L’asso di ferro

Uscì dal dormitorio con la tuta e il casco.

Corse all’M4 che l’equipaggio era già pronto.

«Andiamo». Edward si mise al periscopio.

Lo Sherman si unì alla colonna che stava uscendo dal capannone.

Uno dopo l’altro, i tank giunsero all’aria aperta.

Edward ascoltava i messaggi via intercom, le cuffie che forse lo facevano sentire come una creatura di “Weird Tales”.

Gli Sherman si disposero a rastrello e puntarono su Caen.

I tedeschi scatenavano i Nebelwerfer.

Edward sapeva che avrebbero anche voluto lanciare all’attacco gli Heinekel e gli Stuka, ma erano gli Alleati ad avere il predominio dei cieli.

Lasciò il periscopio e si arrampicò sulla scaletta per aprire il portello della torretta. Appoggiò le mani sul metallo sporco di polvere e con il binocolo vide che a tre miglia a sud c’era una colonna di Panzer.

Trattenne a stento la gioia. «Crucchi in vista. Caricare il cannone». Allora trasmise le coordinate radio-goniometriche.

Aveva voglia di fare il decimo centro.

Ma sarebbe stato anche grazie al suo equipaggio.

L’M4 frenò e una volta fermo la torretta brandeggiò.

«Pronti al fuoco… Fuoco!».

Intuì che più in basso il cannoniere aveva tirato la cordicella.

Il colpo fu un botto che neanche il capodanno, poi il meccanismo espulse il bossolo e il proiettile ad alto esplosivo sfiorò il Panzer che Edward aveva già visto come finito.

«Colpo imperfetto. Ritentare».

«I Nebelwerfer mi hanno distratto» si giustificò il cannoniere.

Edward intuì ancora che il cannoniere stava andando alla riservetta per recuperare un’altra munizione.

L’equipaggio era rodato e ben addestrato: neanche venti secondi e tutto era di nuovo operativo.

Edward comunicò le nuove coordinate radio-goniometriche perché i Panzer erano in continuo movimento: come scarafaggi sgraziati, si dirigevano su di loro che la loro era una colonna a forma di freccia. Se gli americani si muovevano a rastrello, in difesa, i tedeschi erano di tutt’altra idea. Ma per il momento erano ancora restii a fare fuoco.

Gli Sherman fecero fuoco, quello di Edward non ancora, e i geyser di fuoco ed energia cinetica lambirono i Panzer.

Uno dei corazzati tedeschi si fermò. Rimase immobile come in una strana stasi, e l’equipaggio uscì a vedere che problema c’era. Edward aveva la sensazione che negli ultimi tempi i motori tedeschi fossero molto più fragili di quelli che aveva affrontato nell’operazione Torcia.

Avrebbe potuto sparare a quel Panzer, ma non sarebbe stato leale.

Trasmise altre coordinate radio-goniometriche via intercom che il colpo era già pronto. «Fuoco!».

Il proiettile volò e dopo un attimo colpì un Panzer in pieno. L’urto fu potente e il carro armato continuò la sua corsa per inerzia per poi terminare il viaggio in un fossato contornato dal Bocage.

Edward gioì. «Decimo centro».

L’equipaggio fece un bravo applauso, prima di tornare a combattere.

«Sono un asso, evviva!».

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Discussioni

  1. Grazie per la lezione che ho assorbito in questo tuo racconto, ovvero che la migliore spada è quella che arrugginisce nel fodero. Unisco le mani e ti faccio un inchino col collo a occhi chiusi.