L’Araba Fenice e il gioco degli scacchi

Il viandante camminava, bastone in mano a sorreggerlo, la sacca con i suoi effetti personali in spalla.

Si bloccò vedendosi parare di fronte un fuoco selvaggio e incontrollato.

A forma di volatile.

Là, fra le montagne, era sbucato un uccello gigantesco, lingue di fiamma al posto delle piume, il becco che non aveva nulla di selvatico tranne che era di rapace e gli occhi non freddi, ma luminosi.

Il viandante cadde in ginocchio. Aveva capito chi aveva davanti.

L’Araba Fenice.

E a frapporsi tra i due, c’era una scacchiera, comparsa come per magia.

L’uccello leggendario, che sembrava frutto dell’intimità della terra, gracchiò: «Ti sfido in una partita a scacchi».

«Immagino che se io perda, farò una brutta fine». Il viandante strinse i denti.

«Sì».

«E se vincessi?».

«Difficile che accada. Comunque ti farei passare».

«Ho un’idea migliore. Cambio strada». Il viandante si sentì più astuto.

«No, non lo permetterei. Una volta che sfido qualcuno, questi deve accettare. Altrimenti sarebbe come se avesse perso. Non sai che arrendersi a una sfida equivale a perderla? È naturale, è così».

Il viandante deglutì. «Non ho la certezza che io ti possa vincere».

«Sono una giocatrice imbattibile, sappilo, ma puoi avere qualche possibilità» ammiccò. «Se vuoi vivere, devi provare».

Si rimise in piedi, posò la sacca in un angolo, il bastone vicino, cercò di ricordare le nozioni di scacchista che aveva imparato in un caravanserraglio. «Accetto».

«Non avrai di che pentirtene. O forse sì» rise l’Araba Fenice.

Il viandante aveva il timore che i pezzi sulla scacchiera fossero roventi, che al solo tocco si potesse ustionare.

«Se li tocchi non ti succede nulla». L’Araba Fenice aveva intuito i suoi dubbi.

Il viandante le diede retta. Aveva ragione. «Lo schieramento…».

«Tu i bianchi, io i neri. Ti do un vantaggio».

«Che gentile». Senza il bisogno di girare la scacchiera, il viandante fece la prima mossa; spostò un fante di due caselle.

Toccò all’uccello di fiamma, poi fu tutto un susseguirsi di mosse. Il viandante adoperò il cavallo, poi gli alfieri, tenne le torri al sicuro, fece la mossa dell’Arrocco, riuscì a fare uno scacco al re, l’antagonista corse ai ripari, si scatenò una sfida fra le regine, ci fu un massacro di fanti e le torri nere caddero, ci fu persino una promozione… finché con una combinazione tra alfiere bianco in nero e la regina il viandante incastrò il re avversario in una trappola senza soluzione, la pedina più importante che era bloccata in una galleria di fanti. Se l’uccellaccio avesse spostato un fante, allora sì il re sarebbe potuto sfuggire, ma nella mossa dopo!, ora doveva spostarlo. Dove, se comunque non aveva scampo?

«Ho vinto» esultò il viandante.

«No… no!» gemette l’Araba Fenice. Agitò le ali, scoppiò una tempesta di fuoco. La scacchiera si rovesciò e tutti i pezzi finirono addosso al viandante il quale cadde lungo riverso a terra:

«Ehi…».

«Te la faccio pagare» minacciò il volatile.

«Affatto, tu non ti vendicherai. Accetta la sconfitta» ruggì il suolo in un terremoto.

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