LE ILLUSIONI PERDUTE.

Serie: LA CRISI DEI SOGNI.


Parla del periodo dei vent'anni, durante il quale il mondo non appare più come il tenero abbraccio dei nonni, ma come uno spietato universo dove la realtà è sovrana.

Ogni storia inizia con un epilogo inciso nelle stelle.

La mia città respirava affannosamente il cambiamento dell’aria estiva. Un più spumoso e frizzante vento inebriava le menti dei compaesani, troppo distratti per investigare l’irrefrenabile morire dell’estate. Nei bar, dai barbieri, giovani ed anziani dibattevano sulle più classiche tematiche: sport, ragazze, motori e, dulcis in fundo, vita. Taluni non si erano neppure resi conto della brezza del mare, della spumosa estate vissuta tra le schiumose acque degli specchi salmastri e le sabbiose rive Siciliane; altri, invece, stavano godendo di quella pausa il sufficiente per rimettersi in carreggiata. Settembre, il vero inizio dell’anno, è sempre primo a gennaio per buoni propositi. Sarà l’aria, incredibilmente più pungente, oppure l’ultimo tepore del sole augusteo, soffocato dall’avvicinarsi del pianeta e della sua inconsistente massa. La voluminosa estate stava ormai decedendo. Sarebbe stata seppellita da lì a poco e con essa la mia precedente vita.

Io guardavo il mondo con lo stesso stupore di un bambino. Francamente, la spensieratezza delle notti bianche non poteva neppure venir avvelenata dall’epidemia da Covid-19 che stavamo affrontando. Ero ancora un giovane scalmanato alla ricerca di guai, un piccolo illuso all’ultima fase embrionale, quella prima di valicare il solco immaginario dell’immaginifico mondo astratto degli adulti. Perché si, cosa ha di diverso il sogno di un bambino dal contratto sottoscritto dalle parti? Sono entrambi elementi informi, sono gli uomini a attribuirne valore. Ma a me cosa importava della realtà? Spensierato, sorridevo ancora al mondo, scrutavo lontanamente quella pila di libri da dover studiare, mi guardavo allo specchio con la stessa leggerezza che potrebbe avere un bambino il secondo giorno di scuola. Insomma, ero lì, al confine tra il provare eternamente gratitudine per la vita e lo stroncare per sempre il mio vorace appetito infantile. Ma andiamo per gradi.

L’ultimo tramonto di agosto è inedito al mondo per la sua mirabile colorazione. Una tinta di rosso si disperde per gli orizzonti infiniti, l’azzurro inizia a tendere al blu freddo dell’inverno, mentre il sole abbandona il suo stabile posto -lungamente custodito- alla luna. È la tipica successione monarchica che sancisce l’ascesa al trono delle tenebre, e che le legittima ad emanare il decreto che impedisce al calore del sole di varcare i cancelli dell’autunno e dell’inverno. In primavera ritroveremo la diplomazia.

A settembre i cittadini ritornano dalle vacanze al mare. Alcuni giovani riabbracciano la loro vita con mirabile capacità; altri, contrariamente, si confrontano con la tremenda verità dell’estate sfuggita ad ogni sorriso. Alcuni si chiuderanno nelle loro stanze con le finestre aperte ed il fioco candore degli abbaglianti fari riflessi sui vetri; altri ancora godranno del refolo e dell’afflato per sospingere loro stessi a praticare l’arte del pensiero ed educare le menti alla flessibilità dei ricordi. Il fumo delle sigarette, l’inimmaginabile sospiro dopo uno spinello, il profumo intenso dell’incenso respirato ed espirato dalle narici della riproduzione di un sottile drago argenteo, orientale. Cos’altro vuoi dalla vita se non quest’eterna calma che, come fiocchi di erba e fiori, s’insedia nella nostra quotidianità, massaggiando la cute degli stanchi piedi. E le foglie immerse in quella frizzante e fresca aria che, pungente come i girocollo invernali, ti infastidisce a tal punto di dubitare d’essere ancora accaldato e spensierato. C’è per caso dell’amore tra gli alberi? Mentre gli animali fuggono segretamente e gli stormi di uccelli migrano a Sud, sgridando i passeri più lenti ed abbandonando quelli più stanchi alla loro sorte di ostracizzati. Quale possente cura si cela tra i sussurri delle anziane affacciate ai tetti? E quale incantevole risposta nasconde, infinita, questa magica ed intesa atmosfera fiabesca. L’illusione è ciò che un uomo vuole ma non è capace di ottenere. L’illusione è l’estate della nostra vita ed è per questo che un giovane gaudente esprime un’infantile assenso nei confronti delle imprese arabesche.

Al ritorno della vacanze i corpi ignudi degli innamorati si riabbracciano dopo la nostalgia, dopo aver consumato il loro passionale diletto con profumi di corpi altrui. I finestrini delle macchine, appannati per l’eccitazione, nascondono ai terzi l’immensa quintessenza della spudorata necessità libidica di ogni uomo. E come un rubino puro, ogni donna si concede al proprio amore in una danza favolosa, assuefatta dall’immensità del cielo e dalla musica inesauribile della coscienza traditrice. Ed anche gli uomini meno spigliati, dopo le avventure estere, corrugano la fronte improvvisando pensieri asimmetrici e segmenti paralleli per descrivere le diverse realtà che sarebbero potute apparire ma che non sono state.

I geni provavano un forte vertigine per il ritorno a scuola, io ero solo deluso dalla fine di quella straordinaria ed altalenante estate che, ovviamente, si attestò tra le più effervescenti dei miei recenti anni. Appassito a causa del concime della consapevolezza, il fiore dei giorni veniva potato dalla falce della morte: il Covid e gli incidenti seguenti mi portarono via tutti.

Rammento ancora la fierezza del mio sguardo quando, ponderato, lo poggiai sulla pinguedine del mio trascorso amore. Le sue curve, così dolci e sinuose, mi narravano frequenti l’imperfezione della vita e lei, come un’impeccabile statua paria, mi sfiorava con dolcezza delicata il viso. Poi, intenta a consumare il frutto della passione, ricercava il mio seme sul suo sguardo. Al di là dell’erotismo, mi illusi di essere amato tanto quanto amassi. Tuttavia, la verità è che io non l’amavo e lei non m’amava sino in fondo come diceva. Così, tra le mille peripezie, ci separammo. L’università e la sua contagiosa voglia di conoscenza furono stroncate dall’epidemica paura di un’angosciante ripercussione pandemica. Trascorsi la restante parte del mio autunno solo, cullato dal mio caparbio temperamento e dalla premura dei miei amici. Fu a quel punto che continuai per la mia strada, solo. Sebbene la vita mi uccidesse, sebbene la lontananza di alcune figure di spicco, sebbene la morte delle emozioni, la mia interiorità di uomo fu in grado di procreare dal nulla una più rigida dimensione di se, trasformando il divertimento in diligenza e l’appetito in famelico egoismo da soddisfare finché satolli.

Ecco tutto.

Tuttavia, ricordo ancora gli occhi da cerbiatto della mia gentile nonna. Lei mi scivolò tra le dita a causa di un melanoma. I suoi falsi sorrisi per rassicurarci non mi scalfirono nemmeno per un attimo. Mi pento di aver lasciato decedere i miei nonni nella solitudine più pura. Cos’altro? Ero immerso nelle mie fantasiose problematiche esistenziali. Oggi, ahimè, non ho più veterane figure di spicco in grado di illuminarmi con la loro saggezza. E pagherei tutti i monili del mondo per riottenere la franchezza e la dolcezza delle carezze dei miei nonni. E così, la quiete venne impetuosamente distrutta dalla catastrofica nube di sventure. Ma quando il mondo pareva soffocarmi, quando il cielo si anneriva, una simbolica schiarita -creata dal mio ottimismo- mi illudeva di poter ancora trascorrere la lucentezza dei miei anni.

Il liceo, ormai lasciato alle spalle, raffigurava nella mia mente l’apice del gaudio umano. Eppure quanta sofferenza rinchiusa tra quelle mura? Ma al contempo sono più le risate e gli amici a venire felicemente ricordati. Tutte le interrogazioni, le insufficienze nascoste ai genitori, i pomeriggi passati a studiare, la maturità svolta senza l’appoggio dei miei più cari compagni. Quell’anno venni spogliato anche della possibilità di trascorrere con i miei coetanei il finale di quel percorso. È come una clessidra che si esaurisce, è come se le sabbie incastonate in quel vitreo giogo egizio potessero scorrere frenetiche anche nei momenti di tragedia. E così, da ragazzo spensierato e dalla sfavillante noncuranza mi trasformai in un opaco punto non dissimile agli altri in tutto l’universo. Da ragazzo amavo la vita e la sua gioia incommensurabile. Cos’altro potrò raccontare? Di aver festeggiato l’inizio della quarantena solamente perché l’indomani avevo un compito in classe di scienze molto importante e difficile sui saponi? Ben venga, mio caro lettore, quella prova! Pagherei tutto l’oro del mondo per svolgere quella verifica con loro, con i miei conoscenti di una vita.

Anche nella difficoltà, anche nella drammaticità di quella inscenata angoscia, anche nel lutto, anche nel dolore non versai neppure una lacrima. Ed oggi quanto piango? Quanto son costretto a riversare sulle dune della mia gote? Il rubicondo simbolo della mia parabolica ascesa è tutto lì, nelle mie guance. Eppure, quando parlo, quando condivido le mie paura o i miei timori, non resta più nessuno; ormai me ne sono reso conto: ognuno è interessato alla vita altrui solo nella misura in cui interessa la propria. Reputo buoni amici coloro che sanno stare al loro posto e che sanno rispettare gli spazi terzi senza limitare il proprio. Nessuna domanda invadente. Il mio migliore amico, oggi, è un simpatico ragazzo: il mio coinquilino. Certe volte mi dimentico della sua solitudine e mi prometto, con sottigliezza, di essergli fedele sempre, nella gioia e nel dolore. E di quell’autunno non ricordo più nulla se non le lancette che fluivano rapide sugli orologi, dei secondi che battevano come il ticchettio delle dita tambureggianti sui tavoli.

Serie: LA CRISI DEI SOGNI.


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Discussioni

  1. Ciao, Matteo. Di quel periodo so direttamente come lo hanno vissuto i bambini e gli anziani, ma non so nulla sull’impatto che la pandemia ha avuto sui giovani. In questo senso tu mi apri una finestra sulle sensazioni di chi ha l’età in cui si scalpita e se ne deve restare chiuso in casa, da un giorno all’altro fuori da un mondo che si ha voglia di conquistare.
    Hai pubblicato un buon esordio e ti faccio i complimenti per la padronanza del linguaggio. Mi unisco comunque al commento di Nyam, alla lunga il racconto sembra un esercizio di stile.

  2. Ciao Matteo, innanzitutto benvenuto in questa bella comunità di scrittura. L’argomento che hai scelto è molto difficile, complimenti, di quelli da farci sbattere la testa contro mille ostacoli. E tu ci navighi bene dentro. Ci metti dentro tanto, tanti sentimenti e sensazioni; immagino ci sia del vissuto, e se è così si sente. Hai uno stile estremamente curato, per quel che mi riguarda forse troppo: l’eccessiva ricerca stilistica, lo stile aulico secondo me rischiano di dirottare l’attenzione di chi legge dal contenuto alla forma. Continua a pubblicare, ti leggerò con piacere.

  3. Ciao ❣️
    I momenti di passaggio sono sempre difficili … poi uno si guarda indietro e pensa quel momento lì era perfetto… perché non me la sono goduta, invece di avere strani pensieri?
    Comunque il testo è studiato nei minimi particolari, tutto è descritto minuziosamente e tutto è finalizzato a mettere addosso al lettore quella sensazione di dolce amaro tipica della disillusione di gioventù… complimenti ❣️