L’attesa

Il terribile momento stava arrivando, inesorabile.

Non c’era nulla che lui avrebbe potuto fare per evitarlo, se non un gesto estremo che non avrebbe mai trovato il coraggio, o l’incoscienza, di compiere.

La mattina era trascorsa piacevolmente: il caffè, il suo giornale preferito, le chiacchiere con la moglie, una passeggiata, qualche telefonata e un pranzo leggero. La sua vita non era che un ciclo perpetuo di tranquillità e tempesta.

Già la digestione era stata un po’ difficoltosa perché le inquietudini della mente, e quindi dello stomaco, cominciavano ad essere protese verso la dura prova che, come tutti i giorni, lo aspettava.

Ormai l’ora era giunta.

Alle quattro meno un quarto era lì, chiuso nel suo inferno personale, in attesa dell’inevitabile. E pensare che, tanti anni prima, gli piaceva. Da troppo tempo, però, rimpiangeva quella folle inclinazione, dettata da facili e romantici entusiasmi giovanili: era stufo di aver a che fare con la parte più bassa e grottesca dell’esistenza. Nessun uomo al mondo avrebbe mai dovuto portare sulle spalle questo fardello.

Fece un respiro profondo, come per incamerare nei polmoni tutto quell’ ossigeno che stavano per rubargli.

Aprì la porta, lanciò un’occhiata rassegnata alla stanza gremita di solitudini e di lamentele.

Venti sguardi carichi di ansia, di autocommiserazione e di prepotenti richieste di pietà lo attraversarono da parte a parte, quasi come se volessero divorarlo o trascinarlo nell’ abisso insieme a loro. Ogni notte quegli sguardi e quelle mani richiedenti popolavano i suoi incubi.

“Avanti” borbottò alla folla, esausto ancora prima di iniziare.

Il primo era già lì, in piedi, forse pronto ad assalirlo; aveva appena lottato con altri pensionati per mantenere quella posizione privilegiata e per non perdere minuti preziosi che avrebbe potuto impiegare in utili occupazioni, quali giocare a carte o ubriacarsi al bar. Ora reclamava a gran voce la sua personale dose di speranza.

“Finalmente è arrivato! Sto malissimo, dottore”.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Spesso mi dico che non sarei mai riuscita a intraprendere la carriera di medico o infermiera. Penso sia una vocazione, più di quella del sacerdote. Hai saputo esprimere quella malinconia, peso, alla perfezione.

  2. Che quella del medico fosse una vocazione più che una professione lo si sapeva già, ed è confermato una volta di più da questa storia, carica di ansia e responsabilità, in cui non sembra esserci spazio per il sollievo nè per l’evasione; in cui i pazienti, a dispetto della loro età, sono appollaiati come dei cuccioli in un nido, totalmente dipendenti e supplicanti. Nel finale però intravedo (ma forse è solo il frutto della mia immaginazione) una vena comica e liberatrice: l’esagerazione, forse l’ipocondria di un anziano che trova nella (presunta) malattia l’unica leva per attirare su di sè un po’ di attenzioni. Brava Lucia, questo LibriCK mi è piaciuto.