Le parole che non so

Ho trascorso la mia giovinezza tra le montagne, rifugiandomi tra le rocce durante i temporali estivi, portando le mie pecore dove l’erba fosse più verde, bevendo l’acqua gelida dei torrenti. Mi sono occupato poco della mia educazione, certo so leggere e scrivere, conosco le musiche e le danze tipiche del mio popolo, recito al mattino e a sera le mie preghiere. Ma non conosco le formule matematiche per moltiplicare a mente, la composizione chimica dell’aria, le leggi fisiche che fanno andare avanti e non indietro il mondo.

Pensavo questo mi potesse bastare, che vivendo dello stretto necessario e ringraziando per quello che mi veniva donato, non avrei sentito quella voglia di conoscere, studiare, approfondire. Così non è stato, ho iniziato a viaggiare, spostarmi sempre più in la, cercare vette più alte e pendii più ripidi. Son arrivato dove tutti quelli che avevo attorno non avrebbero mai immaginato, o conosciuto. Cercavo di comprendere ogni persona che incontravo, osservare con attenzione ogni usanza, ogni mutazione negli sguardi, nelle espressioni e nei sorrisi. Ma ogni volta che pensavo di aver trovato il nocciolo, l’essenza di quel popolo, la chiave che mi rendeva parte di loro, bastava una parola a tirarmi fuori e abbandonare quel luogo.

Ho pensato fosse quindi la mia educazione insufficiente, che tutte quelle parole che non conoscevo potessero trovarsi in un dizionario, in un’enciclopedia, in una biblioteca del cuore delle cose. Che se avessi imparato ogni singola parola del mondo, e ne avessi analizzato ogni suo significato, avrei trovato me stesso e quello che cercavo.

Ho ricominciato a portare al pascolo le mie pecore, ma questa volta nella saccoccia c’era spazio anche per un libro. Man a mano i libri diventavano sempre più pesanti, lunghi e complessi, così come i miei pensieri. Più leggevo, più conoscevo, più iniziavo a guardare con attenzione quello che mi circondava. Mi sentivo pronto a riassumere con le parole che avevo appena imparato, quello che osservavo.

Allora cercavo la parola esatta che descrivesse il modo in cui mia mamma sull’uscio della porta, mi salutava al mattino, quella strana sensazione che hai quando vedi crescere e diventare adulto un tuo fratello, quel colore pastello che il tramonto crea nelle giornate di fine estate e si rispecchia tutto attorno.

E mentre guardando le altre mamme, gli altri fratelli e gli sguardi al tramonto attorno a me, ho capito che era quella la fine della mia ricerca. Le parole che in passato non ero riuscito a comprendere, erano riferite al modo di vivere, di guardare, di pensare di quello specifico gruppo e di cui io, con i miei occhi stranieri, non avrei mai potuto cogliere il significato. E che invece, se avessi spiegato ad un mio amico quelle parole, le avrebbe colte al volo, perché lui le aveva vissute e osservate esattamente come me.

Allora ho scoperto che in Islanda basta una parola, Hoppipolla, per sentirsi dei bambini, felici di saltare nelle pozzanghere, che in Giappone, gli Tsundoku (zndok) sono coloro che accumulano libri senza leggerli, che in Germania si prova la fernweh (fiernvi) se si ha nostalgia di posti non visitati. Mi sono reso conto che non saper esprimere un’emozione è quasi uguale a non provarla, per creare legami bisogna comunicare e c’è bisogno di farlo attraverso le parole. Solo così sono sentito vicino a tutti loro. 

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  1. “Mi sono reso conto che non saper esprimere un’emozione è quasi uguale a non provarla, per creare legami bisogna comunicare e c’è bisogno di farlo attraverso le parole. Solo così sono sentito vicino a tutti loro. “
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