzare che lo circondavano.

Doveva essere tollerante.

Dopo ore di marcia, giunsero in vista dell’avamposto.

Guglielmo dispose i suoi uomini, era in imbarazzo per quanto riguardava i soldati alleati.

Snow ammiccò. «Coraggio, è una bella primavera, il 1945 sarà il nostro anno». Vedendo che Guglielmo esitava, aggiunse: «Noi saremo la punta di diamante».

«D’accordo». Guglielmo non disse altro.

Un minuto per posizionarsi e Guglielmo suonò il fischietto.

Trecento partigiani incominciarono l’attacco. Gli Sten e le Bren fecero fuoco, ma Guglielmo si sentì in imbarazzo: trecento coraggiosi sì, ma trecento sciatti, maldestri e disordinati.

Al contrario la squadra di Snow si comportò con professionalità: il gruppo Bren inchiodò i tedeschi e gli uomini armati di Lee-Enfield e M1928 si spostarono a destra, aggirando l’avamposto tedesco.

Guglielmo si arrabbiò: i suoi uomini stavano intralciando gli alleati e si mise a inveire: «Fateli passare! Fateli passare, vi dico!».

Obbedirono.

Guglielmo vide che un paio di polacchi avevano lanciato delle granate e dopo gli sprizzi di scintille si erano arrampicati come felini sull’altura.

A Guglielmo non sfuggì che avevano incominciato il corpo a corpo. «In avanti!» urlò.

I partigiani si avvolsero come un tentacolo intorno all’avamposto e Guglielmo fece il suo ingresso in quel sistema di fortificazioni. Vide i cadaveri straziati degli uomini di Kesselring e alcuni polacchi che si erano dipinti la faccia col sangue.

Gli fece schifo, ma si ostinò a sorridere.

«Come gli ussari alati di Sobieski» esultò Snow.

Guglielmo pensò a quella strana amicizia dei popoli.

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Discussioni

  1. “soltanto la squadra di britannici e polacchi gli stonava i pensieri, disturbandolo peggio delle zanzare che lo circondavano.”
    Bella questa frase, si tratta, a mio parere, di una considerazione acuta che potrebbe aprire un dibattito infinito. Quanti conflitti e interessi vi sono racchiusi?

  2. Professionisti e dilettanti… La differenza c’è. Come mai un maggiore a capo di una squadra, ti riferisci a un episodio in particolare?

    1. Ciao! No, a dire il vero ho voluto inserire un maggiore a comandare una squadra perché mi ha sempre affascinato, nei film, quando c’è un ufficiale dal grado elevato che comanda una piccola unità, un po’ come John Matrix in “Commando” (che però non ricordo se era maggiore o colonnello) e ricorda di quando guidava i commando in missione, e certo non erano centinaia di uomini ma una manciata scarsa