L’ammiraglio segreto

Fissava l’orizzonte con il binocolo. «Quando ero un semplice ufficiale sull’Elettra ho fatto tante cose, ma mai una cosa simile». Ad Ambrogio veniva da ridere.

«Sarebbero, signore?». Il subordinato era un bravo ragazzo che veniva dalla Nunziatella.

«Ho pulito il pavimento con uno spazzolino, ho gettato in mare resti umani, ho spiato navi russe e navi turche di fronte a Cipro…». Si interruppe: era un elenco senza fine. Così concluse: «E poi… questo».

«È il nostro dovere, signore».

«Ma certo, Fabio». Ambrogio si ricordò del grado che ricopriva: ammiraglio. E anche del ruolo: addetto alle operazioni navali per Forte Braschi nonostante il suo attendente fosse dell’E.I.

Il sole stava per tramontare che comparve un’imbarcazione, era uno yacht.

«Avanti» ordinò Ambrogio.

La motovedetta su cui si trovavano si spinse in avanti, verso il panfilo di lusso che sobbalzava sulle onde.

Quando la motovedetta fu davanti allo yacht, Fabio adoperò il megafono. «State fermi, spegnete i motori, è un’operazione di polizia». Mentiva, ma dire dei servizi segreti sarebbe stato troppo preoccupante.

L’equipaggio della nave di lusso obbedì.

Ambrogio, Fabio e gli uomini della guardia costiera salirono a bordo della nave con una passerella, si guardarono intorno che l’equipaggio del panfilo era untuoso: «Non abbiamo nulla da nascondere».

«Questo lo vedremo da noi» rispose piccato Fabio.

Ambrogio sguinzagliò i segugi e lui con loro rovesciò da cima a fondo il panfilo di lusso, ma senza risultati degni di nota.

Tornarono a mani vuote, infatti. «Nulla, signore».

Ambrogio non credeva a un falso allarme. «Eppure…».

Fabio era sconfortato. «Torniamo indietro, signore?».

«Sì». Ambrogio aveva messo tutto a posto, lì nella sala-macchine. «Facciamo in questo modo».

Ritornarono sulla motovedetta, lo yacht ripartì ma dopo cento metri esplose in una fiammata.

L’equipaggio della motovedetta fece suonare la sirena mentre quello dello yacht si gettava in acqua, tutti ridotti a torce umane.

Fabio disse: «Soccorriamoli».

«Certo». Ambrogio era molle. La bomba che aveva messo di persona era servita a uccidere l’oligarca.

Quella mattina, mentre la motovedetta rientrava a Civitavecchia, Fabio porse il telefono satellitare ad Ambrogio. «È per lei».

«Sono De Vitis» disse Ambrogio.

«Sono il Direttore».

«Signore!».

«Complimenti, ottimo lavoro».

«Grazie».

«È ora che deve diventare un funzionario di alto livello dell’AISE».

Ambrogio trattenne la gioia dato che era un professionista dell’intelligence.

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Discussioni

    1. Grazie per il tuo commento! Amo scrivere spionaggio, anche se condensare le storie in poche centinaia di parole è difficile; o meglio: le prime avventure sì, le posso sbrigare in 350-400 parole, ma dopo diventano ripetitive e per storie più originali bisogna allungarsi.