Le ragazze

Serie: Planavamo a stento


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: I due amici hanno vissuto una grande esperienza insieme e ciò li ha uniti

Nei fine settimana andavamo a volte a qualche festa sfruttando catene di conoscenze, contatti incrociati o semplici notizie che giravano nei passaparola. Erano feste nelle case di qualche ragazzo o ragazza, a volte nelle seconde case al mare, ed avevano sempre un’organizzazione molto precaria, fatta di impianti stereo prestati, di deejay improvvisati. Ci si andava sempre sperando di incontrare qualche bella ragazza, qualcuna di quelle che vedevamo all’uscita delle scuole o a passeggio nel centro.

Negli anni del liceo avevo avuto un paio di brevi storie con delle ragazze, ma erano nate all’interno dei campi scuola della parrocchia che avevo frequentato, o nei luoghi di vacanza dove andavo con i miei da ragazzino, e avevano lasciato quasi nessuna traccia nella considerazione che avevo di me stesso e nella mia capacità di suscitare interesse. A quel tempo, perciò, mi sentivo ancora come dentro una campana di vetro che mi rendeva incredibilmente difficile stabilire una comunicazione con ragazze fuori dalla nostra ristrettissima cerchia, fatta dalle fidanzate di quel paio di amici che avevano dei rapporti stabili e di qualche loro amica poco interessante che a volte usciva con loro nei pomeriggi al bar.

Le altre, e soprattutto quelle più belle, mi sembravano sempre tutte completamente fuori portata, del tutto insensibili ai miei sguardi o ai miei goffi tentativi di entrare in una zona di possibile contatto.

Non avevo alcun codice di comportamento, nessuna tecnica di avvicinamento, nessuna capacità di approccio. Mi sentivo costantemente sbilanciato, senza sicurezza nelle mie capacità di attrarle e senza possibilità di risultare interessante ai loro occhi. Quando, grazie a diversioni e giochi di sponda degli altri amici o conoscenti, riuscivo ad avviare qualche conversazione mi sembrava di girare a vuoto, sapevo parlare di mille argomenti, ma erano conversazioni neutre, in cui non riuscivo a inserire elementi di seduzione, nessun sorriso o modo di parlare che avrebbe potuto accendere una corrente di attrazione.

Questa situazione cominciò però a modificarsi quando Carlo si aggregò alla compagnia che frequentavo. Il cambiamento non era dovuto a una maggiore esperienza di Carlo o a sue migliori doti di avvicinamento e seduzione: negli anni del liceo lui aveva solo avuto lunghi rapporti platonici con un paio di sue compagne di scuola, addirittura fidanzate, ma che lo avevano eletto come loro migliore amico e questa era da sempre la peggiore delle situazioni di stallo.

A lui però non importava, dato che la condizione dell’innamorato non dichiarato, si addiceva alla sua indole di ragazzo di altri tempi e la loro compagnia lo appagava senza che ci fosse il bisogno di entrare nel territorio sconosciuto dei rapporti fisici con le ragazze. Ora però quel periodo era finito e le normali spinte interiori di ogni ragazzo di quella età cominciavano a emergere, ma l’assenza di ogni tipo di esperienza aveva cominciato a renderlo incompleto.

Tuttavia, ora che cominciava ad avere occasioni di incontro con altre compagnie, in lui mancava quella forma di esitazione che assaliva invece me. Non aveva timore del modo in cui le ragazze lo potevano considerare, né di loro eventuali giudizi: era come se venisse da un paese straniero e avesse ora un distacco verso le usanze del nuovo paese in cui si trovava: questa condizione gli toglieva le remore che invece frenavano me.

Io, invece, quando ero in sua compagnia in queste feste mi sentivo più sicuro, forse perché mi sembrava che le eventuali brutte figure avrebbero fatto meno male se le avessimo divise fra noi, o forse perché mi sentivo spalleggiato da un compagno fidato o magari per spirito di emulazione.

Inoltre, fin dalle prime volte che ci trovavamo in queste serate insieme, eravamo riusciti a creare un nostro modo più brillante di entrare nelle conversazioni e nelle schermaglie di avvicinamento: usavamo il nostro linguaggio comune per attrarre o ci prendevamo in giro passandoci le battute a vicenda. Le ragazze che incontravamo cominciavano a considerarci maggiormente; sembrava che ci guardassero con sguardo più interessato.

Una sera, in una di queste feste in una villetta fuori paese, ballavo nel gruppo in mezzo alla grande sala in cui avevano montato lo stereo. Avevano messo una serie di brani dei Simple Minds e degli U2 e io e gli altri amici della compagnia eravamo appassionati di quel tipo di musica rock e non ci perdevamo mai l’occasione per scatenarci dietro con balli fluidi e ondeggianti come la musica che caratterizzava quei brani. A un tratto vidi a un lato della sala Carlo che si era seduto su una sedia vicino a due ragazze molto carine. Lui vide che lo avevo notato e venne verso di me.

“Leader Blue, qui Dragon Fly, ho urgente bisogno di appoggio tattico, passo”, mi disse nel gergo da aeronautica militare che avevamo cominciato a usare scherzosamente.

“Ti sento forte e chiaro, Dragon Fly, lascio immediatamente la zona di pattugliamento e ti raggiungo, passo”, risposi io sorridendo.

“Devi assolutamente venire con me, perché ho cominciato a parlare con quelle due tipe laggiù e sembra proprio che mi diano spago, ma ora non riesco più a continuare il combattimento da solo”, disse facendomi l’occhiolino.

Io annuii e lo seguii fino alle sedie dove si trovavano le due ragazze.

“Ragazze, vi presento Federico, il mio fido compagno di squadriglia”.

Una delle due ragazze, con un bel viso e occhi grandi e scuri, magra e coi capelli neri tagliati a caschetto, mi disse sorridendo: “Ciao, io sono Laura. Mi piace come balli questi pezzi rock. Mi piace questo tuo stile tutto molleggiato”.

Quel complimento mi fece piacere e aumentò immediatamente la mia sicurezza, così risposi immediatamente in modo spiritoso. “Grazie: cerco di imitare Jim Kerr dei Simple Minds, ma non so mica se ci riesco”.

“Non conosco questo cantante, ma proverò a guardare su MTV, così se riesco a vederlo, poi ti saprò dire”, e poi aggiunse, rivolgendosi verso la sua amica, “Lei invece è Francesca”.

L’altra ragazza aveva gli occhi con il taglio un po’ allungato e i capelli castano scuro che scendevano lisci fin sotto le spalle, mi sorrise anche lei e io mi volsi verso Carlo che mi guardò con complicità.

Cominciammo a parlare con loro e riuscivamo a essere divertenti. Carlo raccontava di episodi di sé stesso all’Università o nel pensionato e si prendeva in giro. Io gli facevo da spalla infierendo per scherzo su di lui e poi ci invertivamo i ruoli.

Sentirci insieme in quella situazione in cui volevamo intrattenere quelle due ragazze ci dava più forza, ci faceva sentire più interessanti, più meritevoli di attenzione che se fossimo stati da soli o con altri con cui non avevamo la stessa intesa.

Laura e Francesca ci dissero che erano di un paese vicino al nostro, per questo non le avevamo mai incontrate, ed erano a quella festa per caso. Entrambe studiavano a Bologna ed erano a casa per il fine settimana, ma si sarebbero trattenute per tutta la settimana successiva.

Verso la fine della serata Carlo non volle che le distanze si riallungassero e chiese loro se ci potevamo rivedere nei giorni successivi. Propose di andare a fare una passeggiata al mare, prendere un gelato insieme uno di quei pomeriggi. Io lo seguivo e suggerii un altro paio di idee. Dopo un gioco di sguardi fra loro due che sembravano incerte, ma anche interessate a quelle idee, noi le incalzammo e loro cedettero lusingate dalla nostra insistenza. Dissero che forse era possibile e Francesca diede a Carlo il numero di telefono di casa sua.

Era arrivata l’ora di andare e si vestirono per uscire dalla casa, noi le accompagnammo e poi tornammo dentro, ci guardammo e mi sembrava di avere finalmente rotto la barriera di vetro della campana dentro cui mi sentivo imprigionato fino a quel momento.

Ero stupito di come fosse successo all’improvviso; non mi sembrava neanche di aver faticato terribilmente per infrangerla: era come se tutto a un tratto fosse semplicemente esplosa.

Serie: Planavamo a stento


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Discussioni

  1. Questo nuovo episodio, a mio parere, è quello più “frizzante” e accattivante. Bellissimo lo spaccato di vita universitaria con i primi approcci a ragazze sicuramente più mature e consapevoli rispetto alle compagne delle superiori e per questo motivo assolutamente temibili. Si tratta di un “gioco” cui non si scappa nella vita. Certamente essere dall’altra parte è più facile. Al contrario i maschietti se la devono sempre sudare. Ancora complimenti per il tuo stile asciutto e molto discorsivo. È sempre un piacere arrivare in fondo all’episodio con il pensiero al successivo. Bravo!

    1. Si, è vero, ma anche in questo caso per i due amici insieme è più facile 😉
      Ti ringrazio per l’apprezzamento: avevo sempre il dubbio di capire se i dialoghi fossero efficaci e naturali, avendo sempre sentito e letto nei vari corsi di scrittura tanti aspetti che si dovevano tenere in mente perché non risultassero finti o pesanti

    1. Si, era una condizione molto comune in quegli anni, quella di far fatica a ingranare con le ragazze: il mondo si divideva fra quelli che avevano molto successo, anche senza nessun merito, e quelli che arrancavano. Ho voluto raccontare quella situazione e quelle sensazioni e questo è un episodio completamente inventato, anche se prende elementi esistenti (le feste, il linguaggio, la musica) e accelera processi che sono invece durati anni, ma per la narrazione serviva creare un episodio come questo.