LEILA O NON SO CHI

Leila, la chiamerò così, camminava lenta con gli occhi vuoti nel pieno supermercato del centro commerciale in un sabato di Maggio. L’ambiente era affollato e trasudava frenesia per le compere del weekend. C’erano mamme che con i bambini al seguito trascinavano carrelli colmi di viveri; chi era indeciso su quale lubrificante auto comprare; chi invece era alla ricerca dell’offerta più vantaggiosa per un detersivo sbiancante. Il via vai di persone era continuo: tutto era così dannatamente concatenato che mi sembrava di osservare un puzzle che pian piano si costruiva da solo. Ero lì per acquistare della frutta e verdura in offerta, quella che in casa sparisce sempre per via della mia dieta vegetariana intrapresa qualche anno fa, sotto costrizione del medico. Avevo una fame nera, erano da poco passate le 18:00 e già sentivo i morsi allo stomaco. Mentre sceglievo distrattamente un’insalata imbustata, ho intravisto Leila. La vedevo spesso in città: ad esempio mentre passeggiavo in piazza, mi capitava di vederla, o quando tornavo a casa, oppure quando andavo alla lavanderia a gettoni. Quando l’ho vista al supermercato, quel giorno, come sempre non era sola. Trascinava i piedi magri e bianchi, scivolati appena nei sandali argentati. Data la sua evidente magrezza le si intravedevano appena le costole, scoperte dal top bianco, che mostrava anche le braccia candide.

Al lato sinistro, prendeva sottobraccio un signore sulla sessantina, in polo blu e bermuda, che le accarezzava la mano appena posata sull’avambraccio villoso. Il loro andamento era cadenzato e andava a ritmo della canzone di sottofondo formando una sfilata stramba. Lo sguardo di lui era compiaciuto e sembrava essere fiero di avere accanto lei, così bella e smunta, che indossava una gonna di raso lilla, con lo strascico che sfiorava il pavimento, del tutto inadeguata per un supermercato. Guardava di fronte a sé, con la mano sempre immobile su quel braccio, e con l’altra che prendeva un lembo della gonna come una top model, ma con un’allure gotica.

Ogni volta la osservavo rapita, forse perché ero talmente curiosa di sapere che rapporto ci fosse tra quei due individui: sarebbero potuti essere padre e figlia, d’altronde sembrava si somigliassero; poteva trattarsi di una coppia con una grande differenza di età, tanto ormai chi ci fa più caso. Il mio fidanzato spesso mi rimproverava dicendomi di non soffermarmi a guardarla troppo, avrebbe dato nell’occhio e sarebbe parso strano agli occhi degli altri. Mentre i miei pensieri mi frullavano nella testa, a un tratto i due si sono fermati: lui ha lasciato la mano di lei per un istante, giusto il tempo di prendere una confezione di tonno e posarla nel carrellino, e Leila ha fatto un passo indietro. Girandosi, ha guardato nella mia direzione. Io nella sorpresa di essere stata sorpresa, sono trasalita un po’, ma immediatamente dopo ho guardato i suoi occhi azzurri: i suoi grandi e loquaci occhi azzurri. Non so perché ma ho sentito che in quello sguardo ci fosse un messaggio, un grido di aiuto, qualcosa di catalizzante e allo stesso tempo agghiacciante. In quella frazione di secondo in cui mi ha guardato, Leila ha gridato silenziosamente attraverso il suo sguardo. Una volta finito, l’uomo è ritornato nella sua posizione e ha ripreso gelosamente la mano di lei, posandola sotto il suo braccio, come fosse stato un oggetto prezioso, un secondo arto. Abbassando lo sguardo, Leila è tornata a sfilare insieme a lui, svanendo attraverso la corsia dei biscotti e brioche. Basita e anche un po’ intimorita ho preso di corsa l’insalata e l’ho gettata nel carrello. Volevo rincorrerla, vedere dove fosse andata, chiederle qualcosa non so, qualcosa, ma non sono riuscita a trovarla, era scomparsa insieme a quell’uomo. Mi sono resa conto che delle persone accanto a me si erano fermate a guardarmi: mi sono calmata e sono ritornata alla realtà.

Tornando a casa non riuscivo a smettere di pensare a quegli occhi, a cosa avrebbero voluto dirmi, se avevano mai parlato con qualcun altro, se avevano provato a chiedere aiuto.

Il portone si è chiuso dietro di loro e lui ha girato la chiave bloccando la serratura. Sistemando metodicamente le cose acquistate nel frigorifero, canticchia un motivetto melodico. Leila si avvicina lentamente sul divano-letto e inizia a svestirsi come lui le ha ordinato: per primo slaccia i sandali argento, poi sfila la gonna e infine toglie il top. Rimasta in intimo scorge per sbaglio la sua immagine nel piccolo specchio tondo sopra il lavandino. Si osserva, si scruta con attenzione, ma non vede niente di ciò che è sempre stata. Riconosce solo i suoi occhi, i suoi grandi e spenti occhi, pieni di lacrime.

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Discussioni

  1. […] Ho sempre sfogato la mia creatività attraverso disegni, recitazione, scrittura. Si contrapponevano costantemente al pragmatismo di una società che ti vuole per forza posizionato in un luogo di stallo a finire la tua vita in catene. Conscia del fatto di non avere molto tempo in questa lifetime, continuo a provare a esprimere la mia creatività, come con questo racconto, che ho pubblicato sul sito Edizioni Open, una piattaforma che ti consente di postare racconti o serie di storie inedite. Se vi va, cliccate su questo link e leggetelo: leggi il racconto “Leila o non so chi” […]