Lampioni, tombini, passi

Serie: I bambini ridono


Da settimane Mirco sente bambini ridere nel vuoto. Nessuno li vede. Nessuno li sente. Tranne lui. Perché certe voci non smettono di chiamarti, finché non rispondi.

Mirco Gherri rientrò a casa in anticipo. La mezza giornata trascorsa in ufficio era stata terribile, ma aveva resistito finché, intorno a mezzogiorno, aveva dovuto mollare tutti in preda a brividi di freddo e alla sensazione di due ganasce che gli stringevano le tempie. Il freddo, forse il fatto di lavorare a stretto contatto con molti colleghi in ambienti chiusi. Il suo pensiero era rivolto alle imminenti festività. Era convinto che avrebbe trascorso il Natale e gli altri giorni di vacanza a letto.
Appena aprì la porta non capì cosa stesse guardando: l’immagine che gli si impresse nella mente fu quella di un gatto che aveva catturato una lucertola o un piccolo roditore e che teneva, ancora vivo, stretto tra le fauci. Un piccolo oggetto nero, un po’ più grande di un pacchetto di sigarette, dal quale pendeva inerte un cavetto, nero anch’esso, tranne che per l’estremità metallica. E poi squittii acuti, a cui era abituato, e luci, come piccoli lampi, che invece non aveva mai visto. Non in casa sua. Soprattutto, non dal fondo del corridoio.

– – –

Uno dei periodi che Mirco ricordava con precisione sgradevole, coincideva con un cambiamento importante del suo stile di vita, che gli era sembrato inevitabile fin dall’inizio.
«Ti abituerai presto» erano state le ultime parole del capoufficio, dette con un sorriso falso come i saldi di fine stagione, mentre lo accompagnava alla porta con una mano appoggiata sulla sua spalla.
Era ottobre, i primi giorni di ottobre per essere precisi. Non poteva dimenticare che erano i giorni in cui aveva udito i bambini per la prima volta.
All’inizio non ci aveva dato peso. Ma nei giorni successivi il fatto si era ripresentato sempre più spesso. Quasi ogni sera quando rincasava tardi.
E a quel punto non era più riuscito a ignorarli.

– – –

Era passato migliaia di volte da quella strada. Duecentotrentasette passi che lo portavano da un piccolo spiazzo, dove di norma era facile trovare un posto libero per lasciare l’auto durante la notte, verso l’edificio dove ormai abitava da molti anni. Talvolta tutti i parcheggi erano occupati e Mirco doveva optare per altre soluzioni più o meno vicine. Ma anche in quelle occasioni, allungando il tragitto da percorrere a piedi che lo avrebbe portato a casa, l’ultimo tratto doveva essere costituito da quel vicolo. Al mattino il percorso inverso. Un viottolo stretto tra alcuni cancelli e muri di cinta a protezione di piccoli giardini privati, alcuni trascurati da tempo, altri mantenuti con cura, dove si affacciavano gli usci delle dimore che sfoggiavano la loro fiera appartenenza a un’epoca lontana.

Conosceva tutti i dettagli della strada, dalle crepe nell’asfalto, ferite che dopo ogni inverno sembravano mostrare la vittoria dell’acqua e del ghiaccio contro il cemento e il catrame, ai tombini allineati al centro, tutti equidistanti tranne gli ultimi due, o i primi due nel percorso mattutino, che richiedevano cinque passi in più per essere calpestati. Nel tempo Mirco aveva trovato il modo di aumentare la falcata in modo quasi impercettibile, ma sufficiente a ristabilire uno stato di quiete almeno nei numeri se non nella misura.

In tutto questo tempo aveva stretto amicizia, se così si può dire, con i cani, guardiani infaticabili del loro minuscolo mondo, che ormai anticipavano il suo passaggio aspettando con il muso che si intrufolava tra le maglie delle reti a rombi o tra le sbarre di ferro. Con alcuni di essi aveva azzardato, con molta cautela e confidando nel tempo a disposizione, un approccio più intimista, fino a spingersi ad accarezzare le loro teste. Li aveva corrotti con gustosi bocconcini che avevano lavorato per lui con il risultato di essere accettato come amico. Tre premi per i più grandi, due per gli altri. Uno solo, invece, per un minuscolo Pinscher Nano, che Mirco aveva paragonato a un Dobermann osservato attraverso un cannocchiale al contrario. Purtroppo la sua strategia non aveva funzionato con tutti gli animali, perché alcuni non gli avevano accordato la loro fiducia, o forse perché era lui a non fidarsi.

Quando la percorreva verso casa, la stradina si distendeva in una discesa appena accennata, ma sufficiente a trasformarla in un ruscello durante i giorni di pioggia autunnali o peggio quando irrompevano i temporali estivi. Alla fine della discesa, il viottolo incrociava la strada principale del paese, dove il traffico di auto e pedoni e le vetrine dei negozi gli facevano dimenticare i pochi minuti di pace di cui aveva goduto. Di fronte, subito al di là della strada, la sua casa lo attendeva paziente.

Negli ultimi tempi Mirco rientrava spesso molto tardi la sera. A quelle ore il traffico era pressoché inesistente, le vetrine dei negozi quasi tutte spente. I sette lampioni che ancora resistevano lungo la stradina gli offrivano in dono la bellissima luce calda che era la normalità prima dell’invasione delle lampade led che presto avrebbero avuto la meglio anche su di essi. Le chiazze di luce gli ricordavano colate di vernice versate da secchi invisibili sospesi nel vuoto che, prima di arrivare a terra, imbrattavano di giallo i mattoni a vista dei muri di cinta e il freddo metallo dei cancelli. L’unico problema, aveva notato, era che l’alternanza di questi e di quelli non aveva permesso di sistemare le fonti di luce a intervalli regolari, così i passi necessari a muoversi da una colata di vernice alla successiva erano disomogenei. Da quando percorreva quella via la sera, Mirco aveva dovuto spesso decidere se concentrare la sua attenzione sulla luce o sui tombini e quasi sempre aveva privilegiato questi ultimi, perché da più tempo erano i suoi compagni di viaggio.

La notte anche la strada principale del paese si trasformava e lui era solito fermarsi qualche istante ad ascoltare il suono della pioggia o del vento, il miagolio di un gatto o l’abbaiare lontano di un cane. Oppure, più semplicemente, il silenzio.

E, negli ultimi tempi, le risate.

Continua...

Serie: I bambini ridono


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Ti prendi tutto il tempo per delineare la condizione di partenza del nostro Mirco, e per uno come me a cui non stanno particolarmente simpatici gli inizi in medias res, è un vero piacere. Sembra che ti sia concentrato sul concetto di monotonia: la precisione chirurgica con cui riporti il numero di tombini, la distanza tra essi, e gli innumerevoli dettagli del tragitto che il protagonista percorre tutti i giorni, rappresenta molto bene questa condizione senza mai aver bisogno di esplicitarla (“Mirco viveva una vita monotona”). Ho l’impressione che tutto questo si legherà con le voci di questi bambini, ma staremo a vedere. Per il momento complimenti, scrittura calma e avvolgente proprio come me la ricordavo 🙂

    1. Sugli inizi in medias res vivo fasi alterne… Non mi dispiacciono, ma trovo che siano molto difficili da gestire in modo da rivelare il giusto senza esagerare e senza lesinare informazioni. Forse in un certo periodo c’è stato un abuso di questo modo di iniziare una storia.
      Monotonia e tendenza a incasellare ogni aspetto della vita…

      1. Mi trovi d’accordissimo, e hai ragione, per un certo periodo c’era (o forse c’è ancora, chi lo sa) un abuso di questo modo di iniziare le storie. Il motivo per cui le ricordo con dispiacere è soprattutto legato all’overdose di informazioni: ti vengono spiattellati in faccia minimo cinque nomi propri, non sai il cosa, non sai il perché, non sai il come, e l’inevitabile risultato è che ne esci spiazzato già dall’inizio. Ma dici bene, è evidente che non è un problema del medias res in sé, piuttosto di come lo scrittore lo gestisce.

  2. Buongiorno Antonio,
    l’atmosfera plumbea che crei con la narrazione ricorda molto quella di “Blade Runner”; il richiamo al rumore apparentemente invisibile dei bambini che ridono e evocativamente potentissimo oltre che inquietante.
    Davvero bravo

    1. Ciao Gabriele. Il connubio bambini-horror (o simili) non è certo materia recente, ma devo dire che funziona ancora bene. Spero di riuscire a portarlo avanti fino al termine…
      Grazie per il tuo tempo e per la citazione virgolettata!

  3. I tombini equidistanti tranne gli ultimi due, il Pinscher Nano come un Dobermann visto al cannocchiale al contrario, i lampioni come secchi di vernice versata dal vuoto. Antonio, cammini in questa stradina insieme a Mirco e ti senti a casa. E poi arriva quell’ultima parola, “le risate”, e tutto cambia. Vieni voglia di sapere, e insieme paura di scoprirlo.

    1. E’ una stradina che si trova davvero davanti casa mia. Alcuni elementi reali, altri di fantasia. Ma devo dire che da quando ho scritto questo raconto la percorro con uno stato d’animo diverso… 🙂
      Grazie per il tuo commento, Lino.

  4. Alcune descrizioni sono suggestive, il mistero suscita curiosità e fascino. Mi piace molto il finale; avrei però movimentato un po’ il ritmo della narrazione, alternando con qualche dialogo nei ricordi o nell’ incontro di qualcuno per strada.

    1. Ciao! Torno finalmente a farmi vivo sulla piattaforma dopo una pausa forzata ed ecco i commenti che mi mancavano molto. Il fatto di non incontrare nessuno per strada, a parte i cani, è stata una scelta, per insistere sul concetto di solitudine. Ma, come dici tu (e ho già scritto un appunto per una futura revisione del racconto) qualche dialogo nei ricordi sì! Il ritmo sarebbe decisamente più “swing”. Ci proverò, senza alcun dubbio!
      Spero di mantenere il mistero anche nei prossimi episodi.
      Grazie!