L’effetto Sedossine
Il dottor Martinucci osservava un flacone ambrato sulla sua scrivania. Con la manica del camice si asciugò il sudore dalla fronte. Aveva lavorato tutta la notte e nell’aria aleggiava un odore acre. Le finestre non erano mai state aperte: la stanza era buia e soffocante.
«La quantità di documenti da registrare in questo periodo è allucinante!» disse Alex, un infermiere tirocinante che aveva sempre sognato di aiutare chi ne aveva bisogno.
«Non possiamo farci nulla. Da quando la Sedossine è entrata in commercio, tutto è diventato più difficile», rispose il dottor Martinucci. Si tolse gli occhiali e si massaggiò le palpebre con le dita, nel tentativo di alleviare la stanchezza.
Cento milligrammi di felicità pura, stabile, biologicamente certificata. Non era un allucinogeno, non provocava euforia artificiale né alterava la percezione della realtà. Era semplicemente il più grande traguardo della neurofarmacologia moderna: una molecola capace di bloccare selettivamente i recettori del dolore esistenziale, lasciando intatta la lucidità mentale. La cura definitiva per la tristezza.
«Una sola compressa al mattino, signora Rinaldi», disse il medico porgendole la ricetta. Seduta di fronte a lui, la donna aveva perso il marito da sei mesi e i suoi occhi sembravano due pozze di stanchezza. «Le darà il respiro necessario per rimettersi in piedi. Ma si ricordi: la mente ha bisogno del suo tempo.»
La donna, però, era già per metà fuori dalla porta.
«La vedi, Alex?» sussurrò il dottore lasciandosi cadere sulla sedia. «Non ascoltano nemmeno più le avvertenze. Vogliono soltanto il pezzo di carta per correre in farmacia.»
Alex fissò la porta appena richiusa. Sentiva una morsa stringergli lo stomaco. Aveva iniziato quel tirocinio con il cuore pieno di speranza, convinto che il suo compito sarebbe stato quello di alleviare le sofferenze e ascoltare chi aveva bisogno. Invece, da quando la Sedossine aveva invaso il mercato, il suo lavoro si era ridotto a stampare moduli e osservare un fiume di persone implorare una felicità confezionata in blister.
«Dottore, non le sembra che stiamo esagerando?» chiese mentre sistemava alcuni faldoni con movimenti nervosi.
«La signora Rinaldi ha perso il marito. È normale che sia distrutta. Se cancelliamo perfino il lutto, cosa resta?»
Il medico scosse la testa.
«Resta una società che funziona, Alex. Niente più assenze dal lavoro, niente più pianti disperati, niente più distrazioni. È questo che la gente vuole.»
È questo che chi ci comanda vuole, pensò Alex.
Nei mesi successivi, vide con i propri occhi il prezzo di quella perfezione.
L’essere umano, incapace di darsi un limite, iniziò ad abusare della Sedossine per qualsiasi sciocchezza.
Una mattina si presentò in ambulatorio un ragazzo poco più grande di lui, sguardo fisso e vuoto. Chiedeva un aumento del dosaggio perché il suo cane era anziano e non sopportava la tristezza della sua morte.
Nel pomeriggio, una madre domandò una prescrizione per il figlio adolescente, affranto per aver presto un brutto voto a scuola.
Tutti erano perennemente felici, ma profondamente svuotati. Restava soltanto il pianto di qualche bambino troppo piccolo per assumere il farmaco. Eppure, anche lì, si verificarono episodi inquietanti. Alcuni genitori arrivarono a polverizzare le compresse e a scioglierle nelle bevande dei figli pur di trascorrere giornate prive di capricci. Il punto più basso fu raggiunto quando un padre, esasperato dalle notti insonni causate dalle coliche del neonato e dalle continue richieste d’aiuto della moglie, decise di versare la Sedossine nel brodo che la donna beveva per favorire la produzione di latte materno.
Come ogni medicinale, anche questo ha controindicazioni.
Il neonato finì in terapia intensiva per una grave intossicazione. Si attendono ancora notizie di un miglioramento.
Alex assisteva a quel declino quotidiano con un dolore sordo e profondo.
Nei corridoi dell’ospedale non esisteva più l’empatia.
Quando un paziente riceveva una diagnosi devastante, i familiari non lo stringevano più in un abbraccio. Si limitavano a sorridere, estrarre una compressa dal taschino e commentare la notizia con una freddezza disarmante.
L’umanità si stava anestetizzando l’anima in nome di una pace artificiale. Aveva barattato la capacità di amare e commuoversi pur di non soffrire mai più.
Una mattina la signora Rinaldi tornò in ambulatorio accompagnata da un’amica.
Con un sorriso smagliante, ma inquietante, disse:
«Lei è Angela, mia cara amica e vostra paziente. Una settimana fa ha perso suo figlio sedicenne a causa di un cancro. L’ho portata qui perché so che riuscirete a rimetterla in sesto.»
Alex impallidì. Aprì la bocca per parlare, ma la richiuse immediatamente. In un attimo sento il petto bruciare, con un nodo alla gola cercò di dare una risposta alle due donne che attendevano dinanzi a lui.
«Rimetterla in sesto? Signora Rinaldi, la sua amica ha perso un figlio. Ha il diritto di elaborare il proprio dolore.»
Il dottor Martinucci intervenne con fare brusco. Scostò Alex con un braccio e si rivolse alla donna.
«Signora Angela, mi dia i suoi documenti.»
Dieci minuti dopo, le due donne uscirono dall’ambulatorio.
Alex le seguì in silenzio.
La signora Rinaldi camminava a schiena dritta, con un sorriso sornione sul volto, come se suo marito non fosse mai esistito. Sosteneva sotto braccio l’amica, che arrancava per starle dietro.
Erano dirette in farmacia.
Un’altra vittima stava per essere consegnata alla Sedossine.
Alex rimase immobile sul marciapiede mentre l’aria della città gli riempiva i polmoni.
Guardò le due donne allontanarsi: una madre a cui stava per essere sottratto il diritto di piangere il proprio figlio, accompagnata da un’amica ormai trasformata in un guscio sorridente.
Sentì le lacrime bruciargli gli occhi.
Forse erano le ultime lacrime rimaste in tutta la via.
Quando rientrò nell’ambulatorio, il dottor Martinucci stava già preparando i moduli per il paziente successivo.
Fu allora che Alex comprese quanto fosse fragile l’animo umano: tanto terrorizzato dalla sofferenza da scegliere volontariamente la propria autodistruzione.
Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno. La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia. K.G.
Ma l’umanità aveva preferito cancellare la pioggia, dimenticando come si balla.
Alex osservò le proprie mani tremanti.
In un mondo di automi che fuggivano dai temporali dell’anima, il suo dolore era l’unica cosa che lo faceva sentire ancora vivo.
Questo era l’effetto Sedossine:
un paradiso perfetto, abitato da persone già morte.
Ed era solo l’inizio.
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