L’avventura del colonnello in montagna

Il colonnello dell’E.I. prima osservò le montagne, poi i condotti della raffineria petrolifera. Era uno scenario triste e squallido, ma ci aveva fatto l’abitudine. Era a Kirkuk e stava esportando la democrazia. Per fortuna, i curdi erano più tranquilli e gran parte dei problemi erano fra Baghdad e Bassora.

Il marine disse: «Possiamo muoverci, signor tenente colonnello.»

Tenente colonnello, era un tenente colonnello. Ma lui preferiva riferirsi a se stesso come colonnello. Si era promosso da solo. Annuì all’americano e salì a bordo dell’HUMVEE.

Di lì a poco l’automezzo yankee salì su per le mulattiere di quelle montagne polverose. Solo perché i curdi erano tranquilli, questo non significava che per forza le montagne fossero tranquille a loro volta.

L’HUMVEE raggiunse un valico. Il colonnello vide un avamposto dell’esercito iracheno. Non apprezzava i soldati del luogo, li trovava infidi, inaffidabili. L’HUMVEE si era fermato e poterono scendere tutti.

Gli iracheni borbottarono in arabo, poi fecero grandi sorrisi. Indicarono da una parte, si sbracciarono. «Da quella parte, da quella parte» dissero in un rudimentale inglese.

Il colonnello raccolse quel piccolo gruppo di marines e lo trascinò via da lì tenendo saldo l’M110.

«Signor tenente colonnello, io sono di origine italiana.» Uno di quei marines stava sorridendo.

«Di dove?»

«Benevento, signor tenente colonnello.»

«Ah, ma io vivo a Lodi.»

Non disse più nulla, quell’americano. Continuò a seguirlo.

Di lì a poco, il manipolo di soldati raggiunse una postazione. Era una trincea abbandonata a se stessa, se non per una guardia.

L’americano di origine italiana sfoderò la M9, strisciando arrivò sotto le gambe della guardia e la sgozzò. A quel punto la trincea era tutta loro.

Il colonnello si posizionò e armeggiò con mirino telescopico e ghiera. Si tolse il guanto per saggiare il vento con un dito; ce n’era poco.

Sotto, c’era una muta di guerriglieri. Individuare il più carismatico di tutti fu semplice. Così, il colonnello lo acquisì, attese un momento perché potesse spaccargli la testa come un melone maturo, e dopo pochi minuti fu il momento più adatto.

L’M110 sparò.

Il capo guerrigliero ebbe il cranio spaccato.

I marines spararono colpi per coprire la ritirata e fuggirono tutti, mentre i guerriglieri non osavano reagire.

Una volta tornato a Kirkuk il colonnello fu promosso grazie all’operazione appena conclusa. Adesso era sul serio un colonnello.

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Discussioni

  1. Ciao Micol! Be’, sai, l’essere umano è una belva, abbiamo degli impulsi di sopraffazione quindi la guerra è una cosa naturale… l’uomo si è evoluto sempre con l’idea di sopravvivere come?, ma cacciando, perciò è insito nell’animo umano quello di uccidere il nemico. Sì, è vero, l’homo sapiens sapiens quando abitava nelle caverne lo faceva per mangiare, ma adesso l’homo sapiens sapiens si è evoluto e la legge della giungla si è evoluta a sua volta in maniera più sottile. Guarda nelle scuole il bullismo: i bulli non trattano male le vittime perché vogliono cibarsi di loro, ma perché le vittime sono più deboli e quindi meritano di soffrire… la guerra è così: i politici vogliono il potere e con scuse come l’amor di patria e la protezione del popolo mandano a morire giovani contro altri giovani. La guerra non finirà mai se non con l’estinzione della specie umana, e se per caso la guerra sarà abolita si troverà un altro metodo di sopraffazione che forse non condurrà alla morte del più debole ma a un altro tipo di annientamento.
    Per concludere questa lunga risposta, ti dico che l’idea del racconto mi è venuta da una panzana che un ragazzo che giocava a soft air con me mi aveva raccontato (panzana perché poi si è scoperto che non era mai stato in Iraq perché per lo Stato era disabile – in pratica aveva truffato lo Stato italiano), solo che le raccontava così bene ‘ste panzane che ci credevamo tutti e una di queste era di un suo superiore che era andato in missione in montagna nel Kurdistan iracheno.