Le scarpe
Il calice nella mano destra. Rosso amaranto. Tannini che astringono palato e lingua. Se ne stava seduto in piazza al solito tavolino del bar.
«Buongiorno, commendatore», salutava la gente di passaggio.
Con la sinistra si appoggiò il panama bianco sulla testa per proteggere la lucida pelata dal sole a picco di mezzogiorno. Lo vide sbucare dalla stradina a lato del duomo. Il passo innaturale. Lo sguardo dritto su di lui. Un paio di scarpe nere, lucide, stonavano sui pantaloni lisi, da lavoro, e una camicia rattoppata.
Il commendatore lo seguì con lo sguardo finché non gli fu davanti. Con un gesto secco spostò la sedia e si sedette di fronte a lui, appoggiando i gomiti sul tavolino traballante.
L’uomo al suo fianco si alzò di scatto.
«Tranquillo, Ettore», gli si rivolse il commendatore. «Rimettiti comodo, Marzio è qui per parlare.»
«Vero, Marzio?» domandò al giovane davanti a lui.
Marzio annuì.
«E allora parla.»
«Ho riflettuto sulla sua offerta», esordì Marzio senza abbassare lo sguardo. Il volto febbrile, lucido di sudore, le mani tremanti sul tavolo, accanto alla bottiglia.
«Quanta fretta, ragazzo. Perché non goderci questa splendida domenica?»
«Non ho tempo per queste cose.»
«Un consiglio da amico. Sua moglie e i suoi figli hanno bisogno di attenzioni», rispose il commendatore con un mezzo sorriso.
«Alla mia famiglia ci penso io.»
Il sorriso del commendatore si spense.
«Non ho dubbi. Il lavoro non è tutto, Marzio», disse soffermando lo sguardo sulle scarpe del giovane un istante di troppo.
«Mio padre mi ha insegnato che senza lavoro non si può proteggere la famiglia.»
Il commendatore afferrò il bastone da passeggio. «L’offerta è buona. Quel campo serve a mio figlio, si sposa.»
«Il matrimonio di suo figlio è un problema suo. Con quei soldi forse sopravviverei per un paio d’anni, e poi?»
Il commendatore si voltò verso Ettore. «A te interessa cosa succederà tra un paio d’anni?»
L’uomo rimase in silenzio. Un sorriso sghembo deformò per un attimo il suo viso secco, bruciato dal sole. Il commendatore si sporse in avanti, piantando il bastone saldamente a terra, il viso a pochi centimetri da quello di Marzio.
«Tra un paio d’anni le scarpe lucide di mio figlio saranno da buttare. Io avrò dei nipoti. Di te non resterà niente.»
Fece una pausa.
«Devo finire il mio vino. Torna a casa, goditi la tua famiglia, dormici sopra. Domani Ettore ti porterà la somma concordata.»
Marzio non si mosse. Il rumore della piazza si spense. Osservò lo sguardo duro del vecchio, le rughe profonde sotto i radi baffi scuri, mentre portava il bicchiere alla bocca. Chiuse per un attimo gli occhi scuri, quasi rassegnato. Li riaprì lentamente come per abituarsi alla luce di mezzogiorno. Con un gesto istintivo afferrò il collo della bottiglia. Il movimento fu rapido. Il colpo sulla tempia di Ettore fu secco. Ossa e vetro. Il corpo dell’uomo si afflosciò al suolo.
Il commendatore rimase incredulo. Non fece in tempo a muoversi. Il coccio di vetro gli entrò alla base del collo. Si portò le mani alla gola. Il sangue, rosso amaranto, gli colò tra le dita. Continuò a fissare il ragazzo mentre scivolava a terra.
Marzio fece pochi passi. Un rantolo uscì dalla bocca del vecchio, accompagnato da un fiotto di sangue. Rimase ancora un po’ a guardare il corpo agonizzante. Raggiunto Ettore, prese la piccola roncola. Sulla giacca dell’uomo pulì la corta lama ricurva, intrisa del sangue non ancora rappreso dal mattino. Poi, con un movimento preciso, gli recise la giugulare. Era la seconda volta quel giorno.
Si allontanò a passi lenti. La piazza deserta. Lo sguardo rapito dal sangue rosso brillante sulle scarpe lucide. Solo allora si rese conto di quanto gli fossero strette.
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Un’esecuzione lucida a sangue freddo, descritta in modo da sviluppare un legame di simpatica empatia col carnefice. Nel mezzo una morale eterna, ovvero che, ogni volta che guardi il baratro, il baratro ti guarda
Quelle scarpe lucide che gli stringono i piedi. Non sono sue, e quando ci arriva il sangue sopra capisci da dove vengono. Il rosso amaranto del vino che diventa il rosso amaranto del sangue alla gola del commendatore è un passaggio che ti toglie il fiato. E Marzio che se ne va piano, nella piazza vuota, con quelle scarpe troppo strette addosso. Ti resta dentro a lungo questo pezzo.
Grazie Lino, bellissimo commento
“Ho difeso, ho difeso…” Un atto che dobbiamo fermare in quell’istante. Un atto di giustizia proletaria, quasi un eccesso di legittima difesa per chi non ha altre possibilità. Sto con Marzio, ma chi si ribella al potere, singolarmente, non ha futuro. Il pensiero che potessi ampliare lo stato d’animo di Marzio mi ha sfiorato, ma va bene come hai fatto: netto e deciso come il suo colpo di roncola.
Grazie Giuseppe è sempre un piacere quando vieni a leggermi… speriamo che non passi tanto tempo prima del prossimo bicchierino di grappa
Ciao Piero, che bella scoperta leggerti in versione noir! Trovo il tuo stile cresciuto e calibrato, e questo racconto dimostra la tua bravura anche nel cambio di genere. Credibile e ben costruito. Bravo bravo bravo!
Grazie grazie grazie… in realtà il noir è uno dei generi che preferisco ma l’ho sempre considerato troppo complicato per me… questo racconto è nato un po’ per caso e un po’ per gioco, ma mi è piaciuto un sacco scriverlo. Grazie
“Era la seconda volta quel giorno.”
mi ha molto colpito questa frase. Marzio agisce d’impulso, un raptus dettato dalla disperazione e dalla rabbia. Eppure questa riflessione, lucidissima, rende logico, quasi “normale”, il gesto. Come se l’intenzione fosse sempre stata lì.
Ottima lettura, perchè è effettivamnente così! Il gesto è stato d’impulso solo per il modo, la bottiglia. In realtà era già tutto lì…. Le scarpe come ho scritto sotto al commento di Cristiana hanno una doppia lettura… tu ti sei avvicinata alla seconda… Ma qui non sono riuscito nel mio intento, ma va bene lo stesso 🙂
Cupo e ben costruito. Mi piace il contrasto tra la piazza tranquilla, il vino, il commendatore elegante e la violenza che esplode all’improvviso. Bello il dettaglio delle scarpe lucide: chiude tutto con amarezza.
Grazie Daniele
Un noir implacabile che gioca sul contrasto tra la quiete domenicale e l’esplosione di una violenza primordiale. Il simbolismo cromatico del rosso amaranto lega vino e sangue in un cerchio perfetto. Ma il genio, a mio avviso, fa la sua comparsa ne:” Lo sguardo rapito dal sangue rosso brillante sulle scarpe lucide. Solo allora si rese conto di quanto gli fossero strette.” Una chiave di volta magistrale in cui il nemico è conoscenza speculare alla Sun Tzu. La provocazione e il delitto imprigionano un contadino in un ruolo non suo, quello del nemico. In una frase il noir diviene racconto d’autore. Spunto di riflessioni interessanti, grazie davvero.
Grazie onorato di un commento del genere e del riferimento a SunTzu. Il punto ‘centrale’ di tutto il racconto è effettivamente nelle ultime righe. Tutto quello che succede prima doveva portare lì in maniera inevitabile. Grazie verqamente.
Ciao Piero. Un bel racconto che mi colpisce nel suo ritmo alternato. Mentre leggevo sentivo che qualcosa stava per rompersi, ma non sapevo quando e nemmeno cosa. C’è una calma apparente che mette a disagio, come se tutto fosse già deciso e i personaggi stessero solo recitando una parte inevitabile.
Il commendatore mi dà l’idea di un potere freddo, abituato a vincere senza sporcarsi le mani; Marzio invece rappresenta la tensione trattenuta, la dignità e disperazione insieme.
Quando arriva la violenza, non mi sono sentita di viverla come un colpo di scena, ma come uno scivolare in qualcosa che era già lì dall’inizio. Mi ha anche dato l’impressione di un passaggio di ruolo.
Il dettaglio finale delle scarpe è davvero particolare, quasi una metafora. È come se, in quel momento, Marzio si accorgesse di aver preso il posto di qualcuno che disprezzava, ma senza riuscire davvero a entrarci. Quelle scarpe strette mi sembrano una condanna. Lui ha fatto ciò che doveva per “proteggere”, ma il prezzo è forse prendere quello stesso posto che disprezzava.
Ciao Cristiana, devo dire che hai fatto una bellissima analisi. La cosa che mi riempie di gioia è il fatto che hai colto proprio quello che volevo far arrivare: l’inevitabilità del gesto finale. Tutto il racconto gira sul fatto che ‘non sai cosa ne quando’ ma che sai che sta arrivando: la violenza diventa necessità narrativa. Le scarpe hanno una doppia lettura. La prima e principale quella che hai colto: la condanna del passaggio di ruolo. La seconda è più concreta, ma difficile da ‘leggere’, purtroppo era troppo complicato esplicitarla meglio in un racconto che volevo fosse breve…. Vediamo se qualcuno la becca 🙂
🤫
Ho avuto la sensazione di vedere due facce della stessa medaglia. Due forze opposte che si incontrano. Morte violenta contro arroganza e soprusi?
Grazie Maria Luisa, è sempre bello quando quello che si vuole scrivere arriva