Le incaute bugie

Il mimo era lì che faceva la sua recita e io ho pensato che fosse uguale a un grande contenitore di bugie. Pronunciava le parole con un tono solenne che non mi andava. Una vena di ridicolo che attribuiva ai passanti, quasi fosse invece rispetto reverenziale.

In quanti davano per scontata la sua presenza? Ma nessuno ascoltava.

C’era il corpo di un uomo, lì ammucchiato, che interloquiva con la folla, però nessuno lo riconosceva. Prendeva il cappello e se lo metteva. Guardava dritto in faccia, sfrontato. Si soffermava e rideva sguaiato, additando. 

Un turista appesantito, col volto rubizzo, puntò dritto su quel corpo per osservarlo da vicino. Dato che l’altro era rimasto immobile, gli diede un colpetto alla gamba con la punta della scarpa, come si potrebbe fare con un cane. Il mimo si lanciò in avanti, finse di barcollare. Emettendo qualche cauta protesta, di tanto in tanto. Talmente all’erta che a tutti sembrò di udire il rumore del battito delle sue ciglia. Poi, non riuscì proprio a evitare le parole.

O meglio, un poema? Questa in fondo era l’idea. Bisognava aggiungere poesia, frasi scritte da altri, al baccano osceno della strada. A quella scarpa da tennis sfondata, che lo aveva toccato.

Adesso il mimo era lontano da qualunque solidarietà umana, da edificanti considerazioni domestiche.

I mutamenti climatici erano spesso violenti, lo sapeva bene, ma nulla a che fare con l’umanità finita altrove.

Al mondo dovremmo essere tutti buoni a fare questo collegamento. La gente è curiosa, ha voglia di scoprire le cose più insignificanti. Può darsi che quel giorno io mi sia sbagliata, ma vedendo quel poveretto, pochi avranno pensato a come sia diventato. Sarà stato bruno, sotto il cappello? Sarà stato un uomo affascinante, in assenza di tutto quel trucco? Può essere che lui stesso, così come la pietà, sia ormai finito altrove.

Per trovarlo davvero, bisognerebbe cercarlo a casa, se ne ha una. Quando pensava ancora che si sarebbe sposato, e magari lo ha fatto.

Per leggere la storia della sua vita bisognerebbe risalire al tempo in cui questa non era ancora stata sradicata. Ma nessuno ci fa caso, e infatti, ho visto l’uomo della scarpa da tennis che passava oltre e il mimo che sorrideva, anche se non doveva piacergli chi la sua dignità gliela strappa.

Ha continuato a lavorare, nella piazza gremita, a intrattenere la sua distratta platea.

Mi sono allontanata e ho sentito subito la solitudine fluire. Per un buon numero di passi ho capito che non ero caduta in inganno. Avevo assistito a un fenomeno grottesco, che nessuno è convinto fino in fondo di essere capace di evitare. 

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Discussioni

  1. Cristina, ho trovato il tuo mimo abbastanza reale, purtroppo! Scene di questo tipo se ne vedono in giro e spesso, per quieto vivere, si fa finta di niente (ed io sono il primo).
    Ma ho particolarmente apprezzato il sorriso che il mimo fa al suo molestatore, quasi volesse dirgli che si deve andare oltre a certe pochezze…e lui lo ha fatto!
    Mi è veramente piaciuto tanto quel passaggio!
    Grazie!

  2. Ciao Cristina, hai scelto di far indossare la maschera al disagio di dover far “buon viso a cattivo gioco”. A noi tutti, capita di doverla indossare: in famiglia, al lavoro… con noi stessi quando non siamo pronti ad affrontare verità scomode. Il tuo lab mi ha fatto riflettere e questo è sicuramente un valore aggiunto alla bellezza intrinseca della storia.

    1. Sono contenta che ti sia piaciuto. Ciao Micol, grazie per averlo letto e per il tuo commento. Hai centrato il mio pensiero 😉