LEI

Ricordavo ogni particolare di quel giorno. Il sole cocente e la sensazione di pelle bruciata, i raggi che sbattevano violentemente sulla superficie dell’acqua e il suono dolce delle onde. Ricordo anche com’ero vestito. jeans strappati, i soliti, e camicia larga di flanella, forse troppo pesante per il sole messicano. Mi trovavo su un spiaggia deserta, solo con i miei pensieri e le mie paranoie. Le avevo portate insieme a me, in valigia. Stavano benissimo in quella valigia vuota, come la mia vita fino a quel momento.

Eravamo noi quattro, gli amici di sempre, amici dall’asilo. Asilo, elementari, medie e superiori insieme. Solo l’università ci aveva diviso e questo perchè la capra del gruppo aveva preferito andare a faticare in fabbrica, col papi – io ero la capra del gruppo e, sempre io, avevo scelto la facile via del lavoro in famiglia per vivere.
Nessuna esperienza giovanile era passata in sordina alle orecchie del gruppo. Ci raccontavamo tutto come delle dolci adolescenti alla prima cotta. E questo raccontarsi tutto continuava anche oggi, a 30 anni.

Perchè allora non riuscivo a parlare del mio problema? Come mai non mi fidavo dei miei amici, dei miei fratelli?

Preparammo le valigie insieme come delle ragazzine al loro primo viaggio, eppure di viaggi ne avevamo fatti parecchi, noi quattro. Ma quel viaggio era particolare perchè per la prima volta portavo un quinto elemento nel gruppo, una lei. Lei era dolce e calda come un abbraccio materno, era sempre con me quando avevo bisogno; certo, forse, un po’ costosa, richiedeva sforzi immensi per essere mantenuta, ma comunque non mi lasciava mai solo. Anche quando stavamo lontani la mia mente era sempre insieme a lei. La amavo, era la prima che amavo. Non potevo presentarla in famiglia e così mi convinsi che avrei dovuto, almeno, presentarla ai miei amici. Ma ancora non era arrivato il momento giusto. Anche se, in effetti, mi chiedevano insistentemente dove sparissi ogni volta che ci incontravamo. Andava sempre così con lei. Uscivo da solo, con gli amici, convinto che quella volta sarei riuscito a stare con i miei fratelli in santa pace e poi, dal nulla, mi baluginava nella mente il suo viso così dolce, una sensazione di armonia mi pervadeva la testa e allora scappavo. Lei lo voleva, mi chiamava, era sempre presente e io senza di lei non riuscivo più a fare nulla. Non andavo al lavoro senza prima averla baciata, non parlavo senza averla tra le mani, tremavo quando non era lì a tenermi tra le braccia. Volevo solo lei, in ogni istante, in ogni momento. La volevo, la desideravo con ardore, avrei fatto di tutto per vederla quando stavamo lontani. Eppure ancora non gliene avevo parlato.

Arrivammo in Messico il 6 febbraio. L’avevo vista prima di partire, ma già mi mancava. Durante la notte ebbi una crisi fortissima perchè lei non era lì con me, non mi stava più abbracciando e a me mancava come una mamma manca al primo giorno di scuola. Sudavo freddo, tremavo, mi sentivo anche tirare gli arti. Pugnalate al mio cuore per la sua assenza. Ancora non avevo compreso cosa volesse dire la sua mancanza. Ero stato senza di lei per massimo due giorni, ma senza resistere più di tanto. Prendevo un sacco di pastiglie quando litigavamo, non avrei dormito altrimenti.

Stavo soffrendo e urlavo di dolore, mi sentivo fiacco e non riuscivo a camminare. Continuavo a vomitare mentre lame taglienti come ninja si infilavano nella mia carne. Carne lacerata dalla sofferenza di tutto quello che mi era successo. I miei tre fratelli cominciarono a preoccuparsi, mi portarono da bere, perchè chiedevo di avere dell’alcool e non riuscivo a raggiungere il bar del residence. In quel momento capii di aver bisogno di aiuto. Chiesi ai miei compagni di vita di sedersi nella mia stanza. Offrii a tutti della birra scadente che avevo acquistato al duty free dell’aeroporto quando avevo cominciato a sentire il dolore della mancanza. Si misero intorno a me e aspettarono. Attimi che mi sembravano ore, nell’aria c’era elettricità. Stavano aspettando. Presi fiato, mi aggrappai alla poca forza che mi era rimasta e gliela presentai.

«Ragazzi, ho bisogno di aiuto. Sono dipendente dall’eroina».

Poi scappai. Via lontano da tutto e da tutti. Con i miei tremori e i miei brividi. Mi ritrovai su quella spiaggia, solo con i miei pensieri e le mie paranoie. Mi sentivo mancare mentre continuavo imperterrito a vomitare. Avevo freddo, ma sudavo, sudavo così tanto da sentirmi svuotato di ogni liquido nel mio corpo. Odiavo quelle sensazioni mai provate. Lei, eroina della mia vita, mi aveva donato una capacità di resistenza ai problemi indescrivibile. Lei mi aveva rubato la vita…

Mentre il mio traffico cerebrale raggiungeva la sua ora di punta sentivo che le forze mi stavano abbandonando.

La vita mi stava abbandonando.

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Commenti

  1. Antonino Trovato

    Beh, Sara, che dire, hai saputo condurre alla grande il “rapporto” tra il protagonista e la sua “amata”, con descrizioni coinvolgenti che rendono vivide le sensazioni, il dolore, la felicità e la sofferenza del protagonista, spiazzandomi letteralmente alla fine. Una ossessione che non lascia scampo, che crea colpa, vergogna, voglia di liberazione ma anche impossibilità di trovare una via d’uscita, sia interiore, sia attraverso il rapporto con gli altri. Un altro viaggio psicologico, e non solo, che consegna al lettore un protagonista e il suo vuoto, riempito solo dalla sua ossessione senza vita. Alla prossima, e… continua così😁!