Le montagne del Caucaso

1914

Vladislav aveva appena terminato di pulire il Mosin-Nagant. Per lui il fucile, più che un’arma che sarebbe servita a salvargli la vita, era una croce.

Nessuna bestemmia, ovvio.

Ma non era possibile che doveva sparare e, poi, per il corpo a corpo la baionetta la doveva inserire nella volata del fucile, facendolo trasformare in una picca.

Aveva studiato, si era documentato sugli altri eserciti. I soldati del resto d’Europa avevano fucili in cui le baionette le si potevano inastare sopra la canna, non dentro.

Chiuso nella sua trincea, si riposò un po’ quando di lì passò un ufficiale:

«Sergente, organizza i soldati. Si va all’attacco».

«Agli ordini, signore». Valdislav scattò in piedi, obbedì. Dalle campagne intorno a Pietrogrado, era finito sulle montagne del Caucaso. Invece di combattere gli austriaci e i tedeschi, il suo dovere era affrontare i turchi ottomani.

Vladislav organizzò il plotone, non appena ebbe terminato, neppure un istante per un respiro che si udì il tartagliare di una mitragliatrice.

Lampi di fuoco passarono sopra le teste dei soldati zaristi.

Quella era una delle solite guerre fra russi e turchi per il Caucaso quando non erano i persiani a minacciare l’Impero. Si poteva dire che quel conflitto aveva fatto scoppiare molte tensioni fra i paesi di Europa e Asia, era notizia di pochi giorni che pure il Giappone si era unito alla Triplice Intesa.

«All’attacco» urlò Vladislav. Senza curarsi del fuoco delle mitragliatrici turche, salì sulla scaletta e corse fra le nevi perenni del pendio in cui loro, i russi, avevano scavato le trincee. Molto più in là, gli ottomani.

Sopra i nemici passarono degli aerei con il quadrato nero, erano turchi, e pure loro mitragliarono gli zaristi per poi lanciare dall’alto degli spuntoni il cui utilizzo – sperato – era quello di trafiggere le teste degli avversari, o comunque di ferirli.

Vladislav non aveva più paura. Sparò con il Mosin-Nagant, raggiunse un cratere, ci si nascose. Da lì vide i mitraglieri turchi con berretti buffi che provavano a fulminarlo.

Il resto del plotone l’aveva seguito.

Vladislav riprese la corsa e gli parve di essere vicino all’avamposto ottomano. Aveva terminato i proiettili, invece della bandoliera aveva una coperta con cui dormire anche se adesso non ne aveva bisogno. Si sistemò il colbacco e inserì la baionetta dentro lo spegnifiamma del fucile.

Se quello era il suo destino, l’avrebbe guardato in faccia, senza timore.

«Non ho paura di te» gridò, e si lanciò verso la fortificazione turca.

I mitraglieri ottomani brandeggiarono, la loro arma sembrava un tubo che lanciava fiammate.

Vladislav assaporò l’idea di trafiggerli con la baionetta così come i loro avieri speravano di fare con gli aculei.

Un passo.

Un altro passo.

Sentì un dolore lancinante al petto.

Le montagne del Caucaso non saranno la mia tomba, si disse. Semmai, saranno il palcoscenico del mio trionfo.

Sognava.

Sognava pure di tornare nelle campagne intorno a Pietrogrado. Forse non le avrebbe mai più riviste.

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