L’arrivo a Stabia

Serie: Storie pompeiane


Gli studiosi arrivano in prossimità della costa e qui sono costretti a prendere una decisione perentoria e coraggiosa

Ora, su quella Liburna che lo stava portando nel mare di Stabia, però sembrava che la buona sorte lo stava abbandonando. Ricordava ancora quelle entusiastiche parole che Plinio gli aveva rivolto quel giorno a Roma. «Tutto è compiuto Livio, da questa settimana tu diventerai un liberto, io ti eleverò a mio segretario, per tutte quelle funzioni che mi servono.» Tutto questo era successo in quell’indimenticabile 75 d.C. Ma ora, proprio il suo padrone, quell’uomo che gli aveva ridato la dignità e l’onore di persona libera, lo stava portando verso la morte. Era mai possibile un fatto del genere? Quale beffa aveva preparato per lui il cielo! Mentre la nave s’avvicinava sempre più a Stabia il cielo si era riempito di lingue di fuoco che saettavano attorno al monte Vesuvio spargendo dovunque piogge di cenere infuocata. Ancora dovevano entrare nella insenatura del porto che già tutt’intorno sinistre ombre stavano occludendo ogni orizzonte. Livio appuntava tutto quello che avveniva sui suoi fogli di papiro, seguendo attentamente le istruzioni di Plinio, ma già un gelido brivido di terrore gli correva lungo la schiena: «Torniamo indietro, padrone mio, qui le cose si mettono davvero male.» «Indietro? Sono venuto proprio per vedere tutto questo, per appuntare e scrivere. Andiamo avanti, l’umanità ci aspetta, se riuscirò a trarre proficue osservazioni da questi luoghi, avremo dato un contributo importante al progresso umano» rispose. «Ma, signore, questo cielo mi fa paura, ed il mare sta diventando di un colore che no ho mai visto prima» replicò Livio.  «E proprio le cose che non conosciamo dobbiamo studiare! Su, non aver paura, seguimi! Vedi come tutti sono terrorizzati da questi fenomeni? Un giorno, con i nostri studi, libereremo finalmente l’umanità dalle sue paure e dalle sue angosce. Solo delle cose che non conosciamo abbiamo terrore, quando poi le avremo conosciute, allora sì, che la natura non ci farà più paura!» Il liberto più volte aveva pensato di scendere dalla Liburna insieme ad alcuni schiavi e fare rotta verso casa su una imbarcazione più piccola, con tutto quello che aveva documentato. Tuttavia, troppo grande era la stima, la riconoscenza, l’ammirazione per quell’uomo. Il suo destino era indissolubilmente legato a lui, ormai lo capiva. Ad un certo punto, qualche grumo di pomice infuocata schizzò come goccia impazzita sul pontile disseminando fiammelle roventi. «Signore mio, andiamocene!» disse per l’ultima volta Livio. «Torniamo indietro, è troppo pericoloso stare qui.» «Pericoloso?» ripeté Plinio. «E quando mai mi capiterà un’altra occasione come questa per studiare tutti questi fenomeni?» Gli occhi dello scienziato non mostravano alcun timore in quei momenti, anzi una incosciente eccitazione attraversava il suo sguardo. Il liberto, guardando l’espressione dello scrittore capì che non c’era più nulla da fare. Quasi rassegnato, cercò fino all’ultimo di assecondare la generosa follia del suo liberatore, consapevole che forse, da quell’estremo atto di sacrificio, poteva scaturirne un bene per tutta l’umanità. Il suo pensiero si rivolse a Gesù, e come novello martire si lasciò guidare dall’infantile ardore dello scienziato. Intanto, quella immensa massa di fumo che aveva circondato il Vesuvio, improvvisamente cambiò direzione e collassò velocemente su tutte le zone circostanti, serrando in un abbraccio mortale ogni spazio. Appesantite dalle ceneri e dalle scorie vulcaniche tutte le alte nubi ammassate nel cielo piombarono giù velocemente, tra sinistri bagliori e cupi rimbombi di tuono. Già tutta Pompei era scomparsa sotto la densa cenere, e tutta l’aria ardeva di miasmi tossici che soffocavano il respiro. Già qualche colpo di tosse aveva squassato il petto dei due uomini, la respirazione era diventata quasi impossibile, e mentre i marinai, nel buio di quella infernale nebbia, cercavano di gettare le ancore, Livio e Plinio, con l’aiuto di una scaletta, erano riusciti a mettere i piedi nell’acqua. Erano giunti sul litorale di Stabia e già una massa di gente vociante si era riversata sulla spiaggia alla ricerca di una insperata salvezza. La spiaggia del litorale, che da lontano poco prima s’era mostrata bianca e soffice, ora era scomparsa, tutta coperta da detriti fumanti che sprigionavano insopportabili fumi. All’arrivo dei due, già molti s’erano gettati in mare e molti erano affogati nella speranza di raggiungere la Liburna. Era poco più di mezzogiorno, ma sembrava notte fonda. Altre folate di un vento arroventato riempì improvvisamente ogni spazio ed ogni lembo di cielo. Ormai le persone non si vedevano più, c’era solo un continuo urtarsi ed un vicendevole aggrapparsi l’un l’altro nell’ultimo estremo tentativo di soccorso. Allora Livio prima di inoltrarsi con Plinio nella coltre di cenere e fumo, consegnò ad alcuni schiavi i rotoli di papiro su cui era stato riportato tutto quello che lui e lo scienziato avevano avuto modo di appuntare sulle correnti marine, sui fenomeni di innalzamento e abbassamento del suolo, sul modo di danzare della terra, sui colori dei fumi, la densità delle ceneri, gli odori acri e sulfurei dell’aria, le temperature, la durata di ogni fenomeno… Gli schiavi rapidamente si trassero in salvo tornando sulla Liburna pronti a ripartire alla volta di Miseno con quel prezioso lascito, mentre il liberto e il suo padrone decisero di rimanere lì e procedere ulteriormente tra la folla. Livio invocò il suo Dio e invocò pietà per l’anima sua e di Plinio. «Padrone, padrone, esclamò il liberto ad un certo punto, non sentendo più la presenza del letterato. «Il sapere, Livio, il sapere mi obbliga ad andare avanti, avanti…» disse questi con un fil di voce. Furono le sue ultime parole, poi non si udì più nulla, solo le urla agghiaccianti dei superstiti che invano cercavano di sfuggire a quella pioggia di cenere che cadeva dovunque e bruciava le carni. Livio emise un ultimo, lungo, faticoso respiro, poi affogato dai fumi roventi, morì insieme al suo caro padrone. Così i due uomini sacrificarono la loro vita in quell’ultimo viaggio verso la conoscenza, fatto per amore del genere umano, per strappare l’umanità dalla tirannia dell’ignoranza e restituirla alla libertà del sapere.

Serie: Storie pompeiane


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