LE RIFLESSIONI DI W.J. COLLINS DURANTE LA SUA PRIGIONIA

Per mesi non seppi dove mi trovavo.

Venivo trattato con tutto riguardo, seppure in uno spazio angusto e che con il tempo mi stava sempre più stretto. Ebbi momenti di smarrimento, provai a liberarmi dalla catena, scalciai forte e con le mani tentai di chiedere aiuto. Ma non potevo gridare, aprivo la bocca senza riuscire ad emettere alcun suono. Da lontano potevo sentire invece le voci dei miei aguzzìni. Ne avevo ormai individuate un paio, sempre le stesse. Parlavano di me, decidevano sul mio futuro, a volte discutevano animatamente, più volte sentii singhiozzare.

Mi preoccupavo.

Sapevo che c’era qualcosa che non andava, qualcosa che li metteva in disaccordo e sapevo che riguardava me. Piansi anch’io, ma nessuno sentì. Decisi che per mettere in atto un piano di fuga, dovevo necessariamente mantenere la calma. Mi armai di autocontrollo e, immobile, mi misi a pensare così rilassatamente che poco dopo mi addormentai e sognai di nuotare senza catene in un mare senza confini. Quella sensazione di libertà meravigliosa mi rasserenò: sognai e sognai ancora. L’acqua mi cullava tiepida, mi lasciai andare al piacere così intensamente che nel sonno urinai.

Fu forse quello o non so cosa, ma durante il sogno qualcosa andò storto e all’improvviso la storia cambiò. L’acqua cheta si trasformò in un ondeggiare tumultuoso, il respiro mi si fece corto, mi agitai e mi svegliai di soprassalto.

Aperti gli occhi, le pareti della cella mi si stringevano addosso, la catena alla quale ero attaccato mi strangolava per soffocarmi, il pavimento sobbalzante mi respingeva ad ogni contatto.

Era giunto il mio momento, gli aguzzìni avevano deciso per me ancora una volta, forse l’ultima, approfittando del mio dormire.

Urinai ancora, questa volta dallo spavento.

Mi resi conto che nel sonno mi ero girato, forse nell’intento di nuotare.

Mi divincolai dalla morsa della catena più forte che potei, con entrambe le mani l’afferrai per allargare la stretta intorno al collo ma i mesi di prigionia dovevano avermi indebolito molto perché non ci riuscii.

Capii che niente dipendeva da me, tutto era già stato deciso.

Prima di perdere i sensi, sentii qualcuno afferrarmi dalla testa, mani enormi, non come le mie, poi una luce accecante mi tolse anche la vista, concedendomi invece un urlo di libertà.

“È un maschietto” disse una voce nuova. 

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Discussioni

  1. sicuramente il tuo racconto contrasta col senso comune che assegna al grembo materno i caratteri di una specie di Eden: tu, al contrario, lo descrivi come una prigione con corredo di catene e aguzzini. E quando il feto sogna, sogna di trovarsi altrove. È un’interpretazione originale, interessante.

  2. Bravissima, Maria! Confesso: leggendo i primi paragrafi, ricchi di…assenze (assenza di punti di riferimento specifici, assenza di dettagli che potessero contestualizzare la vicenda), mi è venuto istintivo pensare che non si trattasse della classica prigionia, ma che c’era dietro qualcos’altro. Ma per quanto fossi pronto al colpo di scena, mi hai sorpreso!
    Un racconto ben scritto, e soprattutto narrato con innegabile maestria.

  3. Bellissimo, la tua impronta originale non si smentisce mai. Fino all’ultimo non ho compreso la natura di questo prigioniero e scoprirlo mi ha fatto spendere più di qualche riflessione. E’ difficile immaginare cosa provi un’anima all’interno del grembo materno. Da qui in poi si innescano speculazioni filosofiche a non finire, ad esempio se legarsi alla carne significhi assoggettarsi a una prigione: carne che, detto fra noi, dà anche qualche soddisfazione 😀 (soprattutto quando porti a casa una mousse ai tre cioccolati)