
LE DUE FACCE DELLO SPECCHIO
Serie: AUTOBIOGRAFIA DEL NULLA
- Episodio 1: SUL LIMITE DELL’INESISTENZA
- Episodio 2: LE DUE FACCE DELLO SPECCHIO
STAGIONE 1
Nell’inverno seguente, Leonora mi guidò attraverso i nudi locali che si dipanavano oltre ai cristalli del Santa Rosa.
Gli uomini preferiscono abbandonarci qui, come scope usate, diceva, sarà la suggestione degli specchi, o l’influsso di vecchie leggende – chissà – ma in questi anni ho scoperto che è qui che si nascondono i nostri simili.
Avrei voluto conoscerli. Avrei voluto sapere come “vivevano” gli esseri inesistenti.
Ma subito Leonora mi demolì.
Tu sei l’unico con cui si possa parlare. La follia è spesso minacciosa… sfuggente.
Dalle sue storie appresi dell’esistenza di internati come il signor Batukayev – convinto di star putrefacendo – la cui proiezione rappresentava ciò che di più terrificante albergasse nella clinica.
L’ho visto solo due volte, confessò Leonora abbracciandosi le spalle, ormai il suo volto è solo un buco di carne e ossa. Non ha più nemmeno una forma umana. Quando Batukayev lo vide riflesso al suo posto, le inservienti furono costrette a sedarlo per evitare che si strappasse davvero la faccia.
Durante una nostra esplorazione fui direttamente testimone del manifestarsi della follia di un certo Lavalée, un piromane.
In effetti non potemmo interagire un granché, dato che l’entità si materializzò come una vampa iridescente che avvolgeva gli oggetti, senza tuttavia consumarli.
Col tempo, provammo ancora a stabilire altri contatti, ma ogni volta era come una caccia al tesoro: interminabili esplorazioni lungo i corridoi, e tutto ciò che trovavamo erano solo immagini disperate, illogiche, aberranti.
L’ultimo tentativo lo facemmo con un paziente rinchiuso in un reparto di massima sicurezza: Kobylka, un tizio ritrovato in stato catatonico dopo aver stuprato e soffocato un’autostoppista.
Dicono che sia stato risucchiato dalla follia, e ciò lo rende un caso raro: infatti di solito siamo noi a venire ingoiati dalla realtà.
La visione dell’uomo immobile, con gli occhi sbarrati su un magma di orrore eterno, invisibile e asintotico, mi lasciò impotente di fronte all’idea che la nostra stessa natura fosse talmente misteriosa da estendersi tanto fuori quanto dentro alla mente dei nostri creatori.
E la morte? Domandai a Leonora in un plumbeo pomeriggio d’inverno.
Lei mi guardò con quei suoi occhi di donna, uno sguardo ormai maturo, come se la sua essenza fosse strettamente connessa al tempo degli uomini; come se anche lei sottostesse alle leggi della biologia.
Se il mio creatore muore, io morirò con lui?
Non rispose: entrambi sapevamo che al signor Tabor non restava molto da vivere.
Un tumore al cervello.
Qualche medico avanzò persino l’ipotesi che la sua follia dipendesse da quel male incurabile.
Ecco quindi trovato il mio vero padre: un cancro.
Tutto questo è incredibile, lo so: un’allucinazione non dovrebbe paventare la morte.
E ancor più incredibile è il fatto che a farmi temere la fine fosse la consapevolezza di essermi innamorato.
Sì: amavo Leonora.
Il giorno in cui Tabor finì in coma, io mi chiusi in me stesso. Non avrei più voluto tornare nell’oblio, soprattutto ora che mi ero abituato ad ESSERE per la quasi totalità del tempo.
Fra me e il mio creatore erano cessati tutti i rapporti: spesso avevamo incrociato i nostri sguardi attraverso le due facce dello specchio, ma ormai eravamo indifferenti l’uno all’altro.
Quando Tabor morì, non credetti ai miei occhi: ero ancora lì! ERO ANCORA!
Schizzai dunque fuori dal mio nascondiglio, esultante come un bambino, e galoppai per i vuoti corridoi della replica del Santa Rosa.
Corsi fino a che non trovai Leonora. Vidi così la sua espressione contrariata, la sua rabbia per non aver voluto condividere il mio terrore con lei.
Presto capii che aveva pianto.
Forse mi odiava, forse non avrebbe mai più voluto vedermi, ma ciò non importava: la baciai.
Non siamo fatti per questo, protestò lei baciandomi a sua volta, non dovremmo nemmeno esistere, disse di nuovo, staccandosi per pochi secondi e poi ripiombando nella passione con un lunghissimo sospiro.
Sono passati ormai quattro anni dalla morte di Tabor. Io e Leonora siamo ancora insieme, inspiegabilmente, e – lo so, non dovrebbe essere possibile – dal nostro amore è nata una bellissima bambina.
A volte mi fermo ancora di fronte allo spettacolo degli ospiti schierati oltre lo specchio nella sala della ricreazione e tento di dare un senso a tutto questo; spesso mi dico che forse la nostra realtà è molto più concreta della “loro”. Ma non lo credo.
Leonora si è invece convinta che i veri pazzi siamo noi e che la normalità scorta attraverso il cristallo non sia altro che la proiezione delle nostre follie. Anche in questo caso resto scettico.
Forse non siamo né allucinazioni né allucinati, ma bensì qualcosa che sta nel mezzo.
Finzioni.
Questo ho pensato ieri, scrutando per l’ultima volta nella crepuscolare luce del salone.
Lì stava un solo, silenzioso ospite, intento a concludere la sua eterna partita a scacchi.
Il signor N. muoveva un pedone poi appuntava qualcosa sul piccolo taccuino posto accanto alla scacchiera. Scriveva e subito cancellava con una riga netta, come se le idee nascessero tutte storte.
Nessuno conosce la follia del signor N. aveva detto una volta Leonora, di lui si sa solo che è uno scrittore.
Erano quelle le parole che mi frullavano nella testa mentre scorgevo ogni tanto lo sguardo imbarazzato dell’uomo vagare per la sala, stremato dallo sforzo di non incrociare mai i miei occhi.
FINE
Serie: AUTOBIOGRAFIA DEL NULLA
- Episodio 1: SUL LIMITE DELL’INESISTENZA
- Episodio 2: LE DUE FACCE DELLO SPECCHIO
ho letto entrambe le parti di questo racconto. In primo luogo voglio farti i miei complimenti per lo stile, sempre ottimo, e per il soggetto. “Finzioni”, una parola in un punto tu enfatizzi, mi ha fatto tornare in mente il noto libro di Borges. E allora ho fantasticato che tutte le immagini dentro o dietro lo specchio fossero null’altro che i fantasmi di uno scrittore le cui creazioni, riuscite o abortite, continuano a tormentarlo per tutta la vita. IL signor N. in sostanza, che teme di fissare negli occhi qualcosa o qualcuno che egli stesso ha evocato dal nulla.
Molto bello, in ogni caso.
Ciao Francesca! Grazie mille per aver letto il racconto e per le tue bellissime parole. L’analisi è giustissima: era esattamente il mio intento 🙂 Il richiamo a Borges era dovuto, dato che fu grazie a lui se tanto tempo fa ritrovai interesse verso il mistero e se iniziai a vedere la realtà con occhi nuovi. Grazie ancora!
Caspita! I miei complimenti per un testo, scritto molto bene, che ti porta in una spirale di pensieri ed emozioni. La follia lucida oppure l’estrema lucidità mantenuta nella follia. La capacità di guardarsi dentro, oppure in uno specchio, di parlarsi. Un finale spiazzante e perfetto
Ciao Cristiana! Grazie mille per aver letto il racconto e soprattutto per il bellissimo commento, ancora una volta capace di cogliere e sintetizzare alla perfezione il cuore della storia 🙂
Sono d’accordo con Kenji: mamma mia! Tutto è scritto molto bene, come sempre, ma quel finale è da urlo. Bravissimo.
Ciao Francesco! Grazie mille per aver letto il racconto! In effetti puntavo molto sul finale 🙂
Mamma mia!
Ciao Kenji! Grazie mille per aver letto il mio racconto! 🙂
Sì molto bello e decisamente nelle mie corde. È bello confrontarsi con altri modi di vedere argomenti simili, come se certe idee fossero lì, nell’aria, e ognuno di noi le ricevesse e le riportasse, poi, in scrittura da una prospettiva ed in contesti diversi. Complimenti, ancora!
Ciao Giancarlo! Grazie mille per aver letto il mio racconto! Mi fa piacere che nomini le idee, perché questa storia parla proprio di questo: idee. Avrei voluto intitolare questa parte “Finzioni”, celebrando così uno dei Maestri che più ammiro. Grazie ancora! 🙂
Un bellissimo episodio conclusivo per una miniserie veramente originale, coinvolgente e molto ben sceneggiata.
Un viaggio tra metafisica, surrealismo, psicoanalisi e scienza: bravissimo!
Ciao Giuseppe! Grazie mille per aver letto il mio racconto e per i bellissimi commenti! 🙂