L’attore di snuff

Tirarla fuori dalle bustine.

Fare le strisce con la carta di credito.

Tutte invitanti.

Una banconota di cinquecento euro a mo’ di cannuccia per sniffare.

Una striscia dopo l’altra.

E poi, il paradiso.

Gli mancava l’ultima, però la messicana nel cervello era troppa. Non devo esagerare, pensò. L’avrebbe lasciata per dopo.

Nudo se non per la vestaglia da uomo, si lasciò cadere sui cuscini del soggiorno poggiati a terra.

Una goduria.

Il paradiso.

Il produttore l’aveva pagato in messicana, e la chiamava non con la esse, ma con la x, mexicana, tanto per darsi un tono.

A Fabio non importava un bel nulla delle lettere. Pensava agli euro che guadagnava. Se gli fosse rimasta della messicana – o mexicana che fosse – l’avrebbe venduta per permettersi qualche scherzo.

Quando Fabio si era avvicinato al cinema per adulti, mai avrebbe immaginato di sbarcare in qualcosa di più estremo.

Lui faceva spegnere i suoi coprotagonisti.

Spegnere.

Non era un caso che avesse considerato quel verbo.

To snuff, in inglese, vuol dire “spegnere lentamente”.

Lui era il protagonista assoluto di quei film, il divo, la superstar.

Il coprotagonista, più spesso una coprotagonista bella e giovane tranne quando era un minorenne di strada, cambiava sempre.

Uno squillo.

Fabio borbottò una bestemmia. «Cosa…».

Il cellulare.

«Ciao…» biascicò Fabio.

«Fabio, vieni qua. C’è da girare una scena».

«Ma… io…».

«Sempre a sniffare, eh?» ridacchiò. «Li vuoi diecimila euro in mexicana?».

Fabio sorrise, sbavò, corse a rivestirsi.

***

Mezz’ora dopo, Fabio indossava un balaclava ed era nudo, aveva assunto del viagra e davanti a lui una nigeriana raccolta dal marciapiede sembrava sciogliersi dal sudore legata, nuda, gli occhi sbarrati e la bocca tappata da una ball gag.

Fabio avanzò verso di lei e prima la penetrò.

Davanti, dietro. Avrebbe voluto in bocca, ma aveva sentito di esimi colleghi che erano finiti castrati perché la coprotagonista li aveva morsi.

Meglio evitare che… farsi evirare, eh eh eh! rifletté.

Dopo esserle venuto sul seno bronzeo e floscio, Fabio modellò la ragazza di vita – e sofferenza, e morte – come se fosse una statua. Di carne.

Sega, sparachiodi, trapano.

Un peccato non poterle togliere la ball gag, le urla avrebbero deliziato il pubblico. Restava uno spettacolo a beneficio della videocamera in spalla a un piccolo pervertito che aveva eiaculato più volte nelle mutande. Un deficiente, l’opinione di Fabio.

Adesso che l’africana era un mozzicone vivente, Fabio le trapanò la tempia. Dopo la resistenza del cranio, la punta penetrò nel cervello e Fabio venne di nuovo.

«Stop» segnalò il piccolo pervertito.

Fabio, vestito solo del sangue della prostituta e del balaclava, cercò con lo sguardo annebbiato il produttore: «Voglio la mexicana». Pure lui era passato alla x, da XXX… agli snuff.

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Discussioni

  1. Forte… forte, complimenti ha evitato il sentimentalismo, questi personaggi sono come imiei, bidimensionali senza psicologia. Ricordo che più di una trentina d’anni fa m’era capitata una videocassetta di un “quasi snuff” in cui la coprotagonista veniva raccolta da una cassonetto della spazzatura, di quelli grandi, la tiravano su che era raccolta in un sacchetto nero con dei fori perché respirasse, era già nuda, pesta e pallida come se fosse prossima a morire, poi gli han fatto tutto quello che potevano meno che menomarla, una cosa tremenda che ho sopportato a malapena, fosse stata una finzione l’avrei spostata in un universo simbolico ma così non mi andava bene, me la ricordo ancora come una cosa che non dovevo vedere. Comunque, questo solo per dirti che c’era una narrazione, il fatto che quella poverina a cui han fatto di tutto provenisse da una discarica era quasi fiction in effetti mah boh se vuoi usarla questa cosa della Venere della spazzatura nel prossimo episodio son curioso di leggerlo.

    1. Grazie per il tuo lungo commento! Anni fa lessi qualche storia di Dylan Dog che menzionava gli snuff movies (“Il seme della follia”, non “Il ritorno di Killex”) e trovai così perversa l’idea che mi colpì come un pugno allo stomaco e a volte mi diverto a scriverne perché amo scrivere di cose forti